Il femminismo: una cultura che ha voluto togliere la donna dalla donna

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(di Cristina Siccardi) Alcuni psicanalisti affermano, con ragione, che la figura paterna nell’età postmoderna è «evaporata». Tuttavia non vi è bisogno degli esperti per comprendere tale verità. Ma qual è la causa di questa evaporazione? La rivoluzione femminista è stata determinante nel mutamento del ruolo del capo famiglia. Il percorso è stato, ancora una volta, anticristiano.

Il Basso ed Alto Medioevo fu il periodo in cui la donna ebbe i riconoscimenti più alti e ciò perché non vi era alcun antagonismo fra uomo e donna. La tesi per cui uomo e donna devono essere uguali (perdendo tutta l’armonia e la bellezza della loro diversità e complementarietà) deriva da un pensiero laicista che si ribella alle leggi divine; da un pensiero sorto dall’Illuminismo in poi, che ha visto nella Chiesa un potere da attaccare ed abbattere, portando in tal modo l’Europa a rinnegare le sue radici cristiane.

Nel mondo animale tutto ha un ordine ed un’armonia; un rapporto di forze fra specie diverse per la sopravvivenza, senza antagonismo e concorrenza fra maschi e femmine della stessa specie. Così dovrebbe essere anche per gli umani, creati, addirittura, ad immagine e somiglianza di Dio. L’antagonismo fra uomo e donna sorge proprio dalla ribellione alle leggi di natura inscritte nel creato e, dunque, alle leggi divine. Ecco, dunque, nascere fra i due sessi disagio, divisione, frammentazione, schizofrenia e volontà di disordinare ciò che è ordinato per essenza. Proprio con il Vangelo e il Cristianesimo abbiamo la valorizzazione del ruolo femminile all’interno del creato.

Nel Medioevo, dove vigeva la coscienza che l’Universo apparteneva a Dio, e in terra, nella civiltà cristiana, dominava il Regno di Cristo Re, non ci si preoccupava della parità dei sessi, ma si esercitava la forza dell’essere maschi da una parte e la forza dell’essere donne dall’altra, in un completamento scambievole ed omogeneo fatto, al di là delle eccezioni, di scambievole rispetto. Regine, aristocratiche e badesse potevano assurgere a livelli di grande potere e di alta responsabilità.

Proprio da questo sentire profondamente cristiano (che ha le sue origini nell’eccelsa dignità donata da Dio a sua Madre) nascerà nel Medioevo il grande rispetto culturale nei confronti della donna (si pensi al tempo dell’ «Amor cortese» e del «Dolce stil novo»), considerandola per quello che è: dotata, di natura propria, di maggior elevazione spirituale rispetto a quella dell’uomo. A questa visione non sono estranei influssi filosofico-religiosi della Scolastica medievale: il pensiero di San Tommaso D’Aquino, il misticismo di San Bonaventura, nonché le riflessioni di Aristotele.

Sarà Dante Alighieri ad offrire questa connotazione profondamente spirituale della dimensione femminile, in grado di guidare l’anima dell’uomo verso la purificazione, per essere più degno dell’Amore di Dio. Si pensi al ruolo catartico e di guida assunto da Beatrice. Diametralmente opposta l’ideologia femminista, concentrata tutta sull’immanente.

Il femminismo prese le mosse già agli albori della Rivoluzione Francese. Le assemblee incaricate di eleggere i deputati agli Stati Generali presentarono all’Assemblea Rivoluzionaria, nel 1789, i Cahier de Doléances des femmes, una prima richiesta formale di riconoscimento dei diritti sociali delle donne. In quegli anni Olympe de Gouges pubblica Le prince philosophe, romanzo che rivendica i diritti delle donne, ed inizia ad organizzare gruppi femminili. La sua azione, però, viene interrotta quando inizia a criticare Marat e Robespierre, e nel 1793 viene ghigliottinata dalla “libertà”, dall’ “uguaglianza”, dalla “fraternità” della Francia. L’eredità femminista francese venne raccolta dal Regno Unito. Iniziarono così a circolare libri a sostegno dei diritti per le donne.

Mary Wollstonecraft pubblicò, nel 1792, A Vindication of the Right of Women; contemporaneamente si formarono circoli femminili. Il movimento delle suffragette, come movimento volto a chiedere il suffragio femminile per le elezioni nazionali, sorse in Inghilterra nel 1869. Nel 1903 Emmeline Pankhurst fondò Women’s Social and Political Union (Unione sociale e politica delle donne), con il preciso intento di far ottenere il diritto di voto politico femminile.

Le suffragette attuarono azioni dimostrative, incatenandosi a ringhiere, incendiando le cassette postali, rompendo finestre e quant’altro… Molte vennero incarcerate e iniziarono lo sciopero della fame emulando Marion Dunlop, la prima ad attuare tale forma di protesta. Dietro alle richieste del diritto al voto (traguardo che sarebbe senza dubbio arrivato per vie più naturali e cristiane. Lo stesso papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente a favore del suffragio universale) sta il furore dell’ideologia: il femminismo aveva come scopo il raggiungimento di una parità non solo dal punto di vista politico, ma in tutti i campi e in tutti i ruoli. Da qui lo scompenso familiare e, dunque, sociale. Uomo e donna non più complementari, ma antagonisti, fino a snaturare virilità e femminilità, paternità e maternità.

La Chiesa ha cercato, attraverso il magistero petrino, di ricordare i doveri familiari all’uomo e alla donna, pensiamo a quel capolavoro di Pio XI che è la Casti Connubii. Ciò nonostante sono mancati docenti, scrittori, giornalisti cattolici in grado di fronteggiare la valanga femminista che ha potuto agire, indisturbata, grazie ad un apparato politico e culturale socialista, comunista, progressista.

Che cosa hanno fatto, per esempio in Italia, la Democrazia Cristiana e la cultura cattolica, per fronteggiare le idee distorte del femminismo? Manca un serio mea culpa del mondo cattolico per questa grave omissione nell’aver lasciato campo aperto ai nemici di Cristo. A tutt’oggi manca il sale evangelico per ricordare, pubblicamente, che cosa sia essere donna e che cosa sia essere uomo… intanto la prima ha perso la sua coscienza di essere, innanzitutto, madre.

La figura materna è essenziale perché una famiglia funzioni e perché il capo famiglia possa svolgere la sua mansione; se il suo posto è vacante, la famiglia non soltanto è distrutta, ma ogni membro è minato spiritualmente e psicologicamente. A nessuno può essere delegato il compito femminile della maternità. Se la preponderanza del cuore e delle energie della madre sono fuori dalla famiglia, tutto crolla. Egoismo ed edonismo sono nemici feroci del nucleo familiare e la madre è la prima responsabile di tale combattimento per sé e per gli altri. A lei, infatti, è stata affidata da Dio grande forza del sacrificio nel dovere; grande capacità di comprensione e condivisione; grande dolcezza, quella che disarma ogni ostilità; grande generosità nell’amore; grande autorevolezza nei legami coniugali e materni.

Come può una madre portare il proprio neonato nei locali notturni perché non ha nessuno a chi consegnarlo e lei non può rinunciare alla sua “libertà” di divertimento? Come può una madre divorziata, lasciare i propri figli a casa, bambini, per andare a ballare con il compagno di turno? Sono fatti che oggi accadono con frequenza, ma è evidente che se una madre trova il “coraggio femminista” di abortire, tutto il resto è conseguenza di una ideologia che ha voluto togliere la donna dalla donna. (Cristina Siccardi)

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