Il caso controverso dell’Asl di Bari

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(di Tommaso Scandroglio) L’Asl di Bari ha deciso di redigere una lettera di dimissioni un po’ particolare per le donne che hanno abortito. Il contenuto della lettera è il seguente: «Gentile signora su sua richiesta è stata sottoposta a Ivg (interruzione volontaria della gravidanza n.d.r).

Le auguriamo che l’intervento cui è stata sottoposta in data odierna rimanga unico. L’ivg ha delle implicazioni di ordine morale, sociale e psicologico, non è solo una procedura chirurgica o farmacologica ma un rischio per la stabilità emotiva con possibili ripercussioni sul piano relazionale». Ovviamente con riflesso pavloviano molti hanno gridato allo scandalo per più motivi. L’Asl avrebbe fornito una comunicazione non pertinente con le sue competenze, dato lezioni di etica alle donne, sottointeso che l’aborto è un male morale e quindi messo in stato di accusa le donne che si sentirebbero colpevolizzate, mentito in merito alle sofferenze psicologiche che la madre subirebbe a causa dell’aborto perché inesistenti.

In buona sostanza l’Asl di Bari avrebbe compiuto un atto di inaudita violenza ideologica ledendo il diritto all’autodeterminazione della donna. Naturalmente si fa appello alle istituzioni affinché prendano provvedimenti contro l’Asl, la quale – da par suo – ha fatto sapere che ritirerà immediatamente questo modulo. Proviamo invece a leggere la lettera senza bende sugli occhi. «Le auguriamo che l’intervento cui è stata sottoposta rimanga unico» scrive inizialmente l’Asl.

Questa è un’affermazione condivisibile anche dal fronte abortista. Infatti chi è favorevole all’aborto non dice “Quanto è bello abortire! Più aborti fai, cara donna, più sarai felice”, ma afferma esattamente l’opposto: «L’aborto è una tragedia per la donna». Quindi l’auspicio che quell’intervento abortivo rimanga isolato è un auspicio che dovrebbe essere condiviso da tutti.

Proseguiamo con il secondo periodo che informa la donna sulle conseguenze di ordine morale, psicologico e sociale. Tali informazioni rientrano a pieno titolo nella disciplina del consenso informato che prevede e obbliga i medici, le strutture ospedaliere, i consultori ad informare la donna non solo sulle modalità attraverso le quali avviene il procedimento abortivo, ma anche e soprattutto sulle conseguenze di ordine fisico e psicologico dello stesso. È cosa nota – ma fatto scientifico volutamente ignorato dal fronte pro-choice – che l’aborto produce una serie quasi infinita di danni psicologici sulla donna – la famosa sindrome post-abortiva – per il semplice e drammatico motivo che la madre sa, più o meno coscientemente, che ha ucciso il proprio bambino.

Conseguenze, ci spiega una mole notevole di studi scientifici, che coinvolgono il piano affettivo, emotivo, psicologico, relazionale della donna. In breve l’Asl ha ricordato solo una verità scientifica. Si obietterà: tali informazioni sono legittime ex ante l’intervento, non ex post come nel caso della lettera di cui sopra. La risposta si potrebbe così articolare. Da una parte l’Asl, a posteriori, ha messo una pezza alla quasi certa mancanza di informazioni veritiere su cosa è davvero un aborto e quali conseguenze produce sul corpo e sulla psiche della donna, mancanza di informazioni proveniente da operatori sanitari che hanno parlato con la donna e che, ex lege 194, sono tutti abortisti e quindi naturaliter inclini a spingere per l’aborto e a dipingerlo come la soluzione migliore, se non l’unica, di fronte ad una gravidanza imprevista.

Su altro versante, dato che l’aborto è intervento che si può replicare e non poche sono le donne che abortiscono più volte, tali informazioni potrebbero servire per il futuro. Si tratta quindi di un documento di prevenzione sanitaria e di educazione alla salute. In terzo luogo la cura della persona che entra in un ospedale o in un ambulatorio è doverosa non solo ad intervento ultimato, ma anche dopo.

L’accompagnamento quindi continua nel post degenza. Infine, ed è l’aspetto più determinante, la 194 – molto sulla carta e per nulla nella prassi – prevede agli artt. 2 e 5 soluzioni alternative all’aborto, soluzioni che – sempre molto in astratto perché puntualmente disattese dal personale medico abortista – sono prioritarie rispetto alla scelta abortiva che dovrebbe essere l’extrema ratio.

L’intento dissuasivo presente in quegli articoli è il medesimo che innerva la così tanto biasimata lettera dell’Asl di Bari che quindi è in linea con il dettato letterale di questi due articoli, ma di certo non con la ratio generale della 194 e con il livore ideologico diffuso che vuole imporre l’aborto alle donne sempre e comunque. Ed in merito agli aspetti morali che l’Asl ha tirato in ballo? Rientra nelle sue competenze citarli? Cosa c’entra la morale con il diritto, con la legge 194? C’entra eccome, perché non esiste norma, legge, regolamento, circolare che non implichi anche istanze morali.

Laddove c’è una legge c’è una particolare scelta normativa e dove c’è una scelta c’è un principio etico sotteso. Tutte le leggi sono inevitabilmente etiche. Anche permettere l’aborto presuppone una visione “valoriale”. Ad esempio la 194 celebra l’autonomia della madre a discapito del figlio, così come richiamato da molti commenti critici della missiva dell’Asl di Bari. Non ledendo tale autonomia, l’Asl di Bari l’ha invece favorita e rafforzata perché – seppur con uno strumento minimale e assai limitato – ha tentato di rendere la donna un poco più consapevole del suo gesto: è davvero libera la persona che conosce il senso delle proprie azioni e le sue conseguenze. Ergo la lettera è consona proprio a quei principi di ordine morale imperniati sull’autodeterminazione soggiacenti alla 194 così tanto invocati, per paradosso, proprio da coloro i quali hanno condannato l’iniziativa dell’Asl pugliese.

Di certo la missiva non è stata poi scritta da un cattolico baciapile, infatti così termina dopo aver messo l’accento sugli effetti negativi dell’aborto: «Perciò si dovrà adottare un valido metodo contraccettivo affinché la vita affettiva e sessuale possa svolgersi serenamente».

Suggerimento in linea con la prospettiva abortista dato che, come alcuni studi evidenziano, la contraccezione veicola l’aborto. (Tommaso Scandroglio)

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