Il premio Nobel allo scrittore turco Pamuk PDF Stampa E-mail
Martedì 30 Novembre 1999 00:00
CR n.964 del 21/10/2006


Il premio Nobel per la letteratura 2006 è stato assegnato allo scrittore turco Orhan Pamuk (Istanbul, 1952). L’anno scorso Pamuk, dopo aver rifiutato il titolo di “artista di Stato”, era stato incriminato dal governo turco per le dichiarazioni rilasciate a una rivista svizzera riguardanti il massacro di un milione di Armeni e trentamila Curdi da parte dei Turchi durante la Prima Guerra Mondiale.

Il processo, iniziato il 16 dicembre 2005, venne sospeso in attesa dell’approvazione del ministro della Giustizia e quindi archiviato – in seguito a numerose pressioni internazionali – con la motivazione che il fatto non costituisce reato per il nuovo codice penale. Nonostante ciò Pamuk rappresenta una figura scomoda in patria, tanto che un sottoprefetto di Isparta ha ordinato la distruzione dei suoi romanzi nelle librerie e nelle biblioteche. I titoli dei principali romanzi di Pamuk sono Il signor Cevdet e i suoi figli (1982 , ', ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' , ' ); Il libro nero (1990), che fu un caso letterario in Turchia; Il mio nome è rosso (2000), ambientato nella Istanbul del XVII secolo, tradotto in svariate lingue e vincitore di numerosi premi letterari. Del 2002 è Neve, il suo primo ro-manzo dichiaratamente politico, in cui si esplora il conflitto tra Islam e Occidente nella Turchia moderna.

Il New York Times lo ha giudicato tra i dieci migliori romanzi dell’anno. La trama segue le vicende del poeta Ka, che dopo dodici anni di esilio in Germania, torna in patria per un servizio su Kars, un tempo prosperosa città commerciale dell’Anatolia, oggi avamposto dell’integralismo islamico in cui sono fortissime le contraddizioni fra la Turchia moderna e le sue profonde radici islamiche. Qui il fanatismo ha spinto numerose studentesse universitarie ad uccidersi per protestare contro l’impedimento di indossare il velo in aula.

All’inizio del romanzo viene riportato il colloquio tra il Rettore dell’Università e un fanatico islamico, venuto da lontano appositamente per ucciderlo: «Lei è una persona molto stimata, un uomo di cultura, un intellettuale. Io purtroppo non ho potuto studiare. Ma ho studiato molto un argomento. Ed è di questo ar-gomento che voglio parlare con lei. (…) Professore, i giornali di Istanbul non scrivono che lei qui a Kars non fa entrare a scuola le nostre devote ragazze col velo.

Ma nella nostra bella cittadina abbiamo una ra-dio musulmana che si chiama Bandiera: ci informa dei luoghi in cui si compiono ingiustizie contro i fedeli». «Io non compio ingiustizie contro i fedeli: anch’io temo Dio». «Professore, se tu temi Dio, e se credi che il Corano sia la parola di Allah, egregio professore, dimmi allora anche che cosa pensi di quel bellissimo versetto, il trentunesimo versetto della Sura della luce».

«Questo versetto, sì, dice molto apertamente che le donne devono coprirsi il capo, anzi devono nascondere anche il viso». «Ha detto bene, è stato onesto, gra-zie professore! Allora posso farle una domanda? Come fa a conciliare il volere di Allah con il fatto di non accettarle a lezione?» «Non far entrare in aula, anzi a scuola, le ragazze col capo coperto è una disposizio-ne del nostro Stato laico». «Professore, scusi, posso farle una domanda: le disposizioni dello Stato sono superiori a quelle di Allah, professore? (…) Professore, così laicismo vuol dire mancanza di rispetto verso la religione?».

Quindi, prima di ucciderlo, lo costringe a leggere il testo della sentenza di condanna a morte, dimo-strando totale freddezza e completa convinzione di agire per volere divino. Il finale del romanzo sembra non lasciare altra soluzione che la prova di forza, con un putsch militare che pone fine alla prevaricazione delle scuole coraniche nei confronti della legge dello Stato.