Il ruolo della Banca Centrale Europea nella crisi economica

Banca Centrale Europea(di Danilo Quinto) Gli ultimi dati sulla disoccupazione in Europa, sono quelli diffusi dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre: dall’inizio della crisi economica al mese di giugno 2014, nell’Unione europea il numero dei disoccupati è stato di 8,5 milioni, dei quali 7,17 milioni appartengono all’area dell’euro e 1,35 milioni a Regno Unito, Danimarca, Polonia e Svezia. In totale, i disoccupati sono 25,5 milioni, con un tasso di disoccupazione quasi del 12%, aumentato del 61,1% in Ue e del 50% nella zona euro negli ultimi 7 anni.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, nei giorni scorsi, ha citato proprio alcune regioni del Sud Europa – insieme a quelle del Nord Africa – al fine di esemplificare uno dei mali maggiori della realtà contemporanea, la disoccupazione giovanile, «un problema sociale cronico», ha detto.

Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – durante la riunione del Comitato per lo sviluppo della Banca mondiale – ha ammesso che il più serio problema da affrontare a livello globale è quello della diseguaglianza sociale, «cresciuta a livelli senza precedenti». Per combatterla, sarebbe necessario «aggiustare la composizione dell’offerta di lavoro investendo in educazione e capacità professionali, non solo per i giovani, ma anche attraverso un processo formativo che duri tutta la vita. In un ambiente che cambia rapidamente consentire ai lavoratori di adeguarsi flessibilmente ai cambiamenti e acquisire le necessarie competenze professionali».

Come? Fornendo incentivi alle imprese e investendo. Dal canto suo, Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, sottolinea da tempo che è proprio il problema del lavoro quello centrale e chiede ai Governi di «imprimere slancio al processo legislativo e attuativo delle riforme strutturali, per quel che riguarda i mercati dei beni e servizi e del lavoro, nonché gli interventi volti a migliorare il contesto in cui operano le imprese» e chiede – almeno così hanno intitolato i giornali – che «gli elettori caccino i Governi inerti sul lavoro». Lo stesso Draghi, si rende sicuramente conto dei limiti posti all’istituzione che egli governa, definiti dai trattati di Maastricht e di Lisbona. Il mandato della Bce è esclusivamente quello di definire la politica monetaria e la stabilità finanziaria e non prevede il suo coinvolgimento nelle questioni di questioni di politica strutturale, fiscale o di bilancio, che appartengono alla libera decisione e prerogativa dei Governi.

Lo stesso Governatore della Banca d‘Italia, Ignazio Visco, ha sottolineato recentemente che «la Bce è un organo tecnico, non eletto, che non rappresenta nessuno e che ha il compito della stabilità monetaria».  Da questo punto di vista – pur comprensibili rispetto all’inerzia di molti Governi europei rispetto alla crisi economica così prolungata – hanno suscitato clamore e posto una serie di dubbi le dichiarazioni di Draghi: «È probabilmente giunto il tempo di iniziare a condividere la sovranità a livello europeo anche per quanto riguarda le riforme strutturali», aggiungendo la necessità di «fare sul piano delle riforme strutturali quello che è stato fatto a livello di bilancio». Il discorso che fa Draghi è chiaro: sembra dire che la BCE ha fatto negli ultimi tempi quanto era necessario per frenare lo svilupparsi della crisi.

Ora, occorre fare anche altro. Investimenti e riforme strutturali. I dubbi riguardano il fatto che la richiesta di «cessione di sovranità» non è ricevibile, nel contesto delle norme che governano il ruolo della sua istituzione. Questo è il punto da dirimere politicamente e spetta ai Governi europei fare una scelta: perseverare o meno nell’affidarsi ad un «organo tecnico» che non solo decide le sorti della moneta comune, ma vuole indicare anche le strade politiche da praticare. (Danilo Quinto)

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