I dubbi (fuori tempo massimo) di Francesco D’Agostino

Francesco D’Agostino(di Valerio Pece) L’articolo di sabato di Francesco D’Agostino su “Avvenire” (Il problema resta, questo il titolo, mentre il tema è la controversa legge sull’omofobia) lascia perplessi e un po’ delusi.

E il perché è presto detto. Di fronte alla violenza degli abortisti che il 23 luglio hanno devastato la cattedrale di Santiago del Cile durante la messa in onore di S. Giacomo, imbrattando statue, altari, distruggendo confessionali e malmenando fedeli (non c’entra con la legge in discussione ma c’entra col clima), di fronte al Presidente di Arcigay, Paolo Romani, che arriva ad invocare “provvedimenti” per don Stefano Piccinelli (e qui l’episodio c’entra eccome), reo di aver affisso in bacheca l’ormai famoso appello de La Nuova Bussola Quotidiana (a proposito: c’è qualcuno che ha ancora il coraggio di dire che i cattolici non dovranno minimamente preoccuparsi di nulla?), di fronte a questo e ad altro, D’Agostino va a zig-zag, cincischia, si contraddice.

Vediamo cosa ha scritto sabato. (1/D’Agostino): «è evidente che fanno benissimo tutti coloro che, per la preoccupazione che il disegno di legge presentato in materia possa obiettivamente limitare la libertà di pensiero e di religione, si battono per ostacolarne l’approvazione o almeno perché se ne rivedano significativamente i contenuti». Per poi, ahinoi, aggiungere subito dopo: (2/D’Agostino) «non ho alcuna difficoltà ad auspicare che il nostro Parlamento vari il disegno di legge di cui tanto si discute in questi giorni».

Siamo, come si vede, al “Vorrei, non vorrei, ma se vuoi” di Battisti-Mogol, se non addirittura a qualche calcetto al principio di non contraddizione. Ed è un peccato, perché sui libri di Francesco D’Agostino ci siamo formati in tanti, ma oggi, e proprio mentre “i più uguali degli altri” e gli accoliti del laicismo più becero sono ormai alla porta con gli occhi rossi e le pietre in mano, quell’incedere filosofeggiante, che rimanda sempre ad un problema “a monte” , be’, non possiamo più permettercelo. Anche perché a forza di guardare “a monte” non vediamo più la desolazione che c’è “a valle”.

Serve prontezza, azione, coraggio. Ottimo, per esempio, l’approccio dei Giuristi per la vita, i quali, tanto per rimanere al caso di don Piccinelli (contro cui si è scagliato con violenza inaudita anche il PD ferrarese e una sempre zelante CGIL) non hanno aspettato un attimo per inviare un comunicato stampa; di consolazione per il sacerdote, ma fondamentale per i 33.000 preti italiani e l’opinione pubblica tutta intera: è un “non abbiate timore”, un “non siete soli” – che in tempi da Regime del Terrore serve come il pane. Non è un caso che ai GpV (che proprio oggi hanno inviato una lettera a tutti i parlamentari invitandoli a non firmare il DDL), seppur esistano da poco più di un anno, arrivino continue richieste d’aiuto.

Da infermiere costrette a collaborare agli aborti, a insegnanti di religione letteralmente in lacrime perché stretti tra denunce di genitori e presidi, desiderio di non abbandonare un insegnamento ancorato all’ortodossia cattolica, e l’umanissimo problema del “tengo famiglia”. Com’è evidente, siamo già alla paralisi forzosa del sentirsi e del vivere cristiano. Per legge o per paura. «L’unico modo per restare al sicuro – scrive un lucido Giulio Meotti – sarà chiudere la bocca, oppure abbracciare il coro e gridare “omofobia” a turno. Questo è il cuore della menzogna gay».

Le posizioni di D’Agostino invece sono spesso melina, possono addirittura servire a rianimare chi la legge contro l’omofobia la vorrebbe fortissimamente (“vedi? Lo dice anche il cattolico D’Agostino”), e a richiudere gli occhi di tutti quei cattolici che magari guardano a sinistra e che, costretti dagli eventi – con questa agenzia di stampa, con “Tempi”, con la “Nuova BQ”, con le lettere che arrivano ad “Avvenire”, o magari drizzando le orecchie verso un così risoluto pastore come Mons. Luigi Negri – stanno pian piano persuadendosi che sì, c’è da alzare la guardia, c’è proprio da aver paura, nessuno sta esagerando, c’è da svegliarsi e scendere in piazza.

E che dire di ciò che D’Agostino ha consegnato in un’intervista all’agenzia “Sir” il 22 luglio? «Non condivido – scrive il giurista romano – la posizione ‘perdente’ di chi si arrocca nella negatività e sostiene che l’attuale situazione normativa è soddisfacente». Testuale. Ma questa, per non cadere nel tranello, è proprio la posizione più saggia, quella di tantissimi cattolici, e per molti versi quella di un Maurizio Sacconi per il quale il testo è «inemendabile se rimane ancorato alla legge Reale-Mancino, in quanto una volta affermato il reato di opinione è impossibile attenuarne la portata».

Quel che è peggio è che questo freno tirato vale oramai anche per molti pezzi della storica e gloriosa UGCI, l’Unione dei giuristi cattolici italiani di cui Francesco D’Agostino è Presidente. UGCI che, tenetevi forte, – lo scrive Simone Sereni sul portale cattolico Aleteia – «non ha espresso una posizione unitaria sulla legge anche per via della “complessità tecnica della materia” (sic!), come fanno sapere proprio dall’Unione». Come se il Milan non volesse partecipare alla Champions League perché tanto il Barcellona e il Bayern sono imbattibili. Ora, non sarà certamente così per Giancarlo Cerrelli, Vicepresidente dei Giuristi Cattolici e per tanti, tantissimi altri gagliardi giuristi dell’UGCI, ma non esprimere un parere sul disegno di legge che tiene mezza Italia col fiato sospeso perché il tema è “troppo complicato” (e a chi dovremmo chiederlo un parere giuridico, all’UCI, l’Unione dei cuochi italiani?) ci sembra concedere un po’ troppo al politicamente corretto. Urge un dibattito interno all’UGCI.

Allora, come dice papa Francesco, «con Pilato o con Maria e il Cireneo?». Nostro malgrado siamo in guerra, caro professor D’Agostino, e mi sia concessa la provocazione, bisogna scegliere da che parte stare. Con urgenza e chiarezza di linguaggio, possibilmente… E che l’indimenticato Sergio Cotta interceda dall’alto per tutti. (Valerio Pece)

Donazione Corrispondenza romana