Il profilo del perfetto militante “gay”

Gay-Pride-Torino-2015

(di Tommaso Scandroglio) Quale è il profilo del militante gay? Non stiamo parlando della persona omosessuale che vive nel privato la propria condizione di omosessuale indifferente alle lotte culturali e politiche che si accendono fuori dalla sua camera da letto. Stiamo parlando dell’attivista arcobaleno, di quello che scrive, parla, manifesta per i cosiddetti diritti civili, di quello che aspetta il varo della legge Cirinnà come i neri d’America aspettavano la fine della schiavitù.

L’identikit del perfetto gay militante potrebbe essere composto dai seguenti segni particolari.

  1. L’ideologia. È il primo aspetto, forse il più importante e il più evidente. Il discepolo del credo omo non vede la realtà per quello che è, ma è arcigay convinto che ce ne sia un’altra, una realtà costruita a tavolino pensata per sostituire quella naturale. Chiamasi razionalismo. E così non c’è maschio e femmina, ma il gender; non c’è un solo orientamento sessuale naturale, ma molteplici; non c’è una sola famiglia, ma una infinità di modelli familiari; non è vero che il bambino ha bisogno della figura maschile e femminile per crescere, ma solo di un puro affetto asessuato. Se la realtà si ribellerà allora occorrerà farle guerra.
  2. Il gay bifronte. La precedente caratteristica ci traghetta ad un aspetto che ormai si è ben cristallizzato nelle comunità gay. Il militante arcobaleno presenta due volti: quello livoroso e quello gaio al limite della macchietta. I gay si sono infilati in un cul de sac da cui sarà difficile uscire. Da una parte mostrano un aspetto bellicoso: pronti a lanciare fatwa contro chiunque sia dissenziente, a bollare come omofobi i renitenti, ad attaccare fisicamente le Sentinelle in Piedi, a boicottare i prodotti degli imprenditori poco gay friendly, ad urlare da ogni blog o gazebo esistente tutta la loro indignazione e frustrazione, a colpire con attacchi hacker i siti pro family. È l’invasore minaccioso di un Paese che non è in guerra, non perché pacifico ma perché imbelle. Dall’altro ostentano una spensieratezza che sa di plastica, cioè finta perché forzata, sguaiata e carnascialesca. È la vacua vaporosità tutta colori fucsia e lustrini dei gay pride. Una fluorescenza fatua e frivola da luna park, senza consistenza. Il tutto immerso a bagnomaria in un erotismo dal gusto lascivo e provocatore, sfoggiato senza riserve e pudore. I gay allora cadono spesso nell’errore di essere la peggior caricatura di loro stessi.
  3. Il normalizzatore. Questa scissione schizoide tra l’iroso e il goliardico è forse l’aspetto che risulta più scostante alla gente comune. Proprio per questo motivo chi sta in cabina di regia sta tentando di eliminare tale doppiezza antitetica, cercando di avvicinare questi due poli estremi per normalizzare il più possibile la figura dell’omosessuale. L’intento – anche se appare paradossale – è quello di rendere borghese il gay, di civilizzarlo, di renderlo meno selvatico. Che il gay sia urbano e non più bombarolo ed eccentrico, che non si riesca più a distinguerlo nella massa perché ormai mimetizzato perfettamente. Caso paradigmatico è proprio il “matrimonio” gay che nell’immaginario collettivo rivoluzionario è l’istituzione più borghese che esista.

Ecco allora far vedere in TV la coppia lesbica con tanto di bambina che gioca sul tappeto di casa per dire che è una “famiglia normale”, ecco l’inserimento a pioggia di personaggi gay nei film e soprattutto nelle fiction, ecco il racconto sui giornali di storie drammatiche o liete, ma sempre normali, di persone che – così viene venduto in modo subliminale – sono accidentalmente omosessuali. Ora stiamo ancora vivendo la fase in cui l’omosessualità è un tratto distintivo da tutelare e custodire come ricchezza, un aspetto che nella battaglia ideologica deve essere messo in risalto.

Domani dovrà finire dietro le quinte perché ormai assimilato dalla coscienza popolare, assorbito come normale. L’omosessualità dovrà diventare come l’aria che respiriamo, impregnata di polveri sottilmente gaie che nessuno si accorgerà di respirare. E ciò che è normale non merita le prime pagine dei giornali, né discussioni al calor bianco in Parlamento. Il fine dei signori Cirinnà, Scalfarotto e Fedeli è quello di non parlare più di omosessualità perché il problema sarà risolto una volta per tutte. Così come è ormai accaduto per divorzio, aborto e fecondazione artificiale.

  1. Il massimalista. Il gay di oggi era il comunista radicale di ieri. Ha imparato bene la strategia mercantile la quale insegna che devi chiedere 100 per avere 10. Ecco quindi che pretende il “matrimonio” omosex, la possibilità di adottare ed avere figli propri con l’utero in affitto, rappresentanze in parlamento con quote arcobaleno, etc. Richieste massimaliste ad una società nichilista.
  2. Lo scardinatore. L’attivista gay è il precipitato perfetto del rivoluzionario per antonomasia. Mandati in soffitta Dio e la Chiesa, l’attuale rivoluzione è quella che riguarda la legge naturale inscritta nel cuore di ogni uomo. Il militante gay allora è lo scardinatore antropologico più efficace che c’è sulla piazza postmoderna di oggi perché capace di portarsi a casa risultati importanti su più fronti. Infatti in un colpo solo sta demolendo la sessualità, la famiglia, l’ordine naturale-biologico (vedi utero in affitto e fecondazione eterologa) e sta adagiando i bambini in una culla imbottita di disagi e sofferenze facendoli crescere in un ambiente non adatto alle loro esigenze.
  3. Portatore di una nuova Weltanschauung. Il militante gay, come abbiamo detto, sbarca in un mondo che non è suo, perché ogni cosa di questo mondo richiama la differenza sessuale e l’attrazione reciproca uomo-donna. È un mondo quindi che deve essere rifatto da capo a piedi secondo le linee di indirizzo omo: libri, film, abbigliamento, locali e pubblicità gay; leggi ad hoc; identità anagrafiche gender; lezioni scolastiche contro la discriminazione; giocattoli sessualmente neutri; toilette per i transgender; acquisizione alle causa di attori, sportivi e politici, etc.Un lavoro mastodontico di ripittura fin nei minimi dettagli di una realtà colorata di azzurra e rosa. Questo comporta un sistema filosofico non improvvisato, bensì una costruzione di una visione del mondo unitaria, cosa in sé, non contraddittoria, articolata e ben organizzata. Quasi fosse un organismo vivente, appunto una Weltanschauung, cioè un’idea strutturata di un mondo nuovo che sta per nascere. Dopo ovviamente che avrà ucciso quello vecchio. (Tommaso Scandroglio)
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