Il fascino di Sherlock Holmes

Sherlock-Holmes-(di Gianandrea de Antonellis) La scadenza dei diritti d’autore su Sherlock Holmes ha dato il via all’annuncio di nuove avventure cinematografiche sull’investigatore più famoso del mondo. Fino ad oggi sono già state numerosissime le trasposizioni del personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle.

Quella che, nell’ultimo decennio, ha ulteriormente rilanciato le avventure dell’investigatore privato, le cui sembianze sono state affidate al bohémien Robert Downey Jr. (affiancato dal più compassato Jude Law nei panni di Watson, entrambi diretti da Guy Ritchie), ha un po’ stupito – oltre che per il ritmo travolgente – per aver mostrato il protagonista con la barba di qualche giorno e dedito a comportamenti poco eleganti (frequentare ambigue bische clandestine e partecipare a combattimenti a pugni nudi, scommettendo su se stesso).

Al di là del rigore filologico anche di questa versione, non si può fare a meno di notare (e lo stupore del pubblico lo conferma) che nel nostro immaginario la figura di Holmes sia legata soprattutto all’interpretazione “aristocratica” di Sir Basil Rathbone, che tra il 1939 ed il 1946 impersonò l’investigatore in 14 film, a cui la maggior parte delle successive rappresentazioni si ispirarono.

Ciò non è strano, perché ancor oggi l’aristocrazia e la belle époque sono due elementi che continuano ad affascinare. Così infatti si spiega il grandissimo favore suscitato dalla serie Downton Abbey, ambientata all’inizio del XIX secolo (vale a dire in epoca edoardiana e non più vittoriana, come le avventure di Sherlock Holmes), che segue le vicende della famiglia Crawley, conti di Grantham, residenti nello Yorkshire, nella tenuta di Downton Abbey. Al di là della facile critica che lo definisce una specie di “Dallas” in salsa edoardiana, è innegabile lo straordinario successo (più nel resto d’Europa che in Italia) della serie, indice di un fascino che il mondo aristocratico riesce ancora ad esercitare.

Infatti, oltre che nella visione del telefilm, Downton Abbey ha destato interesse nella vendita di gadget e di visite all’Highclere Castle, nello Hampshire, e nel villaggio di Bampton, nello Oxfordshire, dove la serie è stata girata: qualcosa di simile a ciò che è successo a Londra con l’abitazione di Sherlock Holmes (il mitico numero 221b di Baker Street, creato appositamente perché inesistente: ai tempi di Conan Doyle la via terminava al numero 221), dove c’è un piccolo museo e soprattutto un frequentatissimo negozio che vende oggetti di vario tipo, dai capi di abbigliamento alle teiere in stile vittoriano.

Ma il successo di Sherlock Holmes non è solo dovuto al fascino che esercita l’eleganza vittoriana: l’investigatore è anche il simbolo per eccellenza del prevalere della ragione sull’istinto, dell’analisi del reale ed è notevole (anche nella citata pellicola di Ritchie) come esso superi e prevalga su ogni forma di spiritismo e suggestione magica: nel film del 2009 il sinistro Lord Blackwood, dedito alla magia nera, risulterà essere solo un astuto ciarlatano mentre i membri della potente loggia massonica – tutti membri del Parlamento – da lui convinti a seguirlo si riveleranno quali sempliciotti, pronti a credere nell’occulto.

Un elemento mette in comune l’investigatore agnostico Holmes dall’investigatore credente padre Brown: la prima avventura del sacerdote, il racconto La croce azzurra (che risale al 1911) si basa appunto sul principio di razionalità, elemento che permette al protagonista di smascherare un truffatore travestitosi a sua volta da sacerdote.

Il razionalismo dell’investigatore-scienziato (che, a differenza del suo autore, non passa mai dal non credere in niente al credere in tutto) consiste nel profondo interesse per il reale, per il concreto, con attenzione anche alla psicologia delle persone che incontra, ma senza alcuna caduta nella psicanalisi, nella superstizione o nello spiritismo. (Gianandrea de Antonellis)

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