Il demone della non discriminazione fa le sue vittime

Marco Giusta

(di Tommaso Scandroglio) Ed ecco che la legge sulle Unioni civili passa per essere discriminatoria. A dirlo non è un militante pro-family o un cattolico ultraconservatore, bensì un attivista delle rivendicazioni LGBT, l’assessore torinese alle Pari opportunità della giunta Appendino Marco Giusta, ex presidente dell’Arcigay di Torino.

Ipse dixit: «L’istituto delle unioni civili riservato solo alle coppie omosessuali per me è una discriminazione. Questa opportunità dovrebbe essere estesa anche alle coppie eterosessuali». Il giudizio tagliente sulla legge Cirinnà è venuto da Giusta in risposta ad una domanda fattagli dalla signora Marta Franceschini che da anni convive con il compagno. La Franceschini aveva chiesto se si poteva unire civilmente: «La risposta purtroppo è no – spiega l’assessore – la nuova legge riconosce le unioni civili come una formazione sociale specifica riservata a persone dello stesso sesso. Nella stessa legge vengono normate le convivenze tra persone di sesso differente, che non hanno però diritto alla reversibilità o all’eredità».

Come è noto la legge 76/2016 disciplina sia le unioni civili, che riguardano solo le persone dello stesso sesso, sia le convivenze di fatto, che riguardano sia omosessuali che eterosessuali. È altrettanto noto che questa legge è stata voluta per soddisfare le pretese del mondo gay. La parte sulle convivenze è stata aggiunta come orpello sia perché è dai tempi dei Dico che si continua a parlare di “diritti” dei conviventi sia soprattutto affinchè l’on. Cirinnà & Co. non venissero tacciati di atteggiamenti discriminatori verso le persone eterosessuali. Cosa che invece puntualmente è avvenuta e, per paradosso, a motivo di una censura proveniente da persona omosessuale come l’assessore Giusta.

Verrebbe da dire che chi di discriminazione ferisce, di discriminazione perisce. E non potrebbe che finire così. Infatti il principio di discriminazione tinto d’arcobaleno si poggia su un altro principio: l’egualitarismo, che è cosa diversa dal principio di uguaglianza. Il primo spiana le differenze di carattere naturale, culturale, psicologico e persino fisiologico. Siamo tutti uguali e le diversità sono ostacoli da estirpare.

Il principio di uguaglianza invece parte dal riconoscere un dato di realtà: siamo tutti diversi per sesso, età, cultura, estrazione sociale, psicologia, interessi, etc. ma tutti uguali per dignità. L’uguaglianza va a braccetto con la giustizia che predica di dare a ciascuno il suo. E dunque tutte le situazioni identiche devono essere disciplinate in modo identico, tutte le situazioni diverse in modo diverso. A ciascuno il suo, appunto.

L’egualitarismo invece non accetta che il mondo è vario e marcia spedito sulla strada della parificazione, cioè dell’omologazione. È per questo motivo che l’assessore Giusta, infilandosi in un vicolo cieco e fornendo una risposta tanto paradossale quanto illuminante, è stato costretto a dire che le unioni civili discriminano gli eterosessuali. Perché, ossequioso dell’egualitarismo a tutti i costi, vorrebbe che i diritti previsti dalla Cirinnà per le persone dello stesso sesso siano riconosciuti in modo uguale anche per gli eterosessuali. Ma affermarlo appagherà pure gli aneliti egualitari, ma di certo non la ragionevolezza giuridica.

Infatti le unioni civili sono in punta di diritto quasi del tutto identiche all’istituto del matrimonio civile. Manca solo il dovere di fedeltà e la possibilità di adottare con le stesse facoltà che ha una coppia coniugata (porte aperte invece alla stepchild adoption). E dunque due conviventi eterosessuali che vorrebbero unirsi civilmente in realtà si sposerebbero. In altre parole esiste già l’unione civile per gli eterosessuali e si chiama matrimonio civile. All’opposto è questo il motivo per cui l’accesso alle unioni civili è consentito solo a persone dello stesso sesso (per ipotesi anche non omosessuali), proprio perché gli eterosessuali hanno già il “loro” matrimonio.

Alla signora Franceschini desiderosa di unirsi civilmente, Giusta doveva rispondere: «Guardi che si può sposare e i suoi diritti e doveri saranno quelli di due uniti civilmente, anzi potrà pure adottare». Curioso che il paradigma discriminatorio fino a ieri era dato dal matrimonio ed ora delle unioni civili e ancor più curioso che non si consigli come prima scelta il matrimonio. Ciò forse dipende – e qui trascendiamo i ristretti confini della vicenda torinese – dal fatto che scopo di molti è quello di eliminare dalla coscienza collettiva l’idea stessa di matrimonio. Le unioni civili vanno in questa direzione perché hanno eliminato il requisito della differenza sessuale, requisito indispensabile perché venga ad esistenza il matrimonio. Togli questo requisito, elimini il concetto stesso di matrimonio.

Le convivenze di fatto riconosciute giuridicamente (che quindi cessano di essere di fatto) si muovono verso la stessa meta: riconoscere un insieme di diritti e, nella generalità dei casi, pochissimi doveri propri dei coniugi ma in un istituto molto più liquido, meno vincolato giuridicamente bensì più caratterizzato per i suoi profili sociali, più per la convivenza fattuale che per impegni assunti reciprocamente. In sintesi, se equipari le coppie omosex alle coppie coniugate inneschi un processo di equiparazione a cascata che mai si arresterà, portandoti poi ad equiparare alle coppie omosex le coppie conviventi, poligame, amicali, parentali, i single e chi più ne ha più ne metta. Il demone della non discriminazione è per sua natura assai bulimico. (Tommaso Scandroglio)

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