Il Veneto abbraccia la teoria del gender?

famiglia-moderna(di Lupo Glori) Hanno fatto scalpore le dichiarazioni rilasciate lo scorso 3 settembre dalla Ministra per l’integrazione Cécile Kyenge alla mostra del Cinema di Venezia, con le quali quest’ultima si è detta d’accordo, in nome delle “pari opportunità”, ad eliminare gli obsoleti termini “padre” e “madre” dai moduli scolastici per sostituirli, con dei più moderni e inclusivi, «genitore 1» e «genitore 2».

In realtà le esternazioni della Ministra si riallacciano alla proposta avanzata, qualche giorno prima, dalla neo-delegata ai diritti civili per il Comune di Venezia, Camilla Seibezzi, la quale, volendo chiarire la bontà della sua proposta, aveva dichiarato che, «le parole sono importanti perché diventano prassi e entrano nella vita di tutti i giorni , (…), abbattere gli stereotipi e valorizzare i diritti civili si può e per farlo è necessario cominciare dal basso, con azioni politiche che incidano sulla pratica quotidiana».

La stessa ha, quindi, affermato che il suo operato politico sarà caratterizzato da «azioni concrete con cui “decostruire” gli stereotipi di genere, di etnia, di religione, di orientamento affettivo e sessuale». Nei giorni successivi, in seguito alle polemiche suscitate, la delegata ai diritti civili ha tenuto a precisare che non ci sarà nessun numero e quindi nessun «genitore 1» o «genitore 2» ma semplicemente un generico «genitore» e ha rivendicato le sue ragioni sottolineando come, «si tratta di utilizzare un termine che sia onnicomprensivo e adeguato a rappresentare tutti i tipi di famiglia, (…), tutte le famiglie hanno pari dignità, siano esse composte da un unico genitore, da una coppia eterosessuale o omosessuale, da genitori adottivi o genitori affidatari».

In difesa della delegata ai diritti civili si è, prontamente, schierata, come prevedibile, l’associazione di genitori omosessuali “Famiglie Arcobaleno”, che in un comunicato ha affermato come la proposta della Seibezzi, «mira a raggiungere obiettivi ormai consolidati in Paesi a noi vicini geograficamente e culturalmente. I moduli comunemente adottati oggi in Francia per richiedere un certificato di nascita non prevedono che si indichi la madre e il padre, ma semplicemente i genitori».

Da parte sua, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, appresa la notizia, si è detto stupito riguardo l’azzardata proposta della sua neodelegata; tuttavia, viene da chiedersi, cos’altro poteva aspettarsi il sindaco, da una responsabile con un incarico alla tutela dei “Diritti Civili, Politiche contro le discriminazioni e Cultura LGBTQ”? L’agenda politica in materia LGBTQ del comune di Venezia, come riportato sul proprio sito web, proseguirà nei prossimi mesi di ottobre e novembre con due corsi di formazione specifici, dai titoli inequivocabili, “Maestra, io ho due mamme”, “E io ho due papà”, rivolti agli educatori degli asili nido e delle scuole materne con gli obiettivi di «aumentare le informazioni relative alle nuove tipologie di famiglie in Italia, accrescere la conoscenza sulle famiglie omosessuali e i loro bambini, (…), perfezionare le pratiche educative affinché siano più inclusive dei bambini che vivono in famiglie non tradizionali».

L’operato del comune di Venezia, in ambito di propaganda omosessualista, si inserisce, tuttavia, in un più ampia strategia di diffusione della cultura LGBT a livello regionale, nonostante il Veneto sia governato, dal 2010, dal centro-destra con il leghista Luca Zaia. Il primo atto concreto di tale strategia è stato, nel febbraio 2012, l’approvazione all’unanimità, da parte del consiglio regionale del Veneto, di una mozione che impegna la Regione a prevenire e combattere ogni forma di discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

La mozione, di cui il primo firmatario è stato Pietrangelo Pettenò, come riporta il “Mattino di Padova” dell’8 febbraio 2012, impegna altresì la giunta veneta «a far sì che la giornata mondiale contro l’omofobia abbia nel territorio regionale un’adeguata risonanza e veda il massimo coinvolgimento delle istituzioni, e a dare vita ad iniziative destinate a sensibilizzare l’opinione pubblica verso la cultura delle differenze, la prevenzione e la condanna degli atteggiamenti e dei comportamenti di natura omofobica e transfobica».

Lo stesso governatore Zaia, lo scorso 18 giugno 2013, nel pieno del dibattito attorno alla legge sull’omofobia, si era schierato a favore di quest’ultima affermando, come riporta sempre “Il Mattino di Padova”, «basta con i rigurgiti omofobi nel partito: sono voci fondamentaliste che non rappresentano il movimento».

La teoria del “gender” affonda le sue radici remote nella rivoluzione sessuale sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dagli anni Cinquanta in seguito alla pubblicazione dei cosiddetti Rapporti Kinsey (dal nome del suo autore, il dott. Alfred Kinsey). Oggi una delle sue voci più note è la “filosofa” neo-femminista americana Judith Butler, autrice di un’opera “Gender Trouble” (1990), divenuta, malgrado il suo complesso ed artificioso linguaggio, un classico del pensiero di genere. Come scrive la prof. Laura Palazzani, nel suo studio Sex/gender: gli equivoci dell’eguaglianza, il punto di partenza dell’analisi della Butler, «è il rifiuto di ogni elemento dato, preesistente e naturale quale costitutivo di un’essenza eterna e immutabile, alla base dell’identità soggettiva (…) in questa prospettiva non è il gender che deriva dal sex (come secondo il determinismo biologico), ma, al contrario, il gender che produce il sex». Gli stereotipi classici di mascolinità e femminilità vengono negati, in quanto mere e insignificanti costruzioni sociali, e al tradizionale sesso biologico fa posto il nuovo sesso sociale o psicologico.

In quest’ottica non si parla più di “identità sessuale” ma di “orientamento sessuale”, il quale assumerà direzioni diverse, eterosessuale, omosessuale, transessuale e chissà cos’altro, a seconda del contesto socio-culturale all’interno del quale si troverà a crescere e svilupparsi ciascun individuo.

Le richieste, della Seibazzi prima e della Keynge poi, sono pretese coerenti con il pensiero gender di cui si fanno promotrici; come insegnano la Spagna di Zapatero e la Francia di Hollande, tale ideologia è riuscita a incidere profondamente, attraverso le leggi, sul tessuto sociale, stravolgendo il diritto di famiglia tradizionale. Le leggi non sono mai neutrali, la loro funzione è quella di “educare” i cittadini e, inevitabilmente, hanno delle conseguenze logiche sul contesto socio-culturale nel quale vengono attuate. Lì dove sono state introdotte, non si parla più, quindi, di “marito e moglie” ma di “congiunti” e le parole “padre e madre” hanno lasciato il posto, a seconda dei casi, a “genitore 1 e genitore 2”, “responsabile legale 1 e responsabile legale 2” e così via. Fa parte dell’azione strategica di tale pensiero utilizzare la forza persuasiva del linguaggio  introducendo nel dibattito nuovi termini ambigui come la parole: «parentalità», «genitorialità», «co-genitorialità» e «omo-genitorialità». La tradizionale filiazione biologica lascia il posto alla filiazione giuridica o alla filiazione sociale.

Tutto questo non avviene in maniera spontanea e incontrollata. Dietro alle rivendicazioni legislative del movimento LGBTQ, che vanno dal riconoscimento del matrimonio gay fino alle adozioni per coppie omosessuali, esiste un preciso piano ideologico che mira, attraverso una rivoluzione antropologica, a trasformare, se non a sradicare del tutto, le strutture tradizionali alla base della nostra società. Non è difficile però intravedere i traumi e i conflitti incombenti su di una società che ha smarrito la coscienza morale e le cui leggi civili si allontanano sempre più dalla legge naturale. (Lupo Glori)

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