Il caos dell’eterologa

C_4_articolo_2062251_upiImagepp(di Tommaso Scandroglio) Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha abolito il divieto di fecondazione eterologa, il 29 luglio scorso il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha illustrato presso la Commissione affari sociali della Camera una bozza di un futuro decreto legge per disciplinare la materia. Il decreto venerdì 8 agosto è stato portato all’attenzione del Consiglio dei Ministri per l’approvazione, ma inaspettatamente è stato bocciato. Lo stesso Consiglio ha chiesto che la materia venga disciplinata direttamente dal Parlamento.

Il motivo di questa stroncatura potrebbe essere duplice. Da una parte le lobby pro-eterologa vogliono accedere a questa tecnica con meno vincoli rispetto a quelli indicati dalla Lorenzin, soprattutto in materia di scelta del donatore. L’idea è quella di poter scegliere le caratteristiche del donatore per avere bambini più simili somaticamente e caratterialmente alla coppia richiedente. Oltre a questo pare che Renzi abbia intuito che il decreto proposto dalla Lorenzin non avrebbe avuto quel consenso sperato una volta che in Parlamento fosse stato convertito in legge. Meglio quindi che sin dall’inizio questa patata bollente fosse affidata ai lavori parlamentari evitando così che il suo governo potesse venire accusato di conservatorismo sui temi etici.

Il ministro della salute però l’11 agosto ha fatto sapere che prima della legge in Parlamento sarebbe bene avere alcune norme – forse di carattere amministrativo come le linee guida – e vorrebbe a tal proposito istituire un tavolo tecnico. Intanto il presidente della Corte Costituzionale ribatte che non servono norme sull’eterologa perché, dopo l’intervento della Consulta, non vi sono lacune nel nostro ordinamento.

Comunque sia il Parlamento partirà dalla bozza di decreto presentato dal Ministro Lorenzin che qui esaminiamo nei suoi tratti fondamentali. In primo luogo si prevede il vincolo dell’anonimato per i donatori eccetto nel caso di eccezionali e gravissime esigenze di carattere sanitario che riguardano il figlio. In buona sostanza il figlio e la coppia ricevente non potranno conoscere l’identità anagrafica del donatore, ma dovrà esistere invece una sorta di carta di identità sanitaria di quest’ultimo, il quale ovviamente sarà sottoposto a vari test clinici. La carta sanitaria del donatore raccoglierà informazioni in merito a patologie avute, ad eventuali familiarità con alcuni malattie importanti, etc. Il ministro spinge perché cada l’obbligo di anonimato dato che, nei Paesi in cui era presente, tale divieto è poi saltato dietro la spinta dei figli della provetta eterologa che, diventati maggiorenni, volevano conoscere chi erano i loro genitori biologici. Così come spinge sul fatto che il bambino-adolescente almeno sappia che è venuto al mondo con l’eterologa.

Proseguiamo con l’analisi della traccia ministeriale: il donatore non potrà conoscere l’identità della coppia ricevente; le famiglie beneficiarie dello stesso donatore non potranno essere più di dieci; sì alla possibilità di avere più figli dallo stesso donatore, con un massimo di 20 nati per ogni donatore. Si arriva a questa sorprendente cifra facendo due conti: dieci sono il numero massimo di figli per donatore. Questi dieci figli verranno “donati” ad altrettante famiglie. Tale limite di dieci figli può essere superato se una famiglia vuole avere un altro figlio dallo stesso donatore, ma se tutte dieci le famiglie chiedono di avere un altro figlio dallo stesso donatore, quest’ultimo può arrivare ad essere padre di venti (20) pargoli. Una nota a margine: amaramente curiosa la disposizione che permetterebbe ad una famiglia di crescere due fratellini omologhi dal punto di vista genetico, cioè fratelli di sangue o perlomeno fratellastri. Curiosa perché è come tentare di reimmettere un po’ di normalità nell’eterologa, uno scampolo di famiglia naturale nel guazzabuglio genetico parentale che crea la fecondazione eterologa.

Altre disposizioni del futuro decreto: è previsto un rimborso spese per donatore simile a quello che si usa dare ai donatori di midollo osseo (il figlio è equiparato in sostanza ad un grumo di cellule come altre). Verrà istituito un Registro Nazionale dei donatori presso il Centro Nazionale trapianti dell’Istituto Superiore di Sanità, grazie al quale sarà possibile ricostruire la tracciabilità donatore-nato. Critiche si sono levate da più parti perché la donazione di gameti non è proprio assimilabile, ratione materiae, al trapianto d’organo.

Ci sarà poi la possibilità di effettuare la “doppia eterologa” applicabile nel contesto di una coppia in cui entrambi i componenti siano sterili: entrambi i gameti verranno da soggetti esterni alla coppia richiedente. La “doppia eterologa” a questo punto pare più assomigliare ad una sorta di adozione pre-natale che una tecnica di fecondazione eterologa. I donatori maschi non dovranno avere meno di 18 anni e non più di 40, le donatrici non meno di 20 e non più di 35.

La Lorenzin ha infine annunciato che la fecondazione eterologa sarà a carico del Servizio Sanitario Nazionale. “I centri pubblici di Pma – ha spiegato – chiedono di essere messi al pari dei privati e per questo la fecondazione eterologa sarà inserita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), in sede di prossimo aggiornamento. E nelle more di questo aggiornamento occorre vincolare una quota di Fondo sanitario nazionale per l’accesso” a questa tecnica nei centri pubblici. Ma allora – come ha fatto notare più di un osservatore – perché non destinare soldi pubblici anche e prima di tutto per le adozioni? Da sottolineare che questa disposizione di carattere economico è stato il punto più criticato dei media. Come a dire: dello sfacelo antropologico che ha creato la provetta non ci interessa nulla. Fate come credete tanto chi ne soffrirà le conseguenze sarà il nascituro e la coppia richiedente, noi no di certo. Ma se provate a toccarci il portafoglio….

Molte cose si potrebbero e dovrebbero dire di questo schema normativo, ma ci manca lo spazio. Ne diciamo solo una. Il male, anche normato e disciplinato a puntino, rimane male. Anzi, ne accresciamo la diffusione e la virulenza grazie all’appoggio e alla forza giuridica delle norme che lo legittimano nelle coscienze di molti e lo consolidano nella prassi perché lo formalizzano tramite l’imprimatur dello Stato. (di Tommaso Scandroglio)

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