I martiri albanesi e l’inferno di Enver Hoxha

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(di Cristina Siccardi) Una sera di 70 anni fa, nel gennaio del 1947, si presentarono nell’Episcopio albanese di Durazzo alcuni emissari del Governo comunista di Enver Hoxha (1908-1985) per convocare a Tirana il Vescovo Monsignor Kolë Prennushi (1885-1949).

Il mattino dopo il Vescovo partì per non fare mai più ritorno. Dal 1946 al 1990 l’Albania fu uno Stato nazional-comunista, isolazionista, stalinista e anti-revisionista, che dedicò poco tempo alla cooperazione politica con gli Stati comunisti del Patto di Varsavia dominato dall’Unione Sovietica, in quanto quest’ultima, con l’ascesa al potere di Nikita Kruscev, aveva assunto una forte opposizione al culto della personalità di Stalin.

Nel 1967, ovvero 50 anni fa, dopo due decenni di massiccia ateizzazione della nazione, Hoxha dichiarò trionfalmente che l’Albania era il primo Paese al mondo dove l’ateismo di Stato era iscritto nella Costituzione, infatti l’articolo 37 recitava: «Lo Stato non riconosce alcuna religione e supporta la propaganda atea per inculcare alle persone la visione scientifico-materialistica del mondo»; mentre l’articolo 55 del Codice penale del 1977 stabilirà la reclusione da tre a dieci anni per propaganda religiosa e produzione, distribuzione o immagazzinamento di scritti religiosi.

Durante la tirannia di Hoxha furono distrutte o chiuse tutte le chiese d’Albania, uccisi o incarcerati vescovi, sacerdoti, religiosi e suore perché il delitto più grave era considerato credere e professare la propria fede. Chi veniva trovato con una Bibbia o un rosario veniva subito incarcerato o murato vivo nella propria abitazione, come accadde alla madre e alla sorella della santa Madre Teresa di Calcutta.

Le chiese ancora in piedi furono adibite ad officine meccaniche, magazzini, stalle o cinema. Ai genitori fu proibito dare nomi religiosi ai propri figli. Nel sud, dove era concentrata la popolazione di etnia greca, i villaggi con toponimi di santi furono rinominati e laicizzati. La Sigurimi (polizia segreta) violava abitualmente la riservatezza delle persone, delle abitazioni, delle comunicazioni, compiendo arresti arbitrari. I tribunali si preoccupavano che le sentenze fossero scritte secondo la prospettiva politica del partito, piuttosto che garantire all’accusato una giusta procedura giuridica, che spesso veniva condannato senza nemmeno la formalità di un processo.

La spietatezza di Hoxha, dunque, cadde anche sul francescano Monsignor Prennushi, messo oggi a capo dei 38 martiri albanesi beatificati recentemente a Scutari, il 5 novembre 2016. Nato sotto l’Impero ottomano, egli è noto come il Thomas Becket d’Albania, poiché fu un valente letterato, profondamente legato alla sua terra; ma fu soprattutto un grande testimone della fede cattolica.

Fra i primi interventi che il Governo fece contro la Chiesa fu rifiutare, di ritorno da Roma, l’ingresso al nunzio apostolico Monsignor Leone Giovanni Battista Nigris. Il 16 agosto del 1944 durante la processione per la festa di san Rocco che si svolse a Shiroka (villaggio sulle sponde del lago di Scutari), don Ndre Zadeja disse ai fedeli: «Due parole devo dire oggi a voi, specialmente a voi giovani; una nuvola nera sta per piombare sulle vostre teste. La sua intenzione è quella di scaricarsi su di voi. Allora non potrete fare niente contro di essa, solo sopportarla con tutti i suoi mali, e tra questi la negazione di Dio». Zadeja fu il primo sacerdote di Scutari ad essere fucilato (25 marzo 1945). Alla morte dell’Arcivescovo di Scutari, Monsignor Gaspër Thaçi (1946), Monsignor Kolë Prennushi divenne il Primate della Chiesa albanese.

Quando egli lasciò la sua residenza, la Segurimi saccheggiò il suo studio, distruggendo il suo crocifisso di legno. Enver Hoxha in persona lo ricevette a Tirana e direttamente gli chiese la disponibilità a creare una chiesa nazionale separata da Roma, cercando di persuaderlo attraverso il grande amore che il Vescovo nutriva per il suo Paese. Tuttavia nulla permise il tradimento, la fedeltà a Santa Romana Chiesa e al Sommo Pontefice non lo fecero cedere, così come accadde anche a diversi altri membri del clero. Molti fucilati, prima di morire gridavano: «Via Cristo Re! Viva il Papa! Viva la Chiesa! Viva l’Albania!».

Il Primate venne incarcerato in una cella di 30 per 50 metri quadrati circa, con altri prigionieri, fu calunniato pubblicamente e condannato ai lavori forzati per vent’anni. Non fece in tempo a portare a termine la pena comminata perché morì il 19 marzo del 1949 (anniversario dell’investitura episcopale) a causa delle fatiche, delle terribili torture inflittegli, dei problemi cardiaci.

Arshi Pipa, scrittore e saggista, incarcerato con il Vescovo, racconterà i supplizi che il prelato dovette subire, fra cui l’essere picchiato con spranghe di legno, oppure veniva appeso, legato mani e piedi, a un gancio che dava sulla porta dei bagni dell’ufficiale della Segurimi, per venire tolto solo dopo lo svenimento. Il fratello Anton gli fabbricò una bara e, con l’aiuto di amici, lo fece seppellire di nascosto nella cattedrale di Durazzo; ma nel 1967 la salma venne profanata e le ossa furono disperse.

I primi martiri del regime comunista albanese ad essere beatificati dalla Chiesa sono stati, quindi, Vincenzo Prennushi e 37 compagni uccisi «in odium fidei», il cui elenco dei nomi è qui riportato: www.santiebeati.it. Si tratta di 21 sacerdoti diocesani, 7 sacerdoti francescani, 3 gesuiti (due sacerdoti e un fratello coadiutore), un seminarista e quattro fedeli, compresa un’aspirante religiosa.

Nel settembre 1985 – Enver Hoxha era morto l’11 aprile di quell’anno – un militare della Guardia spedito ai lavori forzati, per una rissa, dopo aver montato la guardia alla tomba di Hoxha, confessò: «Si sentono rumori, tremori, grida, sono come gemiti che salgono da un abisso. È una tortura. Da questo mi sono salvato. Sono più di 20 i compagni del mio gruppo che sono finiti in un reparto di psichiatria. Qui lavoro un po’ di più, ma non sento questo inferno» (Cfr. www.lanuovabq.it).

Nel 1989, quando fu concesso a santa Madre Teresa di Calcutta di poter entrare, dopo decenni, in Albania, la vedova del tiranno, Nexhmije Hoxha, andò ad accoglierla all’aeroporto: sembrò un omaggio alla suora, e la televisione albanese riprese trionfalmente la scena. Per i cattolici albanesi fu un colpo durissimo: Madre Teresa si era fatta strumentalizzare per portare lustro alla memoria del dittatore defunto? La fondatrice delle Missionarie della Carità andò persino sulla tomba del tiranno e ciò venne presentato dai media albanesi come un atto di grande rispetto per Hoxha. Le ragioni era ben altre…

La visita al sepolcro era stata richiesta dalla vedova stessa, in quanto ella si vergognava delle grida spaventose e della terra che si scuoteva sotto i piedi di dove era sepolto il marito. Aveva dunque incaricato Ylli Popa, uno dei più fedeli uomini del regime, e traduttore di Hoxha, di portare una lettera a Madre Teresa, in cui la supplicava di venire a pregare su quella tomba per dare pace a quel luogo. «Non ripresa dalla Tv (…) Madre Teresa rimase a lungo in preghiera sulla tomba, dove da allora è tornata la calma» (ibidem), ma da quel momento in poi il demonio prese a tormentare la mistica suora missionaria della Carità.

L’Inferno esiste e soltanto la Verità di Gesù Cristo, di cui sono testimoni i santi e martiri, può tenerlo distante dalla vita terrena ed eterna delle persone. (Cristina Siccardi)

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