Il crollo simbolico della cattedrale di Norcia

(di Cristina Siccardi) Di tutte le chiese di Norcia, e la cittadina ne conta a decine, nessuna è rimasta illesa con l’ultimo terribile terremoto di domenica 30 ottobre, vigilia della celebrazione della Preghiera Ecumenica Comune, nella Cattedrale Luterana di Lund, con Papa Francesco e il Vescovo Munib Yunan, Presidente della LWF (Lutheran World Federation), che hanno firmato una Dichiarazione comune in cui si esprime “gratitudine” per «i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma», e «deplorazione» per la rottura dell’unità della Chiesa.

L’unità, come hanno sempre riportato i libri di storia e la storia della Chiesa, è stata spezzata da Lutero e la Chiesa ha dovuto addirittura aprire un Concilio per rispondere alle sue violente eresie. Il terremoto ha squassato la Chiesa di Roma tanto 500 anni fa quanto oggi. Ciò che Papa Francesco afferma è ponderato e meditato o tutto viene elargito secondo parametri sentimentalisti e pacifisti? Come si può essere «profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma»? A quali inganni sono sottoposti i fedeli? La manipolazione della credulità delle persone è evidente non solo da parte delle autorità laiche, ma ora anche da parte di quelle vaticane. La Chiesa ha subito un tragico terremoto mentre le case di Nostro Signore crollavano a Norcia, cuore del monachesimo occidentale, o venivano ferite e fiaccate in tutto l’ex Stato Pontificio.

Nursia, sorta probabilmente nel V-IV secolo a.C., divenne capoluogo settentrionale dei Sabini; nel 209 a.C. venne conquistata dai Romani che la cinsero con le mura. La viabilità antica fece della città un crocevia fondamentale degli itinerari tra la Flaminia e il medio Adriatico, evidenziando la funzione di cerniera che ne valorizzava il ruolo territoriale durato fino al XVI secolo. Sede di diocesi nel V secolo, venne devastata dai Goti, invasa dai Longobardi e dai Saraceni. Libero e fiorente Comune, prese definitiva configurazione fra l’XI e il XIV secolo e una nuova cinta muraria, edificata nel XIII secolo, in buona parte sopra quella romana, ne fissò la forma urbana.

Le vicende successive sono scandite dagli eventi sismici. Nel 1328 un terremoto rade al suolo Norcia medioevale, lasciando in piedi solo le possenti mura. La città viene nuovamente devastata nel 1567, nel 1703 e nel 1730. Proprio di quest’ultima epoca risale il regolamento pontificio antisismico, che proibiva di costruire case superiori a due piani: le nuove forme edilizie, che nelle residenze gentilizie sopperiranno alla contenutezza architettonica con la ricerca dell’ornato, diverranno carattere peculiare del tessuto abitativo, connotando il rinnovamento sette-ottocentesco di Norcia.

Già nell’alto Medioevo fulcro dell’impianto urbano, l’ampia piazza centrale era uno spazio sapientemente articolato in funzione degli edifici monumentali che la delimitavano, in una stratificazione di funzioni, stili ed epoche dal gotico trecentesco al rinnovamento ottocentesco. Della basilica di San Benedetto resta in piedi adesso solo la facciata tardogotica. La chiesa, eretta in età alto-medioevale, secondo la tradizione sulla casa dei genitori di San Benedetto e di Santa Scolastica, fu ricostruita nel 1389 e più volte ristrutturata.

La basilica, a croce latina, a una navata con abside semicircolare (poligonale all’esterno), fu completamente ristrutturata nel XVIII secolo e ancora dopo successivi terremoti. A sinistra dell’ingresso, sotto la cantoria, era collocato un affresco del Cinquecento, Madonna col Bambino, Santa Barbara e San Michele arcangelo; fra il primo e il secondo altare di destra Madonna col Bambino e i Santi Benedetto e Scolastica (XVI secolo). Nel braccio destro della crociera, all’altare, Madonna e santi nursini di Vincenzo Manenti. Nell’abside era collocato un grande coro ligneo cinquecentesco e due scalette laterali portavano alla cripta a tre navate: nella cappellina, in fondo alla navata sinistra, con frammenti di affreschi della fine del XIV secolo, la tradizione indica il luogo dove nacquero san Benedetto, patrono d’Europa, e santa Scolastica, patrona delle monache benedettine.

Cinquemila edifici di rilevanza artistica sono stati colpiti dalle scosse sismiche dal 24 agosto ad oggi, che hanno martellato Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo. Un’onda drammatica si è abbattuta anche su Roma, mettendo in pericolo San Paolo fuori le Mura (lesionato uno degli archi) e la cupola borrominiana di Sant’Ivo alla Sapienza, ma anche la chiesa di Sant’Eustachio, a poca distanza dal Pantheon, e quella di San Francesco nel rione Monti. Ai Castelli romani, invece, è stata chiusa San Barnaba, nel centro storico.

Simbolo di questo patrimonio distrutto della fede cattolica, grazie alla quale gli artisti hanno potuto produrre capolavori fra i più straordinari del pianeta, commissionati dalla Chiesa e realizzati per il culto, per dare maggior Gloria a Dio, per elevare le anime, è proprio la basilica di San Benedetto, al quale tutto il mondo Occidentale è debitore: grazie al santo monaco, con i suoi conventi e le sue abazie, è stata salvata la cultura classica durante le invasioni barbariche. L’elenco delle chiese minate dall’ultimo sisma è impressionante.

A Norcia la cattedrale di Santa Maria è crollata per tre quarti, la chiesa della Madonna Addolorata, santuario molto caro ai norcini, è completamente distrutto, così come la chiesa di Santa Rita. A pochi metri dalla basilica, la chiesa di Santa Maria Argentea è crollata per due terzi, travolgendo, fra tutto il resto, anche un organo settecentesco. La navata di San Francesco, chiesa del 1300, ha ceduto. Distrutta pure la pieve di San Salvatore a Campi di Norcia, gioiello medievale; lesioni profonde in Sant’Agostino.

La volta della chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice è crollata. A Rieti la Curia ha disposto la chiusura della Cattedrale di Santa Maria. A Castel Raimondo è inagibile la chiesa di San Biagio, chiuse anche la Sacra Famiglia e quella del cimitero. È crollata a Montegallo la Pieve di Santa Maria in Pantano. A Fermo sono inagibili le chiese della Misericordia, di San Zenone, dei Cappuccini, di San Francesco.

A Jesi è parzialmente crollata la volta di San Giuseppe, mentre a Fabriano si sono verificate lesioni in San Niccolò e nella chiesa del Sacro Cuore; mentre a Penna San Giovanni il campanile si è abbattuto sulla chiesa di San Giovanni, nella piazza principale. Seri danni hanno subito la concattedrale di San Catervo e la basilica di San Nicola a Tolentino. Ad Ascoli il campanile di Sant’Angelo Magno è gravemente lesionato; inagibile, invece, la chiesa di Porta Cartara. Il Duomo di Orvieto è stato chiuso perché oggetto di osservazioni a seguito di frammenti di intonaco distaccatisi dalle pareti. Ferite le chiese di Amelia, San Francesco, e di Guardea, Santissimi apostoli Pietro e Paolo e Sant’Egidio. Il campanile di Civita di Bagnoregio, borgo che da vent’anni viene restaurato con una mobilitazione internazionale, è crepato.

Il Papa, i cardinali, i vescovi, il clero rifletteranno su questi accadimenti o penseranno, come i razionalisti e positivisti, che le azioni umane non generano alcuna reazione divina? Che cosa ancora dobbiamo vedere crollare, dopo la fede, dopo la pratica religiosa, dopo la morale, dopo la famiglia, dopo le chiese? Nei documenti approvati dal Concilio di Trento (1545-1563) è presente la seguente scomunica alle tesi luterane della giustificazione per fede: «Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato per sola fede, nel senso che non si richiede nient’altro per cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione, e che non è assolutamente necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà: sia anatema» (DS, 1559, n. 9).

Lutero ha operato una rottura insanabile tra natura e Grazia, indulgendo anche a tesi di tipo gnostico-manicheo, per le quali la natura è da considerarsi irredimibile. In conclusione, ammesso che l’eresiarca sia partito in cerca di una fede più genuina, è giunto a negare il Santo Sacrificio dell’altare, i Sacramenti, i dogmi, la dottrina della Chiesa di Roma. La nostra ed unica Chiesa. Con Lutero non abbiamo nulla da spartire, così come con Ario, Mani, Marcione, Fra’ Dolcino. (Cristina Siccardi)

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