Il pragmatismo. P. Alfonso M. Bruno, FI e i suoi compagni

p.Alfonso_Bruno(di Gianpaolo Del Buono) Viviamo un momento ecclesiale in cui l’azione, il fare, la pastorale, sono ritenuti più necessari dell’essere, della verità, della dottrina. Siamo ammalati di pragmatismo. Nei ragionamenti, se pur ci sono, si parte dal fare che non va o dal fare da progettare, e poi, solo dopo, si pensa all’essere, alla realtà com’è in se stessa.
Tradotto in termini pastorali ciò è veramente fatidico: sarà la prassi a illuminare la dottrina; è, difatti, l’azione che muove la verità o meglio che l’assorbe fino a diluirla nel mare dell’esserci qui ed ora. Non pensiamo come essere, come vivere per piacere a Dio, ma ad esserci, ad apparire, ad essere protagonisti, a rendere anche altri protagonisti del nostro comparire sulla scena di questo mondo.

La logica del fare, che precede e programma la verità, fino a renderla verità in processo, in un perenne divenire, verità in cammino, come si ama ripetere, è uno scacco alla fede. Non perché la fede non preveda ed esiga anche un’applicazione pratica, una programmazione pastorale, ma per il fatto che prima bisogna essere e poi, solo dopo, si può camminare.

Il cammino, il movimento, non può precedere la fede o anche solo, come accade oggi, congelarla per un momento, fino a quando avremo trovato il modo giusto per porgerla. Non si può lasciare la fede in un certo “immobilismo dogmatico” in attesa di trovare il modo migliore per farla conoscere: la fede prima o poi viene assoggettata alle regole della prassi, al flusso del divenire, e inizierà anch’essa a cambiare. Non perché cambi in sé o la si voglia intenzionalmente far cambiare, ma perché sarà semplicemente posta sul carro delle sperimentazioni e inizierà anch’essa ad essere sperimentata. Decidere di volta in volta se conviene o no dirla, e dirla integralmente, significherà decidere di non dirla o di dirla parzialmente. Ma il non dirla, o l’averla detta parzialmente, sarà come averla detta negandola, o almeno aver posto i presupposti della negazione, perché il processo del fare la travolgerà nel non detto dei gesti, dei segni, delle parole, che si moltiplicano senza più un centro, senza la verità. Le parole si moltiplicano, ma la verità non è detta.

Le parole, le molte parole, soppiantano la verità, la quale viene appunto diluita nelle parole e nei gesti, fino a non sapere più cosa essa sia in se stessa. Questo è l’inganno del pragmatismo. La verità prima è messa in un cantuccio, poi è dimenticata; finalmente sarà il solo ricordo soggettivo della verità dei tanti ad essere la nuova verità.

Oggi, nella Chiesa, non è un problema pastorale ricevere la comunione sulle mani; non è un problema la profanazione dell’Eucaristia. Il vero problema da risolvere è unicamente e ancora la mancanza di scienza dei fedeli nel saper posizionare le mani nel modo giusto per fare la comunione sulle mani. Pastorale è insegnare ai fedeli a mettere le mani in modo corretto. Se mancano i preti e il celibato si vede stringente, cosa si fa? Pensiamo subito al fatto che non è un’istituzione di diritto divino e vediamo ciò che si può “fare” per sopperire all’indigenza vocazionale.

I conventi si svuotano. Si potrebbe pensare a una pastorale per poterli riempire di nuovo. E invece qual è la proposta? Riempiamoli di rifugiati, «la carne di Cristo». Una domanda però sorge: se i rifugiati sono la carne di Cristo, il corpo di Cristo, invece, che è l’Eucaristia, cosa sarà? La carne dei rifugiati? Ecco come una prassi cambia la fede o la può cambiare, nel tempo. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

In questo processo del fare senza l’essere, dell’apparire senza la verità, si colloca l’azione di P. Alfonso Bruno, FI, dei suoi discepoli e dei suoi suggeritori. Lui ormai è il “salvatore” che cerca di far rinsavire l’Istituto dei FI e di riportarlo all’ovile del sentire cum praxe: sentire con la prassi. Il reato più vistoso che hanno commesso i frati con il loro Fondatore è di aver celebrato la S. Messa secondo la forma più antica del Rito romano e così di aver imboccato irreversibilmente la via del tradizionalismo; quella Messa, una forma stramba non allineata allo scorrere attuale del flusso ecclesiale, oltretutto foriera di una “mentalità tridentina”. Ecco il delitto gravissimo!

Come fare per riportare tutti all’unità? Eliminiamo la celebrazione della S. Messa, riserviamola ai nostalgici del passato. Ma noi, direbbe P. Bruno, smettiamola di dover ragionare partendo dalle cose in sé, dalla Messa com’è in se stessa; smettiamola di partire dal dogma per illuminare la pastorale. Che male c’è, abbiamo la S. Messa nuova.

È vero. Ma il solo problema è che tagliando il legame con la perenne tradizione liturgica della Chiesa si recide anche la ragione più intima della Messa nuova: diventa una Messa senza più radici. L’illusione pastoral-pragmatica di risolvere i problemi senza la verità è lo scacco più grande allo stesso problema che si vuole risolvere. Bisogna partire dalla verità.

Però, il pragmatismo è un gioco che favorisce la propria visibilità nel mondo dell’apparenza. Pragmatismo diventa sinonimo di protagonismo. Quando si pensa solo al fare, presto ciò diventa solo apparire, mettere al centro se stessi, curare la propria visibilità mediatica. Una visibilità che però può divenire anche totale esposizione di sé fino a far apparire i lati più nascosti o oscuri di sé.

Sembra che P. Bruno in tutte le risposte che dà, nelle sue interviste, sul sito ufficiale dei FI, commissariato e ormai piattaforma per la sua rivincita, non miri ad altro che a presentare un’immagine di sé: non dell’uomo dalla doppia faccia come viene dipinto dai tradizionalisti, ma l’uomo dell’equilibrio, della conciliazione, del saper fare. Proprio questo dimostra la tesi di partenza: non è importante la verità, l’essere, la tradizione liturgica della Chiesa, ma il proprio apparire. Chi di comunicazione vive e colpisce di comunicazione perisce.

Gianpaolo Del Buono

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