I primi martiri dell’Islam in Europa

padre Jacques Hamel

(di Roberto de Mattei, Il Tempo, 27 luglio 2016) Il primo martire dell’Islam in terra d’Europa ha un nome. È il padre Jacques Hamel, assassinato mentre celebrava la Santa Messa il 26 luglio nella chiesa parrocchiale di Saint-Etienne-du-Rouvray, in Normandia. Due musulmani che inneggiavano all’Islam, hanno fatto irruzione nella Chiesa e, dopo avere preso in ostaggio i pochi fedeli, hanno sgozzato il celebrante, ferendo gravemente un altro fedele. Sull’identità degli aggressori e sull’odio anticristiano che li ha  mossi non ci sono dubbi. Sulla sua agenzia di stampa Amaq, lo Stato Islamico ha definito i due assalitori «nostri soldati».

Il nome di Jacques Hamel si aggiunge a quello di migliaia di cristiani che ogni giorno vengono bruciati, crocifissi, decapitati in odio alla loro fede. Ma il massacro del 26 luglio segna una svolta perché è la prima volta che accade in Europa,  proiettando un’ombra di paura e di sgomento sui cristiani del nostro continente. Non è certo possibile presidiare 50.000 edifici religiosi in Francia, e un numero analogo di chiese, parrocchie, santuari in Italia e in altri Paesi. Ogni sacerdote è oggetto di possibili attacchi, destinati a moltiplicarsi anche in seguito all’effetto emulazione che segue a questi delitti. «Quanti morti sono necessari, quante teste decapitate, perché i governanti europei comprendano la situazione in cui si trova l’Occidente?» si è chiesto il cardinale Robert Sarah.

Che cosa deve accadere, aggiungiamo noi, perché i confratelli del cardinale Sarah nel collegio cardinalizio, a cominciare dal loro capo supremo, che è il Papa, comprendano la spaventosa situazione in cui si trova oggi non solo l’Occidente, ma la Chiesa universale? Ciò che rende terribile questa situazione è la politica di buonismo e di falsa misericordia nei confronti dell’Islam e di tutti i nemici della Chiesa. Certo, i cattolici devono pregare per i loro nemici, ma devono anche essere consapevoli di averne, e non si devono limitare a pregare per loro, hanno anche il dovere di combatterli. È il catechismo della Chiesa cattolica che lo insegna al n. 2265 quando dice che la legittima difesa può essere un dovere grave per chi è responsabile della vita di altri. «La difesa del bene comune esige che si metta l’ingiusto aggressore in condizioni di non nuocere».

Papa Francesco si è detto «particolarmente turbato da questo atto di violenza che ha avuto luogo in una chiesa durante la liturgia della Messa ed ha implorato la pace di Dio per il mondo», rinunciando  ancora una volta a chiamare per nome gli assassini.

Il silenzio di Papa Bergoglio è parallelo a quello dei musulmani di tutto il mondo che non denunciano con voce forte e in maniera unisona e collettiva i delitti commessi, in nome di Allah, dai loro correligionari. Eppure perfino il presidente della Repubblica francese François Hollande, nel suo discorso alla nazione di martedì sera, ha parlato di una guerra aperta della Francia contro l’Isis. Durante il suo pontificato, il Papa ha beatificato con procedure super veloci alcuni personaggi del XX secolo, come Oscar Arnulfo Romero e don Pino Puglisi, che non furono certamente uccisi in odio alla fede cattolica.

Ma il 12 maggio 2013, ha anche canonizzato in piazza San Pietro gli ottocento martiri di Otranto, massacrati l’11 agosto 1480 dai Turchi per non aver voluto rinnegare la loro fede. Se Papa Francesco annunciasse l’avvio di un processo di beatificazione del padre Hamel darebbe al mondo un segnale pacifico, ma forte ed eloquente, della volontà della Chiesa di difendere la propria identità. Se invece continuerà ad illudersi sulla possibilità di un accordo ecumenico con l’Islam, ripeterà gli errori di quella sciagurata politica che sacrificò le vittime della persecuzione comunista sugli altari dell’Ostpolitik. Ma l’altare della politica è diverso dalla sacra mensa su cui si celebra il sacrificio incruento di Cristo e a questo sacrificio, il 26 luglio, padre Jacques Hamel ha avuto la grazia di unirsi, offrendo il proprio sangue. (Roberto de Mattei, Il Tempo, 27 luglio 2016)

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