I silenzi della Chiesa rendono “pastori dei lupi, non del gregge affidato”

papa Francesco(di Mauro Faverzani) Certo, l’ambasciata americana ha riaperto i battenti all’Avana, come da copione. Certo, per la prima volta dopo 56 anni di regime comunista, copie della Sacra Bibbia han cominciato a circolare, sia pure nell’ambito di un programma definito «sperimentale».

Certo, tra pochi giorni giungerà in visita anche il Papa. Ma proprio per questo è troppo parlare di “normalizzazione” a Cuba. I fatti si son svolti in modo sin troppo precipitoso e, quel che è peggio, per nulla esente da ombre. In ballo non c’è solo la questione dei risarcimenti milionari, già chiesti agli Stati Uniti da Fidel Castro. In ballo c’è molto di più, ci sono decenni di persecuzione religiosa, c’è un regime oppressivo, c’è la credibilità della Chiesa, c’è una situazione estremamente pesante nota alle cancellerie ed ai governi di tutto il mondo. Anche se nessuno ne parla.

In un clima così ci si può immaginare lo sconcerto provocato dall’intervista rilasciata lo scorso 5 giugno all’emittente spagnola Cadena Ser, dall’Arcivescovo dell’Avana, il card. Jaime Ortega. Il quale ha espressamente negato la presenza nell’isola di detenuti politici, gettando l’opposizione interna nel più totale smarrimento.

Armando Valladares, scrittore e poeta cubano, è stato uno di questi detenuti. È stato incarcerato, sottoposto a pene disumane e costretto ai lavori forzati per un paio di decenni con l’unica colpa di essersi rifiutato di sostenere il regime. In un articolo dello scorso 14 giugno, ha commentato: «Il Card. Jaime Lucas Ortega y Alamino, nel corso dei suoi 34 anni a capo dell’Arcidiocesi dell’Avana, si è trasformato in uno dei maggiori, indispensabili difensori del regime comunista». Si tratta «di un pastore pronto a dare la vita per i lupi e non per il gregge affidatogli, gregge orfano e impotente».

Valladares, in un precedente articolo, già si espresse in modo molto critico circa l’incontro avvenuto tra papa Francesco ed il presidente Raúl Castro lo scorso 10 maggio in Vaticano, incontro da lui definito «agghiacciante e terribile, davanti a Dio ed alla Storia», tale da segnare «in modo indelebile l’attuale Pontificato», spiegando come la teologia della liberazione abbia lasciato il posto alla «teologia della collaborazione».

Come una sorta di colpo di teatro son state interpretate le parole pronunciate al termine dallo stesso Castro: «Se continua così, tornerò alla Chiesa Cattolica. Potrei ricominciare addirittura a pregare, anche se sono comunista». Par prospettarsi il contrario: don René David, docente di Teologia presso il Seminario dell’Avana, ha invocato una «riconciliazione tra Cattolicesimo e comunismo», ritenendo, tutto sommato, in quest’ultimo l’ateismo un fatto non sostanziale, bensì incidentale.

Ma critiche indignate sul Card. Ortega sono piovute anche da Ada Maria López Canino del movimento Damas de Blanco, da ex-prigionieri politici come Daniel Ferrer e Ciro Alexis Casanova Pérez, che hanno bollato con indignazione, in un’intervista rilasciata al Diario de Cuba, come «una totale menzogna» le esternazioni del Cardinale, accusandolo di «appoggiare la dittatura dei fratelli Castro».

Anche il giornalista indipendente Mario Félix Lleonart ha osservato come le dichiarazioni dell’Arcivescovo non abbiano giovato «né alla Chiesa che rappresenta, né a sé stesso», ma anzi abbiano smontato quella «Dottrina Sociale della Chiesa, che lui è chiamato a sostenere e praticare».

In tutta risposta, a giugno, la Ccdhrn-Commissione cubana dei diritti umani e per la riconciliazione nazionale ha diffuso un primo elenco parziale, contenente 71 nominativi di persone «condannate perché perseguite o per motivi politici o con processi condizionati politicamente». La metà di questi casi risale ad un anno fa ovvero a quando già s’era messa in moto la grande macchina della “pacificazione guidata”. Il portavoce della Ccdhrn, l’ex-prigioniero Elizardo Sánchez, ha parlato di processi negati e di condanne «sproporzionate». Senza essere ascoltato.

Da 56 anni questi sono detenuti – “fantasma”, da quando cioè nell’isola si è instaurato il feroce regime comunista. Già nell’ottobre 1999 alcuni di loro giunsero a Roma da Miami con un appello per l’allora Pontefice Giovanni Paolo II, appello firmato da 500 personalità – uomini di Chiesa, della cultura, dei media, della politica – e pubblicato integralmente dal quotidiano Las Américas. Conteneva due richieste: la prima, esser strappati dall’oblio, perché «la coscienza addormentata dell’uomo postmoderno» non si dimenticasse di loro; la seconda, la canonizzazione dei martiri cattolici cubani: «Santo Padre, ai suoi piedi filialmente la supplichiamo di riscattare» quanti siano caduti «vittime del comunismo».

Armando Valladares, con le sue memorie, fu tra i primi a strappare il velo del silenzio, sotto cui si sarebbero volute nascondere le fucilazioni, che squarciarono le tenebre della notte nel carcere di La Cabaña tra le urla dei giustiziati: «Viva Cristo Re! Abbasso il comunismo!». Tra questi, Rogelio Gonzalez Corzo, membro dell’Acu-Associazione Cattolica Universitaria, freddato dopo un processo sommario e senza prove. O ancora Alberto Tapia e Virgilio Campanería, entrambi studenti presso l’Università Cattolica di La Salle. Di loro e di molti, molti altri si parla nel libro La Passione di Cristo a Cuba, scritto in Cile nel 1962 da un giovane sacerdote, che venne lì esiliato.

Il regime decise ben presto di cancellare le tracce della persecuzione religiosa nell’isola: ieri, bloccando le mascelle ai condannati; oggi, cancellandoli agli occhi del mondo, fingendo che siano gli autori di banalissimi “reati comuni”.

Chi, nel 2003, in piena guerra del Golfo, si occupò delle sorti dei promotori, per lo più cattolici, del Proyecto Varela, che richiese le libertà fondamentali tramite referendum? Oltre 11 mila cittadini firmarono tale appello, depositato in Parlamento col sostegno esplicito di aggregazioni quali il Movimiento Cristiano Liberación. I suoi vertici vennero rinchiusi in carcere con pene oscillanti dai 12 anni all’ergastolo.

L’accusa, per tutti, fu quella d’aver attentato alla sicurezza dello Stato. La Chiesa, in quell’occasione, fece sentire la sua voce, proclamò anche una giornata di preghiera, in tanti vi parteciparono nella chiesa di San Giovanni in Laterano, all’Avana. Il Consiglio dei laici della Diocesi di Pinar del Rio denunciò pubblicamente l’accaduto. Oggi nemmeno quelle voci si odono più.

Sandro Magister lo scorso 11 settembre ha fornito sul suo blog una interpretazione geopolitica della situazione, di grande interesse: papa Bergoglio potrebbe sorvolare su certe criticità in vista della costituzione, nella regione, di una sorta di «Patria grande», cattolica ed anticapitalista, che includerebbe anche Cuba e la sua Alianza Bolivariana già stretta coi regimi populisti di Nicaragua, Venezuela, Ecuador e Bolivia. In quest’ottica, secondo Magister, sarebbero da interpretarsi i silenzi in merito alla «deriva totalitaria» di Chávez e di Maduro, in merito all’«immeritevole presidente boliviano Evo Morales». Ed ora anche in merito a Cuba.

La visita di papa Francesco non prevede visite nelle carceri o incontri coi profughi ed i senzatetto. Papa Francesco, scrive Magister, «a Lampedusa gettò fiori in mare e gridò Vergogna!, ma è improbabile che lo faccia dal Malecón dell’Avana, davanti al braccio di mare che ha inghiottito migliaia di cubani in fuga verso le coste della Florida. È difficile che in una prigione incontri qualcuno delle centinaia di detenuti politici». Come ai tempi della Ostpolitik vaticana promossa dal Card. Agostino Casaroli. Alla cui scuola, non a caso, sono cresciuti anche l’attuale Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin, ed il suo sostituto, l’Arcivescovo Angelo Becciu, già rispettivamente Nunzi, uno in Venezuela, l’altro a Cuba, come ricorda Magister.

Del resto, accadono strane coincidenze a Cuba. Capita, ad esempio, che il Nunzio apostolico giunto nel 2011, l’Arcivescovo Bruno Musarò, sia stato trasferito in Egitto il 5 febbraio scorso, pochi mesi dopo aver dichiarato che a Cuba «lo Stato controlla tutto» e che «l’unica speranza è quella di fuggire dall’isola», lamentando il degrado, la povertà e l’oppressione fatti patire al popolo.

Dal canto suo, il regime cubano ha tutto l’interesse a strumentalizzare al massimo l’imminente visita del Pontefice, come già fece in occasione di quella di Giovanni Paolo II nel 1998 e di quella di Benedetto XVI nel 2012.

Il Minrex, ministero per gli Affari Esteri cubano, nell’annunciare il programma dell’evento, ha già ricordato gli articoli 8 e 55 della Costituzione, che «riconoscono e rispettano la libertà religiosa», benché vincolata dall’art. 62, assolutamente “dimenticato”, in cui si specifica come «nessuna delle libertà riconosciute» possa «essere esercitata contro l’esistenza e gli scopi dello Stato socialista», né contro «la costruzione del socialismo e del comunismo», promettendo conseguenze per i trasgressori, quelle previste dal codice penale, considerato uno dei più repressivi in vigore. Per ritrovarsi incriminati, è sufficiente esprimere il benché minimo disaccordo col regime.

Tornano alla mente le chiare e forti parole di condanna del comunismo, cui, senza timori né strategie, ricorse un altro Pontefice, Pio XI, nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937; qui tale ideologia venne definita senza mezzi termini un «satanico flagello» (n. 7), «intrinsecamente perversa», specificando anche come sia impossibile collaborarvi, pena cadere «vittime» dello stesso «errore» (n. 58). Anche tacere, fingere di non vedere, di non sapere, di non sentire, anche tutto questo significa “collaborare”. (Mauro Faverzani)

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