In stato vegetativo da dodici anni risponde a una domanda dei medici

(di Danilo Di Diodoro su Corriere della Sera del 14-11-2012) Alcuni media inglesi, il quotidiano The Indipendent e la Bbc, riportano la notizia di un uomo canadese di 39 anni, Scott Routley, in stato vegetativo da 12 anni in seguito a un incidente, che sarebbe stato in grado di rispondere ad alcune domande dei medici, segnalando di non avere dolore fisico. Dato che Scott apparentemente non è cosciente, e inoltre non sarebbe in condizioni di rispondere verbalmente o attraverso gesti semplici (per esempio aprire o chiudere gli occhi a comando, o alzare un dito), la rilevazione delle sue risposte è stata effettuata attraverso la Risonanza magnetica cerebrale funzionale che ha colto variazioni a livello di alcune specifiche aree cerebrali del contenuto di ossigeno, a seconda del tipo di risposta che Scott avrebbe tentato di dare.

MENTE PENSANTE – La notizia è stata diffusa da Adrian Owen, scienziato inglese della Cambridge University, attualmente al Brain and Mind Institute della Western Ontario University canadese, durante “Panorama”, una trasmissione della Bbc. Sono anni che Owen lavora, assieme ai suoi collaboratori, alla ricerca di nuove modalità per l’esplorazione di possibili elementi di coscienza in pazienti in stato vegetativo. Alla Bbc ha dichiarato: «Scott è riuscito a mostrare di essere cosciente, un mente pensante. Lo abbiamo sottoposto all’esame più volte e il pattern della sua attività cerebrale dimostra che lui stava chiaramente scegliendo di rispondere alle nostre domande. Riteniamo che lui sappia chi è e dove si trova». Già nel 2006 il gruppo di Owen aveva pubblicato su Science un articolo nel quale chiedeva a un paziente in stato vegetativo di immaginare di giocare a tennis o di visitare una camera della sua casa, per tentare di cogliere le eventuali reazioni cerebrali con la Risonanza magnetica funzionale.

TEST PRECEDENTI – In uno studio successivo, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2010, la tecnica è stata applicata a 54 pazienti in stato vegetativo, ai quali è stato chiesto di immaginare di giocare a tennis per dire “sì” e di essere a casa per dire “no”. Solo cinque di questi pazienti sono sembrati in grado di modulare la propria attività cerebrale in maniera apparentemente volontaria. Test addizionali hanno mostrato che tre di questi pazienti davano segnali di possibile coscienza, e solo uno di loro sembrava rispondere a domande specifiche, sempre esclusivamente attraverso modifiche dell’attività cerebrale. In un altro studio, pubblicato nel 2011 sulla rivista Lancet, è stato utilizzato, invece della RMN funzionale, l’elettroencefalogramma, sempre per tentare di rilevare possibili risposte non verbali e non comportamentali in pazienti in stato vegetativo. Questo tipo di ricerche dunque non è una novità, anche se il dottor Owen, trasferitosi in Canada, ritiene ora di aver avuto una dimostrazione del tutto chiara della sua tecnica, proprio dal caso di Scott Routley.

COSCIENZA MINIMA – Secondo Morten Overgaard, della Cognitive Neuroscience Research Unit della Aalborg University danese, chiamato dalla prestigiosa rivista Lancet a scrivere un commento su queste ricerche, effettivamente sembrerebbero esistere prove che almeno alcuni pazienti in stato vegetativo siano coscienti. Tuttavia, avverte Overgaard, bisogna essere cauti, dal momento che pazienti diagnosticati come in stato vegetativo potrebbero aver ricevuto una diagnosi sbagliata ed essere invece in stati non vegetativi in senso stretto, come il cosiddetto stato di coscienza minima. Insomma la notizia delle risposte date da Scott, per quanto interessante perché allarga la possibilità di esplorazione dello stato di coscienza umana, e in particolare di quello specifico stato che è lo stato vegetativo persistente, deve essere inquadrata in tutto questo filone di ricerca che va avanti da anni, e nel quale ci sono ancora punti da chiarire.

ERRORI DIAGNOSTICI – Secondo la dottoressa Rita Formisano, primario dell’Unità post-coma dell’IRCCS Santa Lucia di Roma, quello di Scott «non è certo il primo caso, perché c’è da tempo una letteratura internazionale sull’argomento. Si sa che il confine tra stato vegetativo e stato di minima coscienza è sfumato. In oltre il 40 per cento dei casi ci possono errori diagnostici, per cui si crede che si tratti di pazienti in stato vegetativo, quando si tratta invece di pazienti in stato di minima coscienza. È sempre necessario fare valutazioni prolungate da parte di osservatori esperti che facciano anche molta attenzione ai racconti dei familiari. Di solito viene sottovalutato il parere di familiari che possono aver osservato piccole risposte emozionali che il paziente può dare loro, ma che non sempre dà agli operatori. Ed è per questo che è importante che le unità post-coma siano aperte ai familiari. La mia opinione è dunque che facciano clamore quei casi che verosimilmente avevano un’etichetta diagnostica non corretta. Comunque, quando un paziente risulta in grado di comunicare funzionalmente deve essere ridefinito come un paziente che non è in stato vegetativo».

NUOVE TECNICHE – Oggi la comunità scientifica dispone di diverse tecniche neurofisiologiche che può utilizzare: «Nel nostro istituto – dice ancora la dottoressa Formisano – abbiamo un progetto che studia le potenzialità della Brain computer interface, un EEG con potenziali evocati evento correlati, durante il quale si danno stimoli emozionali significativi al paziente e si cerca di correlarli a possibili aree cerebrali di attivazione, anche se per ora questa tecnica viene applicata solo a pazienti coscienti con altre patologie, come la sclerosi laterale amiotrofica».

Danilo Di Diodoro

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