I morti di Francia non si piangono cantando la “Marsigliese”

place-de-la-republic(di Mauro Faverzani) I 129 morti e gli oltre 300 feriti di Parigi non han versato sangue per la “Marseillaise”. Non c’entra: è un canto stonato in partenza. E, se simbolo è di qualcosa, lo è di quella Rivoluzione e del conseguente periodo definito, non a caso, “Terrore”, che non fu poi molto differente dall’orrore provocato dall’Isis. Invocare quelle note è fuori luogo.

Così come fuori luogo, anzi stucchevole è stato sentire il presidente francese Hollande definire l’accaduto come un attentato ai «valori della Repubblica». Quali valori? Quei 129 morti e gli oltre 300 feriti non han versato il loro sangue nemmeno per quel clima soffocante ed oppressivo di laicismo giacobino, imposto in un Paese un tempo figlio prediletto della Cristianità.

Del resto, che cosa si aspettavano in una terra, in cui non solo al Raduno annuale degli islamici di Francia, ma persino nelle scansie dei supermercati è possibile trovare libri che inneggiano all’uso delle armi «per assicurare la supremazia di Allah», nonché alla conquista dell’Europa, come I 40 Hadith, testo che preconizza la morte per gli «apostati» (ergo, per gli islamici, che si convertano a qualsiasi altra confessione), o come La via del musulmano, che predica una jihad esplicitamente «offensiva» e la «pena di morte» per gli «eretici»?

Che cosa si aspettavano in una terra in cui il 50% della carne bovina, il 40% di quella di pollo ed il 95% di quella d’agnello viene macellato col metodo halal ovvero «conforme» alla sharia, alla legge islamica, come denunciato dal volume Bon appetit!, scritto dalla giornalista Anne de Loisy ed uscito nel febbraio scorso? Che cosa si aspettavano in una terra in cui si consente di costituirsi in partito e presentarsi alle elezioni a chi venga a dettar legge in casa altrui, promuovendo l’imposizione del velo, l’istituzione di feste nazionali islamiche, la lingua araba e la revisione dei libri di testo nelle scuole francesi, come nel caso dell’Udmf ovvero Unione dei democratici musulmani di Francia e del Pej ovvero Partito di uguaglianza e giustizia? Che cosa si aspettavano in una terra in cui nelle carceri i detenuti non islamici vengono costretti sotto minaccia da quelli musulmani a rispettare il Ramadan, contando sul silenzio terrorizzato degli agenti di Polizia Penitenziaria, come denunciato nel luglio dell’anno scorso dal settimanale Minute? Chi semina vento, abdicando al proprio dovere di governare una Nazione e lasciandola anzi islamizzare da altri, indisturbati ed impuniti, non può poi pretendere di non raccogliere tempesta.

Chi ha buona memoria ricorderà senz’altro il video diffuso soltanto nel marzo scorso su social e internet, prodotto dall’Alhayat Media Center, l’azienda incaricata della propaganda jihadista. Le parole del canto proposto erano chiare, chiarissime. Si diceva: «Dobbiamo sconfiggere la Francia, dobbiamo umiliarla! Vogliamo vedere la sofferenza e morti a migliaia. La battaglia è iniziata. La vendetta sarà terribile. I nostri soldati sono rabbiosi. La vostra fine sarà orribile. L’islam prevarrà, risponderà con la spada. Chi vorrà opporsi, non conoscerà più la pace. Siamo venuti per dominare ed i nostri nemici periranno. Li elimineremo e lasceremo i loro corpi imputridire».

Allora, forse, quelle parole parvero a qualcuno un semplice spot e furono accolte con una certa indifferenza. C’era già stato l’attacco a Charlie Hebdo, si riteneva che la Francia, il proprio tributo di sangue, l’avesse già pagato. Non era così. Le minacce, i terroristi islamici, non le lanciano mai a caso. In un’intervista, che verrà pubblicata sul prossimo numero del mensile Radici Cristiane, quello di dicembre, presto nelle case degli abbonati, l’antropologa Ida Magli è molto chiara: non crede che l’Occidente possa mai vedere scatenarsi l’inferno, il «giorno J» della jihad, ma per un solo, semplice motivo: perché «l’Occidente si sta ammazzando da solo», grazie anche all’azione di governanti che, avendo giurato fedeltà al proprio Paese ma agendo contro i suoi interessi, «sono spergiuri impegnati ad ucciderci».

Si è sentito anche in questi giorni un gran parlare di islam “moderato”, dimenticando però come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – ritenuto, non a caso e nonostante tutto, da molti, in Occidente, un leader pure “moderato” – abbia esplicitamente dichiarato, nel corso di un’intervista concessa nell’agosto del 2007 a Kanal D Tv: «L’espressione “islam moderato” è turpe ed offensiva. Non c’è alcun islam moderato. L’islam è islam».

Allora, non è cantando la Marseillaise o invocando insussistenti «valori» del laicismo giacobino di Stato, che si piangono davvero quei morti. Versiamo pure lacrime. Ma sono inutili, finché non si aprano gli occhi. Finché cioè, come ha detto l’abbé Guy Pagès, esperto di islam, non la si smetta di considerare «l’islam una religione come un’altra», poiché, così facendo, «spalanchiamo le nostre porte alla guerra di conquista che Allah prescrive a qualsiasi musulmano: “E combatteteli finché la religione non sia interamente per Allah solo” (Corano, 2.193)». Diversamente, piangere non serve. (Mauro Faverzani)

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