BIOETICA: presentato al CNR di un libro sulla morte celebrale PDF Stampa E-mail
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Martedì 30 Novembre 1999 00:00
CR n.973 del 23/12/2006


La morte cerebrale è ancora vita? I principali interrogativi su tale tema sono affrontati in Finis vitae. Is Brain Death still Life?, un testo pubblicato con il sostegno del Consiglio Nazionale delle Ricerche ed edito da CNR e Rubbettino, che raccoglie gli interventi di alcuni dei più autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani: J. Andrew Armour, Rainer Beckmann, Fabian W. Bruskewitz, Paul A. Byrne, Roberto de Mattei, David W. Evans, Joseph C. Evers, Cicero Galli Coimbra, David J. Hill, Michael Potts, Josef Seifert, D. Alan Shewmon, Robert Spaemann, Wolfgang Waldstein, Yoshio Watanabe, Walt Franklin Weaver, Ralph Weber.

Il libro è stato presentato il 13 dicembre scorso presso la sede del CNR, nel corso di un incontro a cui hanno preso parte alcuni degli autori, tra cui Rosangela Barcaro (bioeticista – CNR), Beckmann (giurista – Università di Wurzburg), Byrne (neonatologo – St. Vincent’s Medical Center – USA), Spaemann (filosofo – Università di Monaco).

«Mors est finis vitae: la morte non è solo “la”, ma è anche “il” fine della vita umana, il momento che ne svela il significato», osserva Roberto de Mattei, vice presidente del CNR, che ha curato il volume. «E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di trapianto. Tutto questo solleva problemi morali che possono essere risolti solo a condizione di “ridefinire” il concetto di morte».

«Un dibattito aperto che coinvolge sia ambienti laici che religiosi» aggiunge Rosangela Barcaro. Fino agli anni ‘60, si riteneva che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: respirazione, circolazione, attività del sistema nervoso. Ma nel 1968 una Commissione della Facoltà medica di Harvard propose un nuovo criterio fondato sulla definitiva cessazione delle funzioni dell’encefalo.

«I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun dato clinico-statistico relativo a pazienti. La morte cerebrale non è la vera morte» afferma Byrne, «eppure il criterio della morte cerebrale è stato accolto in tempi rapidi nella legislazione e nella pratica medica della maggior parte degli Stati del mondo».

Dagli anni ‘80, però, nel mondo scientifico hanno iniziato a diffondersi perplessità e dissensi sulla validità di tale criterio fondato sulla “teoria dell’integratore centrale”, secondo cui l’organismo, quando l’encefalo cessa di funzionare, si riduce a una collazione di organi, parti corporee non integrate funzionalmente. «Per mero interesse si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare morte le persone» accusa Byrne. «Per ottenere un cuore sano da destinare al trapianto non ci sono altri modi a meno che prelevarlo da un paziente vivo». Concorda Beckmann: «Il fatto che la dichiarazione di morte cerebrale come nuovo criterio di morte fosse pilotato da interessi non è una prova della sua inesattezza, però è un elemento da indagare».

La realtà clinica, inoltre, ha mostrato molti casi nei quali, alla cessazione irreversibile delle funzioni cerebrali, non è seguita la perdita del funzionamento integrato dell’organismo sottoposto a rianimazione. Obietta il neurologo pediatrico Alan Shewman: «Le lesioni cerebrali non causano la perdita della capacità, ma soltanto delle funzioni esercitate dal tronco encefalico».

«Un essere umano in stato di morte cerebrale non è un “cadavere”» aggiunge Bekmann, «sotto il profilo giuridico, non esiste una terza condizione dell’essere tra l’essere in vita o morti». «In nessun modo la medicina dovrebbe o può dire se la morte dell’organo “cervello” è di fatto la morte dell’essere umano. Ogni medico che ne parla lo fa come un medico che fa della filosofia, e non come dottore» afferma Josef Seifert, Rettore dell’Accademia Internazionale di Filosofia del Liechtenstein