La battaglia silenziosa di Mary Wagner: dalla prigione salva vite umane

(di Mauro Faverzani) Ancora una volta. È di nuovo tornata in carcere Mary Wagner, 42 anni, canadese, pro-life. Convintamente, profondamente pro-life. Lo aveva promesso, quando fu rilasciata lo scorso 25 luglio, dopo sette mesi nella galera di Toronto per «interferenza nella conduzione delle procedure mediche»: non si sarebbe fermata. E così è stato. Sommati, i giorni da lei trascorsi in cella superano ormai i quattro anni e mezzo. È recidiva. Con la forza di chi sa di essere dalla parte giusta, dalla parte della vita.

Per questo, nonostante l’esplicito divieto ricevuto e l’ordine di starsene ad almeno 100 metri dalle cliniche abortive, lei lo scorso 12 dicembre, ricorrenza di Nostra Signora di Guadalupe, si è presentata comunque e di nuovo all’interno di una di queste, il Centro per Donne del villaggio di Bloor West. Ha pregato e parlato con le donne in attesa, donando loro una medaglia miracolosa della Madonna, un biglietto con tutte le indicazioni per ottenere aiuti di qualsiasi tipo durante la gravidanza, infine rose rosse o bianche, simbolo dei bambini non nati. Quelle rose hanno una storia. Nel 2012 a Mary era capitato di conoscere la storia di John. John è il superstite di un aborto chimico. Il giorno del suo compleanno decise di recarsi in una clinica per aborti, omaggiando con delle rose il personale sanitario, cui raccontò la propria vicenda. A Mary questo parve un buon modo per affermare un valore, il valore della Vita, senza violenze, né minacce.

In Canada, però, tutto ciò è vietato per legge. Quel 12 dicembre Mary è stata invitata a farla finita e ad allontanarsi dalla struttura. Poi, non sentendo ragioni, è stata di nuovo arrestata e scortata in galera da due agenti di Polizia. Per la decima volta. Sempre per lo stesso motivo, sempre con la stessa accusa. Processata, è rimasta in silenzio. Come sempre. Né ha voluto che alcun legale la difendesse. La sua è una poderosa, benché muta messa in stato di accusa di una normativa disumana ed anche del sistema giudiziario del suo Paese, a fronte delle sciocchezze e delle ingiurie patite in aula. In uno dei vari dibattimenti si è sentita dire da un giudice: «Tu sei sbagliata ed il tuo Dio è sbagliato».

Lei, impassibile, non ha fatto una piega ed è andata avanti con la sua protesta. La storia di Mary Wagner è particolare: i suoi genitori sono sempre stati profondi assertori della vita e fieri oppositori della mentalità contraccettiva dominante. Sua madre diede alla luce ben sette figli, peraltro affrontando spesso gravidanze difficili e piangendo un aborto spontaneo. La sua famiglia si è aperta anche ad altri cinque figli adottivi. Poi gli studi di letteratura inglese e francese all’Università di Victoria.

Nel 1993, a Denver, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù avvenne la conversione. Aveva solo 19 anni, eppure percepì distintamente, come fosse rivolto a lei, l’appello di Giovanni Paolo II a battersi contro l’aborto e contro l’eutanasia «per le strade ed i luoghi pubblici, come i primi apostoli». All’inizio, pensò di doversi sacrificare per questo conducendo una vita contemplativa, poi però l’orazione la spinse verso un’altra missione. Nel 1999 si ritrovò in cella per la prima volta, quasi senza neanche rendersene conto. Aveva fatto amicizia con una 16enne, che chiedeva l’elemosina sui gradini della Cattedrale. Seppe che era incinta, ma che il suo ragazzo voleva che abortisse, stavano solo aspettando alcuni documenti necessari per completare le pratiche. Mary riuscì a sapere giorno ed ora dell’intervento.

Quel giorno ed a quell’ora, in quella clinica, si presentò anche lei. Tentò l’impossibile per evitare quell’aborto. Fu trascinata in galera. Da allora, da 18 anni a questa parte, sta conducendo instancabilmente la sua battaglia. Infischiandosene delle conseguenze, delle incomprensioni – spesso anche in ambienti antiabortisti – e persino del carcere. Che, anzi, ha sempre rappresentato per lei un’occasione, una «miniera d’oro di anime. Dobbiamo fare tutto per Cristo. Se ragioniamo a partire dall’arresto o meno, perdiamo di vista Cristo, nascosto nelle dolorose sembianze dei poveri, così poveri che non possiamo nemmeno vederli o sentirli»: i bambini ancora nel grembo delle loro madri.

La prigione è divenuta per lei un luogo privilegiato di apostolato: ha convertito molte donne, ora determinate nell’offrire preghiere e sacrifici per curare le piaghe provocate da coloro che hanno abortito. Compresi i traumi post-aborto. Nell’agosto del 2013 mons. Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay e presidente delle conferenze episcopali d’Asia, la volle incontrare in cella: «Mary ha una missione – disse, dopo quella visita –. Dio la chiama a fare questo, a testimoniare il dono e la santità della vita umana». Non dunque «un futile esercizio per combattere i mulini a vento, anche se avesse salvato solo una vita ne sarebbe valsa la pena». Anche don Paul Hrynczyszyn, cappellano del penitenziario, la ritiene «una santa, è una benedizione per me quando la incontro».

Una compagna di cella confessò, in lacrime, dopo averla incontrata, che «la sua presenza mi ha fatto sentire perdonata». Suor Immolatia, amica di Mary, ha spiegato: «Mary, sebbene sia dietro le sbarre, è più libera di tutti noi, diventando una prigioniera di amore ed una testimone della santità della vita con il suo rifiuto di obbedire alle leggi ingiuste». Tre anni fa Wagner è stata invitata in Polonia per un tour, durante il quale le è stato chiesto di spiegare le ragioni della sua missione a favore della vita: ha incontrato circa un milione di sostenitori in 26 diverse città. Un bagno di folla entusiasta. Se questa donna, anziché essere una convinta pro-life, fosse un’ambientalista o un’animalista o una femminista o Lgbt-friendlyed in nome di questo praticasse una forte obiezione di coscienza alle leggi vigenti, godrebbe senz’altro dei favori della grancassa mediatica, di comprensione nelle aule dei tribunali, di sostegni importanti nei salotti della politica che conta.

Siccome invece Mary Wagner ha deciso di battersi, affinché tutti i bambini nel grembo delle loro madri possano vedere la luce, nascere e crescere come tutti, dalla sua non ha i favori dei potenti. Tuttavia, può contare sul plauso, sull’affetto, sul sostegno e sulle preghiere della gente, della povera gente, in tutto il mondo. E può contare anche sul grato sorriso di quei milioni di bambini, che dal Cielo, pur non avendo potuto vedere la luce su questa Terra, hanno trovato in lei la forza e la voce necessarie per urlare il valore, la bellezza della Vita. Nella Comunione dei Santi. (Mauro Faverzani)

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