La chiesa in carcere

Carcere(Franesco Agnoli su Il Foglio del 20/12/2012) Il problema delle carceri, di cui si parla da un po’, è, stando così le cose, insolubile. Come, per esempio, quello delle pensioni. Riguardo a quest’ultimo i governi si limitano da tempo a innalzare l’età pensionabile, convinti, tecnicamente, che per cambiare la realtà basti il cacciavite della legge: stringi, allenta, stringi…

Non si arriva a comprendere che è un vicolo cieco: l’età pensionabile non è aumentabile in eterno. La demografia non è un’opinione. Quello che manca sono i giovani: aiutare le famiglie, quella sarebbe la vera riforma strutturale. Ma oggi la famiglia non è più un valore; anzi, è un nemico; così i figli… E senza giovani non c’è futuro, per nessuno. Quanto alle carceri, il discorso è analogo. Non basta agire su di esse per cambiare la realtà. E’ la realtà di oggi nel suo insieme che genera anomalie e abnormità. Le carceri sono strapiene, perché aumentano crimini e disagi; molti carcerati sono poi costretti a vivere in condizioni indegne e disumane. Liberarli in massa, però, non è la soluzione. Sia perché la logica del condono continuo uccide il diritto, sia perché, in poco tempo, tornerebbero a riempirsi. Giustizia e misericordia devono stare insieme, pena la perdita di ogni senso.

Bisognerebbe capire alcune cose, non solo a livello di governi, ma di popolo: 1) che in una società senza principi le leggi non bastano. Siamo ormai, noi europei, popoli senza fede, senza ideali religiosi e morali. “Non rubare” rimane una legge, ma solo dello stato. Non è più un comandamento di Dio, perciò non può funzionare; 2) che una società secolarizzata non è in grado di concepire la redenzione del carcerato, perché ignora che vi è in lui un’anima immortale destinata al cielo. Le società atee si limitano a difendersi dal male, di cui non comprendono la natura metafisica, e finiscono al più per classificare i delinquenti, alla maniera di Lombroso, come errori genetici; 3) che dove non c’è la società cristiana che ha portato tra i comandamenti quello dell’amore, anche verso i carcerati, accanto a essi vi possono essere secondini, bravi quanto vogliamo, ma pur sempre impiegati, e non persone che sono lì per dei “fratelli”. Se a educare i figli non bastano diligenti professori degni di salario, a rieducare i criminali non bastano i codici, le leggi o le divise. Insomma, una società atea, radicale, che uccide i suoi figli con l’aborto e i suoi malati con l’eutanasia, non può avere a cuore davvero i suoi carcerati.

Vorrei provarlo da un punto di vista storico, benché lo spazio non lo consenta. Mi limito perciò a rimandare a un rigoroso testo di Antonio Parente, pubblicato a cura del ministero della Giustizia nel 2007: “La chiesa in carcere”. Vi si dimostra che sin dall’origine del cristianesimo i criminali furono guardati in modo nuovo: non solo come cittadini ma anche come figli di Dio.

E’ per questo, è la storia a insegnarlo, che il carcere moderno, come del resto l’ospedale, nasce non solo dalla cristianità, ma di più, nel suo cuore, a Roma: le Carceri nuove di via Giulia. Moderno nel senso che al prigioniero vengono concessi più spazio, più igiene, più dignità. Si cerca di farlo lavorare, di riconciliarlo anzitutto con Dio e con se stesso, di far nascere dall’uomo vecchio un uomo nuovo. E’ qui che si iscrive l’epopea delle Confraternite dei carcerati che si prendono cura del loro vestiario e dei loro alimenti, della loro anima e della loro cultura, persino dei loro famigliari. I membri delle confraternite non sono impiegati statali: sono volontari che giungono dove lo stato non può arrivare. Oggi, certo, i volontari delle carceri ci sono ancora e fanno un gran lavoro: ma la scristianizzazione, dentro e fuori la chiesa, ha reso il fenomeno molto meno grandioso e potente di un tempo. Racconterò un solo episodio, ricostruito da Rocco Pezzimenti nel suo “Persona, società, stato”. Pezzimenti rievoca l’opera dei Fratelli di nostra Signora della misericordia, a Roma, all’epoca di Pio IX.

A costoro il Papa affida scuole, orfanatrofi, ospedali per malati di mente e un carcere, il Riformatorio di Santa Balbina. Sa, il Pontefice, che per redimere non bastano salariati, ma occorre la virtù soprannaturale della carità. Per questo si rivolge alle persone giuste: “Prima dell’avvento dei Fratelli nelle carceri del Belgio, la quasi totalità dei carcerati che veniva dimessa dagli istituti di pena tornava in carcere. In quelle dove fu chiamata a operare la congregazione l’andamento fu diverso: su una media annua di 225 rimessi in libertà, solo in 4 tornavano in carcere”. Come si opera a Santa Balbina, così da attirare lodi e visitatori anche dall’estero? Per i giovani detenuti sono previsti igiene, condizioni umane, lavori agricoli e artigianali, meditazioni, vita interiore. Finiscono le evasioni e non vi è più bisogno di stretta sorveglianza. Giustizia e misericordia. Ben più che leggi, giacobine o garantiste, e, quando tutto scoppia, amnistie. (Franesco Agnoli su Il Foglio del 20/12/2012)

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