I sermoni di Benigni e la divina costituzione

(di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro)  Ci siamo, il 17 dicembre si sta avvicinando a gran passi. Passi lunghissimi come quelli che Roberto Benigni muove sul palco nello spot del suo nuovo spettacolo-evento che si intitolerà La più bella del mondo. Naturalmente, si sta parlando della Costitituzione italiana, La-Co-sti-tu-zio-ne, l’unico testo sacro che, in quest’epoca post-comunista, post-democristiana, post-liberale, post-cattolica e ora con la nuova versione di Benigni anche post-comica, si mostra capace di mettere d’accordo tutti. Un condensato di saggezza civile che affascina anche tanti cattolici.

Non solo i sinistri eredi di quel dossettismo che tanto ardentemente aveva contribuito al parto, ma anche quel mondo neoconservatore invaghito della laicità, purché si presenti come “sana”, che finirà a celebrare la breccia di Porta Pia con Pannella e Rosy Bindi. Alla grandiosità dell’evento “benignano” si presta solo la grandiosa platea della prima serata di “Raiuno” e così, la sera del 17 dicembre, il comico toscano parlerà al popolo italiano, raccogliendo sicuramente più pubblico di quanto farà a reti unificate il presidente Napolitano la sera del 31.

Che cosa dirà nel suo messaggio alla nazione Benigni lo aveva anticipato tempo fa al “Tg1”: «Finora mi sono occupato di Dante. Qui siamo nel cielo degli uomini, a uno dei punti più alti raggiunti dagli uomini. In questo momento in cui ci stiamo perdendo, ci stiamo sperdendo davvero, bisogna andare a chiedere a chi ci ha indicato la strada da che parte andare. Gli autori della Costituzione ci hanno illuminato la strada della felicità con regole semplici semplici, i dodici principi fondamentali» che «tanti Stati hanno copiato». Enfasi dovuta, visto che non si sta parlando di un testo qualsiasi, ma della «Più bella del mondo».

Dopo decenni di purgatorio, La-Co-sti-tu-zio-ne è tornata in auge grazie anche al lavoro di gran sacerdoti come i presidenti della repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, diventando uno dei miti di ritorno tra i più efficaci. Quando, in un pubblico dibattito, qualcuno non sa più che argomento mettere in campo per stoppare l’avversario, ecco che evoca La-Co-sti-tu-zio-ne. Basta questo per far venir giù dagli applausi una platea che va da Gianfranco Fini a Fausto Bertinotti passando per gli uffici diocesani della pastorale sociale. In altre parole, è diventata un luogo comune ideologico contro il quale non è possibile argomentare. Non può essere toccata, pena il sacrilegio, neanche per correggere un refuso. E a scuola si stanno preparando dei futuri cittadini pronti a tutto per difendere La più bella del mondo. Ragazzi che non rispettano più niente e nessuno, ghermiti dal nulla che avanza, ma illuminati dal dettato dei padri costituenti. Se un ragazzo osa dire in classe che prima viene Nostro Signore Gesù Cristo e poi i padri fondatori della Costituente, l’insegnante interverrà subito per spiegare che anche nel Vangelo si dice che bisogna dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Dimenticando che tutta la dotazione di Cesare viene da Dio, tanto che Gesù dice a Ponzio Pilato: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto».

Il percorso di avvicinamento alla sacralità delle fondamenta laiche della repubblica italiana è preciso. Si parte dagli insegnamenti scientifici, in cui Dio creatore è stato spazzato via grazie all’evoluzionismo e al materialismo. Poi si passa alla storia, dove si dimostra che le società più evolute hanno vittoriosamente visto l’eclisse di Dio come principio e come fine dell’agire umano grazie al pensiero dei veri filosofi. Quindi tocca alla letteratura, dove si insegnano autori sul genere di Alberto Moravia in cui l’unica cosa sacra che è rimasta è il proprio sesso. Nell’ora che sarebbe di religione cattolica, quando non si gioca a battaglia navale, si studia una blanda sociologia del fenomeno religioso in cui Dio è una variabile misurata in punti percentuali. Ciò che ancora bisognava togliere di mezzo è il sentimento cattolico che, a dispetto di tutti i più luminosi intellettuali laici, continua a sopravvivere nel popolo italiano.

Quel Dio che spunta spesso tra i discorsi più diversi come un campanile nel panorama del Bel Paese dà proprio fastidio. Ed ecco che, per radere a suolo il campanile, entra in campo La-Co-sti-tu-zio-ne, mito di ritorno fondante della laicità dello Stato. Giù il campanile e su il municipio. “Cari scolari” viene detto in soldoni ai ragazzi “se non siete laici, se non vi inchinate davanti allo Stato laico e non celebrate e diffondete la sua laicità non siete dei buoni cittadini italiani”. Per rafforzare il concetto, tutto fa brodo: le vittorie ai Mondiali di calcio, le sgommate di Valentino Rossi con il tricolore sulle spalle, Rita Levi Montalcini icona eterna dei cervelli italiani, la Ferrari e Dolce&Gabbana ambasciatori del Made in Italy. Tutto nella grande pentola dove cuoce la ribollita laica. “Cari scolari” continua l’opera di melliflua laicizzazione “se volete diventare come loro bisogna che amiate La-Co-sti-tu-zione”. Dove si sottintende “Non avrai altro dio al di fuori della laicità dello Stato”. In effetti, Benigni è il cerimoniere più adatto. (Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro)

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