Il Papa auspica nuovo modello economico e fine della dittatura del relativismo

(su News.va) E’ stato pubblicato e presentato oggi il Messaggio di Benedetto XVI per la 46.ma Giornata Mondiale della Pace che sarà celebrata il prossimo primo gennaio sul tema: “Beati gli operatori di pace”. I contenuti del testo in questo servizio di Sergio Centofanti.
Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2013 si presenta come una breve sintesi della Dottrina sociale della Chiesa e una piccola guida per l’impegno sociale e politico dei cattolici. Il Papa propone il programma delle Beatitudini per superare il male che sconvolge il mondo: i “sanguinosi conflitti ancora in atto”, le nuove “minacce di guerra” e “i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato”. Poi, oltre al terrorismo e alla criminalità internazionale, “sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione”. E c’è il dramma della fame: la crisi alimentare – afferma con forza – è “ben più grave di quella finanziaria”. Non dimentica le crescenti violazioni della libertà religiosa: “purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana – sottolinea – si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo”. E ricorda che continuano ad essere calpestati il diritto alla vita, la famiglia e, oggi sempre di più, i diritti sociali.
Di fronte a questa situazione, il Papa invita a vivere le Beatitudini evangeliche per costruire una società “fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia”. “Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse – osserva – appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà”. Ma, al contrario, sono quelli che fanno a meno di Dio che si illudono di costruire la pace con le loro strategie umane. Senza Dio, infatti, prevalgono alla fine sempre i “criteri di potere o di profitto”, ovvero “il peccato in tutte le sue forme: egoismo, e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste” .E’ l’Io che si pone al di sopra di Dio. Per questo, rileva il Papa, “precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo”. Solo in questo modo la pace diventa possibile: non è più “un sogno” né “un’utopia”, né, tantomeno, una “falsa pace”.

La vera pace è “dono di Dio e opera dell’uomo”. E’ pace con Dio, pace con se stessi, pace con il prossimo e con tutto il creato.
Il Papa propone un “nuovo modello economico” che rimpiazzi “quello prevalso negli ultimi decenni” che teorizza “la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività”. Si tratta di un “nuovo modello di sviluppo” che si basi sulla fraternità e la condivisione, sulla gratuità e la logica del dono: occorre “sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni”, è “andare al di là del proprio interesse”. Un modello possibile solo se si riconosce “di essere in Dio, un’unica famiglia umana”.
La critica di Benedetto XVI all’attuale modello economico è molto forte: “le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento” presso l’opinione pubblica “che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali”. Il Papa lo ribadisce: “questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici”.
Tra i diritti sociali “oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro” – scrive Benedetto XVI che denuncia: “sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati” con la motivazione che “lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari”. Il Papa rovescia questa visione affermando che occorre “perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti” e per questo sono necessarie “coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti”, in particolare per dare un futuro alle nuove generazioni.
Il Messaggio pontificio rileva quindi la necessità di una “strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri”. C’è poi la denuncia che l’attuale crisi alimentare è connessa anche “alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei Governi e della Comunità internazionale”. Il Papa, che già in passato aveva proposto un rilancio strategico del settore agricolo come uno dei punti importanti del nuovo modello economico, chiede di sostenere il mondo rurale.
Altro richiamo forte di Benedetto XVI è il rispetto della vita dal concepimento sino alla sua fine naturale: “chi vuole la pace – afferma – non può tollerare attentati e delitti contro la vita. Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana” e sostengono la liberalizzazione dell’aborto, “forse non si rendono conto” che in tal modo cercano “una pace illusoria”. “La fuga dalle responsabilità” e “tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente – scrive il Papa – non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace – si chiede – senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri?”. Altrettanto forte l’appello, nel Messaggio, a riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza “nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia”.
“Anche la struttura naturale del matrimonio – aggiunge – va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale”.
“Nessuno – afferma il Papa – può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico”. “La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace”. Inoltre – sostiene – “bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore”.
“Questi principi – ribadisce – non sono verità di fede”, ma sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa”.
“Una missione speciale nei confronti della pace – rileva ancora – è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali”.
Il Papa lancia un appello “a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale”. E’ necessario promuovere e diffondere “pensieri, parole e gesti di pace” perché creano “una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza”. Occorre una “pedagogia del perdono”, dire no alla vendetta, vincere il male con il bene e avere “compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza”. Tutto ciò – sottolinea – non un’utopia ma è “un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana”.
“La Chiesa – conclude il Papa – è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace”. “L’operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell’altro, il bene pieno dell’anima e del corpo, oggi e domani”.

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