La Chiesa del dubbio rifiuta i “dubia” dei cardinali

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(Cristina Siccardi) Nel leggere l’intervista apparsa il 17 novembre scorso su Avvenire, Papa Francesco ha risposto a tutti coloro che si pongono il problema di un Pontificato più aperto agli usi e costumi del mondo piuttosto che agli insegnamenti di sempre della Chiesa. Non esitiamo pertanto a pensare che abbia risposto indirettamente anche ai quattro cardinali (Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner) che lo scorso 19 settembre hanno presentato alla Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal cardinale Gerhard Müller, un ricorso formulato secondo la modalità classica dei dubia, che esige risposta positiva o negativa. Il Papa non ha risposto ai membri del Sacro Collegio personalmente, tuttavia, facendo uso pedissequo dei media per il suo governo, egli parla «a nuora, perché suocera intenda». Titolo dell’articolo di Avvenire:  Papa Francesco: non svendo la dottrina, seguo il Concilio e l’attacco del pezzo dà il tono a tutta l’intervista: «Il Giubileo? Non ho fatto un piano. Le cose sono venute. Semplicemente mi sono lasciato portare dallo Spirito. La Chiesa è il Vangelo, non è un cammino di idee. Questo Anno sulla misericordia è un processo maturato nel tempo, dal Concilio… Anche in campo ecumenico il cammino viene da lontano, con i passi dei miei predecessori. Questo è il cammino della Chiesa. Non sono io. Non ho dato nessuna accelerazione. Nella misura in cui andiamo avanti, il cammino sembra andare più veloce, è il motus in fine velocior», un’espressione che Roberto de Mattei aveva utilizzato l’11 febbraio del 2014 in un suo editoriale di Corrispondenza Romana: http://www.corrispondenzaromana.it/2013-2014-motus-in-fine-velocior/

Domanda poi la giornalista Stefania Falasca: «Quindi il Giubileo è stato anche il Giubileo del Concilio, hic et nunc, dove il tempo della sua ricezione e il tempo del perdono coincidono…». Risposta: «[…] La Chiesa esiste solo come strumento per comunicare agli uomini il disegno misericordioso di Dio. Al Concilio la Chiesa ha sentito la responsabilità di essere nel mondo come segno vivo dell’amore del Padre. Con la Lumen gentium è risalita alle sorgenti della sua natura, al Vangelo. Questo sposta l’asse della concezione cristiana da un certo legalismo, che può essere ideologico, alla Persona di Dio che si è fatto misericordia nell’incarnazione del Figlio. Alcuni – penso a certe repliche ad Amoris laetitia – continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere. Il Concilio ci ha detto questo, gli storici però dicono che un Concilio, per essere assorbito bene dal corpo della Chiesa, ha bisogno di un secolo… Siamo a metà».

Il Papa è coerente, si limita ad essere fedele applicatore del Concilio Vaticano II e chi ha onestà intellettuale, e conosce i documenti dell’Assise pastorale che incendiò la Chiesa cinquant’anni fa, non può che ammettere questa coerenza. Ma fino a che punto l’incendio brucerà la Chiesa? Se da un lato il Papa con le sue esternazioni procede velocemente nell’adempimento fattuale e consistente dei desiderata delle linee teologiche moderniste emerse durante il Vaticano II, allo stesso tempo le reazioni, sia silenti che pubbliche, prendono sempre maggior spazio e il malessere accresce di giorno in giorno. In questi giorni, per esempio, è uscito un interessante libro di Enrico Maria Radaelli, Street Theology. Teologia di strada. La scristianizzazione o Grande Fuga dalla realtà della Chiesa post moderna dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco (Fede & Cultura). Si tratta di un utile sussidio per comprendere, passo dopo passo, che cosa è accaduto in questi ultimi 50 anni nella Chiesa, succube di un Occidente che si è orgogliosamente emancipato da Dio: «Qual è l’oggetto dello scontro tra Liberalismo e Veritarismo? Qual è il problema della civiltà occidentale d’oggi? Il problema della civiltà occidentale d’oggi è Dio. Cioè se esiste o non esiste Dio. Sì, perché da questo esserci o non esserci di Dio dipende l’esistenza o la non esistenza delle sue leggi, del suo culto, della sua più o meno forte presenza nella società civile, e dipende la necessità, in essa società, di adeguarsi o non adeguarsi alle sue leggi e al suo culto» (pp. 14-15).

Con un felice interscambio fra le questioni relative all’ordine-disordine mondiale, alla cultura-discultura dell’Occidente postmoderno e le devianze acattoliche della Chiesa, protesa ad un sovversivo ecumenismo  sincretistico, Radaelli non si esime dal denunciare, a fronte di un successo mediatico (dei poteri forti), il crescente e spietato insuccesso, nei numeri, della Chiesa. E la sua disamina è tanto realistica quanto amara: «Torno poi a leggere la sua Esortazione apostolica, pubblicata il 2-4-16, l’ Amoris laetitia, che tanto clamore, e poi divisione, e poi sgomento, confusione e grandi perplessità ha portato nella Chiesa più di recente […] Poi leggo le ultime statistiche che ho sottomano sulla Chiesa in Francia, in Italia, in Germania, in Austria, in Belgio…» (p. 15) e il panorama è desolante. Una bomba atomica è caduta sulla Chiesa, ma pochissimi se ne sono accorti dello scandalo, perché dalla Santa Sede non vi è denuncia. Bastano i dati per confermare il massacro: in Austria le chiese vengono svendute dal Cardinale Schönborn alle confessioni religiose che raccolgono i molti ex cattolici. In Francia ogni anno muoiono 800 sacerdoti anziani e la nazione non ne produce neppure 100 di nuovi, mentre coloro che vanno regolarmente a Messa sono soltanto il 4%. La chiesa di Saint-Eloi, nel Vierzon, è diventata moschea, come pure l’antica chiesa di San Cristoforo a Nantes. «Su tutta l’Europa si è abbattuta come tempesta la desertificazione ateistica, a cominciare dall’Irlanda, dove sette anni fa si diceva religioso ancora il 69% degli Irlandesi, oggi è il 47%» (p. 17). A Bruxelles, capitale della dittatoriale Unione Europea, 35 chiese su 100 saranno chiuse, poiché i fedeli sono appena l’1,5%. La chiesa di Saint-Jacques, nel centro di Namur, è diventata un negozio di abbigliamento, mentre quella di Notre Dame, edificata nel 1749, è oggi «spazio culturale», e Santa Margherita, a Tournai, è stata trasformata in appartamenti di lusso. A Bruxelles quasi la metà dei bambini delle scuole statali sono islamici.

In crollo costante è poi il numero delle congregazioni e degli ordini religiosi, costretti a chiudere per mancanza di nuove leve, compresi i Gesuiti: dall’ultimo Concilio al 2005 sono diminuiti del 45%; i Frati Minori del 41%; i Domenicani del 39%; i Benedettini del 35%; i Cappuccini del 29%; i Salesiani del 24%. La bomba atomica è stata sganciata nel 1962 fra le effervescenze entusiastiche di alcuni padri conciliari progressisti che auspicavano un mutamento di rotta del Magistero della Chiesa secondo i parametri della nouvelle théologie. «Hanno annientato un popolo, a milioni vengono sterminati, e intanto parlano di problemi ecologici e di misericordia mettendo sotto il tappeto, come polvere, la dottrina. Lo fanno in silenzio, perché nessuno si accorga che l’arma della carneficina è in mano loro: l’hanno fabbricata loro» (p. 18).

Lo studio di Radaelli, dove profondi ragionamenti filosofico-teologici vengono intercalati da sdegnati commenti di fedele ferito e tradito, è un’accesa notifica al percorso svolto dai Papi conciliari, dimostrando così che Francesco non è un caso isolato, ma il naturale frutto di una Chiesa che ha volontariamente deciso di intraprendere la strada dell’autodemolizione. «Sicché, mentre i Papi pensano ad altro – e non parlo solo dell’attuale, ma, a parte Luciani, ovvio, di tutti i Papi degli ultimi cinquant’anni: Roncalli, Montini, Woytjla, Ratzinger – seminari e chiese “si svuotano”, l’Europa “si scristianizza”, la civiltà “si sreligiona”, le nazioni “si ateizzano”, le vocazioni “crollano”, la Chiesa “muore”» (p. 28).

La Chiesa si autodistrugge mentre fugge. Fuggono i fedeli, fuggono le vocazioni, fuggono i pastori per paura delle loro responsabilità e per vanagloria. Affermava san Gregorio Magno, come ricorda san Tommaso: «Dalla vanagloria nascono le stravaganze dei novatori» (S.Th, II-II, 10, 1, ad 3). Oggetto dell’ammirazione e del delirio passionale è il mondo moderno. Così la Chiesa dimentica la sua identità e lo scopo per cui Cristo l’ha edificata, umiliandosi, svilendosi e agonizzando ai suoi lascivi piedi.

Dall’osservatorio di chi vuole essere oggettivo, senza simpatizzare sentimentalmente per l’uno o l’altro Pontefice, ma ponendosi unicamente come amante di Cristo e della Chiesa, è evidente che la «rinuncia all’esercizio attivo del ministero» di Benedetto XVI (Discorso all’ultima Udienza generale, 27-2-2013) – dove il Papa lasciava intendere che esiste anche un “esercizio passivo” di magistero – è la prova inconfutabile di un rivoluzionario modo di intendere il servizio petrino e che le scelte di fatto che vengono prese dall’Autorità possono, nella Chiesa moderna, seguire criteri estranei alla Chiesa preconciliare. Esiste chiaramente un legame strettissimo fra l’ideologia postcartesiana, asserisce Radaelli, ed hegeliana dei Ratzinger, dei Rahner, dei Martini e tutti quei preti che fra gli anni Sessanta e Settanta si «liberarono d’un botto della nera, lunga e casta veste talare» (p. 123), la divisa di chi appartiene esclusivamente a Cristo, per rivestirsi del dubbio. Dubitare, sempre dubitare. Più si dubita è più si è “intelligenti” ed “adulti”, questo il motto della cultura del liberalismo e del relativismo che combatte le certezze di fede. In tale ottica, però, papa Francesco non dovrebbe paventare i dubia sollevati dai quattro Cardinali di Santa Madre Chiesa. (Cristina Siccardi)

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