L’ avanzata violenta dell’Islam intollerante e totalitario

13061024-amelShamon6407cyh270w480(di Lupo Glori) «Le nostre sofferenze di oggi sono il preludio di quelle che subirete anche voi europei e cristiani occidentali nel prossimo futuro». Tali drammatiche parole di avvertimento, sono state pronunciate sulle colonne del “Corriere della Sera” del 10 agosto da Amel Nona, arcivescovo caldeo di Mosul fuggito ad Erbil di fronte all’avanzata dell’esercito islamico dell'”Isil”. Il messaggio è chiaro ed inequivocabile: occorre reagire prontamente, se necessario con la forza, alla violenza jihadista per fermare l’esodo forzato dei cristiani dal Medio Oriente.

L’arcivescovo Amel Nona, sebbene costretto ad abbandonare la propria diocesi, è più battagliero che mai e ha le idee molto chiare in proposito: «Ho perso la mia diocesi. Il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti. Ma la mia comunità è ancora viva. Per favore, cercate di capirci. I vostri principi liberali e democratici qui non valgono nulla». Amel Nona continua mettendo in guardia l’Occidente rispetto ai pericoli insiti in una miope ed ideologica politica di accoglienza: «Occorre che ripensiate alla nostra realtà in Medio Oriente perché state accogliendo nei vostri Paesi un numero sempre crescente di musulmani. Anche voi siete a rischio. Dovete prendere decisioni forti e coraggiose, a costo di contraddire i vostri principi. Voi pensate che gli uomini sono tutti uguali , ma non è vero. L’Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra».

La feroce offensiva dell'”Esercito Islamico dell’Iraq e Levante”, guidato da Abu Bakr al-Baghdadi , mirante alla ricostruzione del Califfato islamico, ha costretto, in breve tempo, tutti i media a occuparsi nuovamente del “problema Islam” e a rompere la cappa di silenzio che da troppo tempo era calata sulla tragica situazione dei cristiani in Medio Oriente «il cui numero nella regione – come riporta l’agenzia “No Cristianofobia” – è sceso drammaticamente dal milione e mezzo circa presente nel 2003 ai soli 450 mila attuali, riducendosi di oltre due terzi nel giro di dieci anni. A Mosul erano 130 mila nel 2003, 10 mila nel 2013, meno di 2 mila lo scorso 16 giugno. Un massacro».

LehayTale rinnovato interesse per l’Islam ha coinvolto anche l’ex capo dell’esercito australiano, Peter Lehay, il quale ha messo in guardia il suo paese contro la crescente minaccia islamica, prevedendo inevitabili future azioni sia dentro che fuori i confini: «Teniamoci pronti per una guerra lunga 100 anni contro il radicalismo islamico». Intervistato dal Daily Mail Australia, Lehay, che oggi è direttore del National Security Institute all’Università di Canberra, ha evidenziato come anche l’Australia possa essere bersaglio degli attacchi del terrorismo islamico: «Ci siamo già passati, ci sono posti che sarebbe meglio non visitare e ci sono stati attacchi terroristici in mete di viaggio come hanno dimostrato l’11 settembre o gli attentati a Bali. Sono stati pianificati attacchi in Australia e abbiamo respinto queste minacce grazie all’Intelligence. Ma per i terroristi basta esser fortunati una sola volta. L’Australia è coinvolta nei primi stadi di una guerra che promette di durare probabilmente ancora 100 anni. Dobbiamo essere pronti a proteggerci e se necessario mettere in atto azioni preventive per neutralizzare minacce evidenti. Prepararci a una lunga guerra».

Lehay ha lanciato inoltre l’allarme contro il pericoloso ruolo svolto da Internet dove fioriscono, senza alcun controllo, pagine web finalizzate al lavaggio del cervello e al reclutamento di giovani australiani alla causa jihadista: «Un esempio è la rivista radicale online Inspire, che incoraggia a organizzare attentati. In un recente numero, in copertina, c’era la foto dell’Opera House di Sidney. Sono stati pensati attentati contro la base militare di Holsworthy e altri luoghi simbolo. Non ci sono grandi eserciti in marcia verso l’Australia, quello che voglio dire è che queste persone si sono radicalizzate attraverso il web e le loro idee si stanno diffondendo nei nostri salotti».

Dall’Australia alla Svizzera la musica non cambia. Il sito web “www.tio.ch”, il portale del Ticino, rivela come «tra i sostenitori dei combattenti fondamentalisti vi sono anche giovani di religione islamica nati in Svizzera, ma di origini turche o balcaniche. Gli estremisti islamici raccolgono simpatie soprattutto tra i figli della seconda generazione, ossia coloro che sono nati in Svizzera, ma da genitori stranieri. Giovani che diffondono l’ideologa dell’estremismo islamico attraverso la propaganda che corre sui social network». Il Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) tiene sotto controllo con attenzione e preoccupazione la “propaganda jihadista” on-line. A tale proposito, Felix Endrich, portavoce del SIC, afferma: «Differentemente da quanto accadeva una volta, oggi sono più numerose le persone che esprimono sui social network la propria opinione apertamente». Per questo, il fenomeno del proselitismo jihadista nei media è costantemente tenuto sotto controllo dal SIC, al fine di evitare che sempre più persone possano aderire all’islamismo radicale.

Ci auguriamo che le maggiori potenze internazionali mettano in campo, al più presto, tutte le forze necessarie ad arginare e contrastare la furia e la violenza dell’esercito dell’Isil contro i cristiani inermi e aprano gli occhi, una volta per tutte, sul vero volto intollerante e totalitario dell’Islam. (di Lupo Glori)

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