I cattolici perduti di Bosnia «L’Europa ci ha dimenticati, aspettano che moriamo tutti»

(Mara Gergolet su Corriere.it) BANJA LUKA – «Non chiedo molto. Padre, lo dica lei: è vero che non vi ho chiesto molto?». Elemosinare no. Tutto si sopporta, un’unica stanza per vivere, senza acqua e senza bagno («quando piove, vado fuori con l’ombrello»), stufetta elettrica perché non c’è il camino. Ma non di essere scambiati per mendicanti. Vent’anni fa, prima di questo misero rifugio con pizzi di nylon alla finestra Marija Abdulic, 70 anni, la casa con i documenti in regola ce l’aveva. «Entrarono in sei – dice rivolta a padre Davor – in cinque minuti me ne andai». Soldati, civili? «Non voglio ricordare». Serbi. Cacciarono migliaia di croati dalle case di Banja Luka tra il ’92 e il ’93. «Se ho provato a riaverla, la casa? Ho speso tutti i soldi per gli avvocati. Ho avuto solo bugie». Ora, dice, a casa sua vive il figlio d’un amico del presidente Dodik. «Aspettano che moriamo tutti, noi vecchi. Poi nessuno più reclamerà indietro la nostra roba». E quel che non ha fatto la pulizia etnica, lo completerà il tempo.

Banja Luka, Republika Srpska. Qui, basta vedere i viali di vecchi platani, non è caduta una granata. I serbi erano maggioranza, ora questo è il capoluogo della loro entità «semiautonoma». Dei 40 mila croati ne sono rimasti tremila. E croato vuol dire cattolico. «Stiamo scomparendo, vogliono farci estinguere», dice il vescovo Franjo Komarica. Perché in un Paese che si divide non su linee religiose (nessuno mette in discussione la convivenza religiosa) ma etniche, i gruppi nazionali hanno un’origine religiosa. Komarica l’ha detto dieci giorni fa a San Gallo, in Svizzera, alla conferenza dei vescovi europei, prima ancora all’Europarlamento, lo ripete da anni. «A noi non hanno dato una chance di sopravvivere – spiega nell’episcopato -. In questi saloni ho ricevuto delegazioni di europei, americani, la Nato. E uno, un grande nome, è sbottato: “Per noi, voi valete al massimo quanto i cavalli nelle stalle”. L’ho ringraziato: “Eccellenza, lei almeno ha detto la verità. Io non tradirò il suo nome, ma può star certo che ripeterò questa sua frase a tutti”».

È questa la grande accusa dei cattolici all’Europa del Nobel per la pace: d’aver sì imposto la fine della guerra con gli accordi di Dayton, ma fallito la pacificazione. «Dayton ha legalizzato i crimini», dice Komarica. Per Ivo Tomasevic, portavoce della Conferenza episcopale, «non c’è peggior ingiustizia di quella imposta per legge». Quegli accordi andrebbero riscritti, ma l’Ue non ci sente.

La mappa etnica della Repubblica Srpska è impietosa: 152 mila cattolici prima della guerra, 11.900 adesso. Una comunità di vecchi. Per i giovani, niente lavoro né case. A Zlatan Psudka l’hanno occupata nel ’95 i profughi serbi in fuga dalla Croazia della reconquista di Tudjman. La sua famiglia ha accettato uno dei famigerati «scambi», il baratto immobiliare tra profughi, spostati nella regione come patate. Ma era una truffa: arrivati a Navir, in Croazia, hanno trovato una casetta per il weekend senza finestre, mai registrata al catasto. Da allora, 17 anni e 10 mila euro dopo, ha vinto due processi: entrambi annullati. Casi simili ce ne sono a centinaia. Darja Rakic, unico magistrato croato a Banja Luka, licenziata per far posto a una serba, lotta da 10 anni nei tribunali e giura che per riavere il posto andrà fino a Strasburgo. È in questo lento ostruzionismo dei tribunali, una «farsa istituzionalizzata», dice, che i serbi spengono i tentativi di ricostruire una comunità. «Qui combatte solo la Chiesa».

Non si capiscono i croati bosniaci senza la Chiesa. Una comunità di 440 mila persone, 358 sacerdoti e 475 francescani, 158 seminaristi, chiese piene ogni domenica. Neppure la cattolica Polonia, in percentuale, può tanto. A Banja Luka la Caritas ha restaurato tremila case, costruito una casa di riposo, creato cooperative contadine («grazie anche ad aiuti italiani, da Mantova al Trentino»). «Per i serbi – dice Komarica – siamo un osso nella gola: non possono inghiottirci, non possono sputarci».
Duecento chilometri a Sud, a Sarajevo, i cattolici sono di nuovo minoranza. Stavolta tra musulmani. Trentamila durante la guerra, 10 mila adesso. (Solo in Erzegovina, al Sud, comandano loro). Ma come si fa a restare, con la disoccupazione al 44%, se per 100 euro hai il passaporto di Zagabria in tasca e l’Europa oltre il confine?
Certo, non tutti sono pessimisti. Non monsignor Franjo Tomic: «Uno vede ciò che vuol vedere». Questo prete-intellettuale, che pare uscito da Todo Modo di Sciascia, dirige Napredak, durante la guerra sfamava la gente e ospitava Christian Amanpour della Cnn . Oggi guida la più potente associazione culturale bosniaca: concerti, mostre, una squadra in serie B, dove quasi tutti sono musulmani. «Dio ci ha creati diversi», dice, e lui tra i musulmani è popolarissimo. «Qui purtroppo anche la gente religiosa guarda con occhi nazionali».
Nella Sarajevo invasa dai capitali del Golfo, si aspetta sette anni il permesso per costruire un centro cattolico giovanile. Renata lavora lì. «La convivenza con i musulmani? I 18enni vi diranno: ci amiamo». Ma a 35 anni, dice, si nota che i musulmani tra loro si salutano «salam aleikum» e a te dicono «dober dan», che il supermercato BBI non vende carne di porco, che a Ramadan nei bar sparisce la birra. «Prima della guerra era tutto… normale!». Non ha paura per sé. «Ma ho una figlia di nove anni. Che destino avrà?».

Mara Gergolet

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