Il concetto di “discriminazione” per imporre l’eutanasia

eutanasia(di Tommaso Scandroglio) Una parola passepartout oggi è “discriminazione”. Viene usata dagli ideologi di ogni bandiera come grimaldello contro la vita, la famiglia, la libertà religiosa, l’educazione e molto altro ancora. Secondo costoro la vita discrimina molti – persone omosessuali, coppie che non riescono ad avere figli, atei, etc. – e quindi la legge deve riaggiustare queste discriminazioni. Ma anche la morte può discriminare, soprattutto quando è volutamente procurata dagli uomini. Vediamo perché.

Il bioeticista canadese Udo Schuklenk – favorevole tra l’altro all’infanticidio – e Suzanne van de Vathorst, docente del corso Qualità della fase finale della vita e della morte all’Università di Amsterdam, hanno scritto un articolo dal titolo Pazienti con grave disturbo depressivo resistenti alle terapie e morte assistita.

L’articolo è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Journal of Medical Ethics. Ecco cosa dice il duo Schuklenk – de Vathorst nell’abstract: «I pazienti affetti da disturbo depressivo resistente al trattamento e capaci di intendere e volere, in merito all’accesso alla pratica della morte assistita, dovrebbero ricevere uguale trattamento rispetto agli altri pazienti affetti da patologie croniche che in modo permanente rendono la loro vita non degna di essere vissuta. Gli ordinamenti giuridici che stanno prendendo in considerazione, o che lo hanno già fatto, di depenalizzare la morte assistita, discrimineranno ingiustamente i pazienti che soffrono di depressione resistente ad ogni trattamento, se li escluderanno dal novero dei cittadini che hanno diritto di ricevere l’assistenza a morire».

In buona sostanza, si legge nel prosieguo dell’articolo, che è irragionevole e dunque discriminatorio permettere, laddove è giuridicamente legittimo, al malato terminale di cancro di accedere all’eutanasia ed invece escludere da questa pratica la persona sana fisiologicamente, ma depressa o afflitta da qualche altro disturbo psichico. E dunque Tizio può essere sanissimo, ma se a suo insindacabile giudizio la propria vita merita di essere buttata nel cestino avrebbe tutto il diritto di farlo.

Ovvio che a questa stregua chiunque potenzialmente potrebbe chiedere l’eutanasia: il fidanzato lasciato dalla fidanzata, la moglie tradita dal coniuge, la madre che ha il figlio tossicodipendente, l’imprenditore che attraversa un periodo di crisi economica, il disoccupato, il ragazzo che ha preso un brutto voto a scuola. Se il principio cardine è il giudizio personale sulla qualità della propria vita, le maglie dell’eutanasia si allargano a dismisura.

Torniamo all’articolo. I due autori nero su bianco così scrivono: «Condizioni di malattia incurabile che nella maggior parte dei casi non si possono far confluire nella definizione di “stadio terminale della malattia”, possono comunque rendere la vita delle persone non degna di essere vissuta».

Salta quindi il criterio per accedere all’eutanasia, presente in molte legislazioni, che fa riferimento alla “malattia terminale”. Schuklenk e de Vathorst infatti citano un report di una commissione di bioetica canadese: «la commissione raccomanda di non utilizzare l’espressione “malattia terminale”, come condizione preliminare per la richiesta di assistenza (a morire). Non esiste una scienza esatta che ci può fornire una prognosi di una malattia terminale, indicandoci un determinato periodo di tempo in cui la persona sarà ancora in vita. Gli operatori sanitari non sono in grado di essere sufficientemente precisi, e se le leggi o l’ordinamento giuridico non indicano un tempo specificato allora la condizione “malattia terminale” diventa una locuzione a spettro troppo ampio. Ci sono molte persone la cui vita, secondo loro, non è più degna di essere vissuta, persone a cui non è stata diagnosticata una malattia terminale. Possono soffrire molto e in modo permanente, ma non versano in stato di imminente pericolo di morte. Non vi è alcun motivo per escluderli dal suicidio assistito o dall’eutanasia volontaria».

Poste alcune premesse assai erronee – la vita è un bene disponibile – l’argomentazione non fa una grinza. Il malato terminale può accedere all’eutanasia non tanto perché ha poco da vivere, ma perché soffre molto e giudica la sua vita non più degna di essere vissuta.

Questo è il vero motivo. E tale motivazione può essere benissimo spesa anche da coloro i quali non sono malati terminali, in primis i depressi. Gli autori hanno cura di specificare che il richiedente però deve assumere questa decisione in modo libero. Ma chi è depresso è realmente in grado di prendere decisioni libere? Non è forse vero che è la depressione a scegliere al posto suo? Infatti chi è sereno di certo non pensa di ammazzarsi.

Inoltre accadrà – e sta già accadendo ad esempio proprio in Olanda – che si manderanno a morte anche persone non consenzienti: pazienti in coma o afflitti dalla sindrome a-relazionale, malati di Alzheimer, dementi, etc. Questo perché già si argomenta così: «Se fossero coscienti giudicherebbero la loro vita non degna di essere vissuta».

Il famigerato best-interest, che secondo i giudici italiani permise di uccidere Eluana Englaro. E quindi dall’autodeterminazione del paziente che deve essere rispettata sempre e comunque, essendo un totem sacro intoccabile, eccoci arrivati al suo rovesciamento, all’eterodeterminazione, cioè alla decisione che tu devi morire perché – tu non lo sai, ma altri sì – la tua vita non vale più nulla. Volenti, ma più spesso nolenti, molti di noi saranno ricoperti in futuro dal sudario dell’eutanasia. (Tommaso Scandroglio)

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