I martiri della legge naturale

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(di Cristiana de Magistris) Nella Somma teologica san Tommaso afferma che la «legge naturale» è «la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale». Secondo l’Aquinate, grazie ad una disposizione innata, la «sinderesi», l’uomo possiede la «cognizione abituale» dei principi primi della legge naturale, iscritti da Dio nella sua anima. In quest’ottica la difesa della legge naturale, la quale altro non è che la partecipazione della legge eterna nella creatura ragionevole, equivale in qualche modo alla difesa dei diritti di Dio, e infine di Dio stesso.

Da ciò si comprende la gravità dei peccati contro la legge naturale, e da ciò parimenti si spiega perché la Chiesa annoveri tra i suoi martiri non solo coloro che hanno versato il proprio sangue per la difesa della Fede, ma anche per la legge divina (ad esempio, san Giovanni Battista, san Tommaso Moro, san Giovanni Fisher che hanno difeso l’indissolubilità del matrimonio) e per la legge naturale. Due santi che la Chiesa ha appena commemorato (il 5 e il 7 maggio) portano questa gloriosa aureola: sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao, vescovo di Cracovia.

Sant’Angelo nacque a Gerusalemme nel 1185 da genitori ebrei convertiti al cristianesimo. All’età di 18 anni entrò fra i Carmelitani e visse nel convento sul monte Carmelo in duro ascetismo, in digiuni, preghiere e penitenze. Ordinato sacerdote all’età di 25 anni, presto cominciò a predicare e ad imitare la potenza taumaturgica dei suoi padri Elia e Eliseo compiendo i primi miracoli. Nel 1214 Alberto di Gerusalemme compose una nuova regola per l’Ordine dei Carmelitani e, 4 anni dopo, nel 1218, Angelo ebbe la missione di recarsi a Roma per sottoporre la nuova regola all’approvazione di papa Onorio III.

A Roma, Angelo incontrò san Domenico Guzman e san Francesco d’Assisi, che gli profetizzò il suo martirio. Dopo una breve permanenza nella Città eterna, Angelo fu inviato in Sicilia, dove predicò in diversi paesi ed infine, giunse a Licata. Qui, nel corso delle sue predicazioni, conobbe Berengario La Pulcella, un signorotto del luogo, di origine normanna che, oltre ad essere un caparbio cataro, da dodici anni, con indicibile scandalo del popolo, viveva una relazione incestuosa con la sorella Margherita dalla quale aveva avuto tre figli. Angelo tentò molte volte di riportare paternamente Berengario sulla retta via, ma invano.

Tuttavia, con le sue prediche sul peccato, convinse almeno la donna a ravvedersi e a fare pubblica penitenza. Margherita gridò il suo pentimento davanti al santo predicatore e alla moltitudine di persone presenti in chiesa. Fu allora che Berengario, irato oltremisura, progettò la sua vendetta. Un giorno, mentre Angelo predicava al popolo, Berengario, passando in mezzo alla folla, salì sul pulpito, e lo pugnalò con cinque colpi mortali sotto lo sguardo impietrito degli astanti. Era il 5 maggio del 1220. Prima di morire, Angelo chiese a Dio e ai fedeli di Licata di perdonare il suo assassino. Berengario pose fine alle sue scelleratezze e ai suoi infelici giorni impiccandosi nella sua stessa casa. L’Ordine Carmelitano venera sant’Angelo almeno dal 1456, e papa Pio II ne approvò il culto. Nell’arte è raffigurato con la palma del martirio in mano, tre corone (verginità, predicazione, martirio) e con una spada che gli trapassa il petto, segno del suo martirio. La sua festa si celebra il 5 maggio.

San Stanislao, nato in Polonia nel 1030 da pii e devoti genitori, si distinse fin dall’infanzia per le sue virtù. Ordinato sacerdote e fatto canonico della cattedrale, fu il modello del capitolo per l’intensità della sua vita ascetica e il lume dei suoi consigli. Dopo la morte del Vescovo Lamberto, Stanislao fu eletto suo successore. In quel tempo regnava in Polonia il re Boleslao II, uomo dai costumi quanto mai dissoluti. Nessuno tuttavia osava redarguirlo. Solo Stanislao tentava di indurlo a cambiar vita e Boleslao II, in principio, parve dar segni di pentimento. Ma le buone risoluzioni del re non durarono a lungo.

Un giorno Boleslao, nella provincia di Siradia, fece rapire a viva forza Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza. Quest’atto tirannico e immorale provocò l’indignazione dell’intera Polonia. Il Primate del regno e gli altri vescovi, che avrebbero dovuto intervenire, non volendo dispiacere al sovrano tacquero miseramente. Soltanto Stanislao ebbe la fermezza di affrontare il re, minacciando di colpirlo con le censure ecclesiastiche se non avesse posto fine alla sua vita dissoluta. Alla minaccia di scomunica, Boleslao lo ingiuriò vergognosamente dicendo: «Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo». Il Santo, senza alterarsi, rispose: «Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro».

Boleslao II risolvette di vendicarsi ricorrendo alla calunnia e, durante un’assemblea generale, accusò il Santo di essere il possessore illegittimo di un terreno, che egli invece aveva legalmente acquistato, senza però poterlo provare con documenti. Poiché i veri testimoni tacevano, temendo di dire la verità, Stanislao promise di far comparire in giudizio, entro 3 giorni, Pietro, il venditore del terreno, morto da tre anni. La proposta fu accolta con risa scroscianti e vile sarcasmo, ma dopo tre giorni, trascorsi in preghiere e digiuni, Stanislao si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

Il defunto ubbidì e il Santo lo condusse con sé al tribunale dove l’attendeva il re. «Ecco – disse Stanislao ai giudici entrando con Pietro nella sala – colui che mi ha venduto la terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza. Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo conoscete e la sua tomba è aperta». I presenti rimasero ammutoliti. Il risorto dichiarò senza reticenze che il santo Vescovo gli aveva pagato quella terra davanti ai due testimoni che qualche giorno prima avevano omesso di dire la verità. Quindi tornò nella tomba, non senza aver prima chiesto a san Stanislao di pregare il Signore perché gli abbreviasse le pene del Purgatorio.

Quel miracolo strepitoso sembrò colpire il cuore di Boleslao II che per un certo tempo parve moderare i suoi misfatti. Ma si trattò di una breve tregua seguita da peggior sorte, visto che finì poi coll’abbandonarsi anche alle abominazioni della sodomia. Stanislao, intanto, continuava a supplicare il Cielo per ottenere la conversione del re. Ma tutto fu inutile: il sovrano continuava a ingiuriarlo e minacciarlo di morte qualora avesse continuato a riprendere la sua condotta. Stanislao, allora, dopo avere chiesto il parere di altri vescovi, volendo por rimedio alla gravissima offesa fatta a Dio, scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl’interdisse l’ingresso in chiesa.

Il re, a questo punto, decise la vendetta ed ordinò alle sue guardie di uccidere Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani addosso al Santo che celebrava la Messa, stramazzarono a terra per una forza misteriosa. Il re allora si avvicinò in persona a Stanislao e, con la spada sguainata, gli fracassò la testa con tale violenza da farne schizzare il cervello contro la parete. Era l’11 aprile del 1079. Non ancora soddisfatto, il re tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge. Ma alcuni sacerdoti e pii fedeli, raccolsero quelle membra sparse, che rifulgevano di un arcano splendore ed emanavano un soavissimo profumo. San Gregorio VII (+1085) lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale.

Boleslao si pentì dei crimini commessi e terminò la sua vita in un monastero di benedettini ove, come fratello laico, rimase sconosciuto fino alla morte dedito alla penitenza e ai lavori più umili. San Stanislao di Cracovia fu canonizzato da Innocenzo IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi, tra cui la risurrezione di tre morti. La sua festa si celebra il 7 maggio, nel calendario tradizionale.

Sant’Angelo di Gerusalemme e san Stanislao non furono uccisi in odium fidei. Il primo fu pugnalato dal signorotto incestuoso al quale il Santo rimproverava l’orribile misfatto e san Stanislao fu trucidato dal re che ammoniva per il suo libertinaggio e la sua sodomia. Si trattava dunque di peccati contro la legge naturale. Anch’essa ha i suoi diritti, che vanno difesi, e perciò ha i suoi martiri in chi muore per difenderli. Difendere la legge morale naturale, iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, equivale a difendere Dio stesso.

Non vi è un secolo che non abbia avuto i suoi martiri, gli uni per la fede, gli altri per l’unità della Chiesa, altri ancora per la sua libertà. Il XXI si è aperto con un macabro attacco alla legge naturale. Ed ha bisogno di testimoni, cioè di martiri. Ma, come scriveva profeticamente dom Guéranger, «qualunque cosa avvenga, siamo pur certi che lo Spirito di forza non mancherà agli atleti della Verità. Il martirio è uno dei caratteri della Chiesa, e non le è mancato in nessuna epoca». Questi atleti, gloria della Chiesa, con la loro vita ˗ e talvolta anche con la morte ˗ proclamano che l’amoris laetitia non consiste nell’evadere la legge, ma nell’amare Colui che dà la legge per la nostra eterna “laetitia”. (Cristiana de Magistris)

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