Il “cappotto” di Trump all’establishment globale

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(di Lupo Glori) Con almeno 289 grandi elettori, ben 19 oltre la soglia minima, Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Il candidato repubblicano si è aggiudicato, oltre le aspettative, l’attesissima sfida presidenziale contro la rivale democratica Hillary Clinton, fermatasi a quota 228. Il tycoon ha conquistato la Casa Bianca vincendo in quasi tutti i cosiddetti ‘swing states’, tra cui Florida, Ohio, Virginia, Iowa e Nevada.
Non appena arrivata l’ufficialità della vittoria, il magnate americano, accompagnato dalla famiglia al completo, è salito sul palco dell’Hotel Hilton di New York, quartier generale dei Repubblicani, e, dopo aver lanciato un messaggio distensivo nei confronti della Clinton, ha promesso che sarà il presidente di tutti gli americani:

«Ho appena ricevuto una telefonata da Hillary Clinton, vorrei farle le mie congratulazioni, ha combattuto con tutta se stessa. Ha lavorato sodo e le dobbiamo una grande gratitudine (…)  Prometto che sarò il presidente di tutti gli americani».

Solo dopo diverse ore è arrivata la replica della grande sconfitta, Hillary Clinton, che ha visto sfumare il suo sogno di diventare la prima donna presidente alla Casa Bianca:

“Mi sono congratulata con Donald Trump e impegnata a lavorare con lui per il bene del Paese. E’ una sconfitta dolorosa, e lo sarà per molto tempo. Sono delusa e mi dispiace non aver vinto queste elezioni. (…) Dobbiamo accettare il risultato” della vittoria di Donald Trump che ora è il nostro presidente”.

Le reazioni in Europa

Grande Euforia e profondo sconforto. Queste le, diametralmente opposte, sensazioni con le quali i diversi leader europei hanno accolto il clamoroso, quanto inaspettato, cambio di poltrona alla Casa Bianca.

Tra i più “gelati” dall’inattesa “doccia fredda”, vi è il presidente francese Francois Hollande, che ha sottolineato come la vittoria di Donald Trump apra “una fase di incertezza”, evidentemente fiutando di essere la prossima vittima illustre, designata dell’implacabile ondata anti-establishment per le prossime presidenziali francesi di aprile. La radio francese “Rtl” ha rivelato che l’Eliseo era talmente certo della vittoria della candidata democratica, «da aver preparato una unica lettera di congratulazioni a Hillary Clinton». L’ipotesi che Donald Trump potesse alla fine spuntarla non era stata nemmeno lontanamente contemplata.

Di tutt’altro tenore, ovviamente, l’umore della leader del “Front National” Marine Le Pen che ha espresso attraverso un tweet la sua grande soddisfazione, scrivendo: «Congratulazioni al nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al popolo americano, libero!».

Sentimenti analoghi a quelli provenienti dal Regno Unito, ancora fresco di “Brexit”, dove il leader del partito britannico Ukip Nicolas Farage ha sottolineato come l’anno che si sta per chiudere sarà ricordato nei libri di storia. «Sembra che il 2016 stia per essere l’anno di due grandi rivoluzioni politiche», ha dichiarato infatti Farage, precisando come il successo di Trump rappresenti un cambio di passo ancora «più grande di quello della Brexit».

Da Berlino la ministra della Difesa tedesca Ursula von der Leyen ha definito la vittoria del candidato repubblicano un«forte choc», mentre, da parte sua, la cancelliera Angela Merkel ha voluto evidenziare le importanti responsabilità che gravano da questo momento sul primo cittadino statunitense, dichiarando: «chi governa questo grande Paese, con la sua potente forza economica», il suo «potenziale militare» e «la sua forza trainante culturale, ha una responsabilità avvertita in tutto il mondo».

Fanno buon viso a cattivo gioco i vertici dell’Unione Europea preoccupati per la sorprendente elezione di Trump che ha fatto della politica isolazionista un suo cavallo di battaglia elettorale. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono infatti congratulati in una lettera congiunta con il neo-presidente americano, scongiurando un congelamento o un allentamento dei rispettivi rapporti internazionali. «Oggi – scrivono – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi».

Da fuori dell’Europa, tra gli altri, sono arrivati i complimenti del presidente russo Vladimir Putin che si è immediatamente congratulato attraverso un telegramma, augurandosi che i «rapporti russo-americani possano uscire dalla crisi».

Alla fine il “paese reale” ha vinto dunque, contro tutto e tutti. Uno dei motivi principali della vittoria di Trump è stata infatti la sua larga affermazione nell’America vera, quella rurale, il cosiddetto “countryside”, lontano dalle luci e dai bagliori delle grandi metropoli statunitensi. La vittoria è stata costruita negli Stati del Midwest, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, dove il magnate si è aggiudicato con ampio margine le aree rurali e i piccoli centri urbani.

Il successo è arrivato nonostante la gigantesca macchina propagandistica messa in campo a favore di Hillary Clinton. Martellante e senza precedenti. Contro l’ “impresentabile” Trump si sono schierati proprio tutti: dai poteri forti a Wall Street, dal jet-set di Hollywood e tutto lo star-system globale fino ai salotti buoni e radical chic delle grandi capitali statunitensi, per finire con le principali istituzioni europee.

La cocente sconfitta di Hillary Clinton rappresenta inoltre una sonora bocciatura per l’Amministrazione Obama che negli ultimi tempi si è spesa al di sopra di ogni limite istituzionale a favore della candidata democratica.

C’è da augurarsi che la vittoria di Trump segni una decisa e netta inversione di rotta alla politica di dissoluzione morale portata avanti sfrontatamente dalla Casa Bianca durante gli otto anni di presidenza di Barack Obama. Certamente, l’elezione di Hillary Clinton, la cui campagna elettorale è stata finanziata, tra gli altri, con i soldi della tristemente nota organizzazione abortista “Planned Parenthood”, avrebbe dato un nuovo fortissimo impulso all’agenda gender, omosessualista ed anti-natalista negli Stati Uniti e nel mondo.

Trump ora, con il Congresso degli Stati Uniti saldamente dalla sua parte, ha un’occasione unica per invertire tale processo. ll primo momento importante e rivelatore di tale cambio di marcia sarà rappresentato dalle prossime determinanti nomine dei giudici della Corte Suprema affinché tale cruciale istituzione americana torni a far rispettare e trionfare la “legge naturale” sui fantasiosi ed ideologici pseudo “nuovi diritti” (di Lupo Glori).

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