Il lascito di Giorgio Napolitano

maxresdefault(di Danilo Quinto) Sette mesi fa, dopo la cerimonia di beatificazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II a San Pietro, il Presidente della Repubblica compì un inusitato gesto politico. Disse: «Nel salutare il Pontefice, a conclusione della storica cerimonia in San Pietro, ho voluto ringraziarlo per il generoso gesto della sua telefonata di qualche giorno fa a Marco Pannella, che si espone anche ad un grave rischio per la sua salute per perorare la causa delle migliaia di detenuti ristretti in condizioni disumane in carceri sovraffollate e inidonee». Lo scorso 2 gennaio, Napolitano ha ripetuto il gesto politico, ringraziandolo per le parole dette in occasione della Giornata Mondiale per la Pace. Ha sottolineato che rispetto al fenomeno della riduzione in schiavitù – evocato dal Papa – “sul piano politico, l’attenzione deve essere rivolta in primo luogo alle politiche del lavoro e all’istruzione, che costituiscono gli strumenti fondamentali per costruire una società più giusta e rispettosa dell’uomo. Altrettanto deciso deve essere lo sforzo nella lotta alla criminalità nelle sue svariate forme, dallo sfruttamento della prostituzione alla pratica del lavoro nero, dalla corruzione al traffico di esseri umani”.

Due esempi che confermano il tratto distintivo dei nove anni di Presidenza della Repubblica di  Napolitano, che ha saputo, con grande maestria, frantumare definitivamente il ruolo “neutro” del Presidente della Repubblica, incidendo profondamente nella dialettica tra Parlamento e Governo e supplendo ad una crisi della politica inedita e per certi versi irreversibile. Da questo punto di vista, Napolitano è stato protagonista di un paradosso: da strenuo difensore del sistema dei partiti – di cui ha fatto parte dal dopoguerra ad oggi – una larghissima parte della cosiddetta società civile l’ha considerato il “suo”, a tratti unico, punto di riferimento. Spesso è addirittura sembrato che la sua azione volesse rivendicare una supremazia di quella società civile che lo ha individuato come suo paladino rispetto alla società politica. Per poi accorgersi – si fa per dire – solo alla fine del suo mandato, che esiste, grande quanto una casa, un problema analogo nei “due mondi”. Infatti, nel cuore del suo messaggio di fine anno, il Presidente, dopo aver ammesso che l’andare avanti tra alti e bassi “è il solo modo di garantire all’Italia stabilità politica e continuità istituzionale e di affrontare su larghe basi unitarie le più gravi patologie di cui il nostro paese soffre”, ha sostenuto che la corruzione  è “capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto: gli inquirenti romani stanno appunto svelando una rete di rapporti tra ‘mondo di sotto’ e ‘mondo di sopra’. Sì, dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società. E bisogna farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna. Solo riacquisendo intangibili valori morali la politica potrà riguadagnare e vedere riconosciuta la sua funzione decisiva”.

Parole che stridono non poco con le sue stesse scelte di questi anni, nel corso dei quali ha dato tre incarichi di formare il Governo ad altrettante personalità (Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi) che non avevano conseguito alcuna legittimazione popolare. Aggiungendo, nel primo caso, la nomina a senatore a vita di un Presidente del Consiglio che altrimenti non avrebbe verosimilmente accettato l’incarico. Il “lascito” di Napolitano è anche questo, insieme a quello di aver consegnato il Paese – attraverso il passaggio dello scellerato “patto del Nazareno” tra Renzi e Berlusconi, i cui contenuti sono tuttora ufficialmente ignoti – ad un Presidente del Consiglio che non ha, per ora, alternative e che di “promessa” in “promessa” sta trascinando l’Italia in un baratro. (di Danilo Quinto)

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