I cattolici attaccano l’opera di Chiara Muti

(su Ravennaedintorni del 08-08-2012) Dopo l’attacco dei fondamentalisti cristiani allo spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio della Socìetas Raffaello Sanzio, questa volta è l’opera prima alla regia di Chiara Muti a essere accusata pubblicamente di blasfemia. Anche se a scoppio ritardato. La piece in questione è la Sancta Susanna – opera espressionista scritta nel 1921 da Paul Hindemith che narra la vicenda di una suora in odore di santità travolta dalla passione che si lascia andare a gesti di autoerotismo – andata in scena al Ravenna Festival lo scorso 6 e 7 luglio (frutto della collaborazione col padre, il maestro Riccardo).

Oggi, mercoledì 8 agosto, più di un mese dopo, viene pubblicato sul sito di Corrispondenza Romana – un’agenzia cattolica di informazioni, diretta da Roberto de Mattei – una clamorosa stroncatura dell’opera, dal titolo inequivocabile: “A Ravenna in scena spettacolo blasfemo“. Nell’articolo l’autore (Federico Catani) si rammarica addirittura che la blasfemia non faccia più notizia: «il mondo dei credenti appare piuttosto rassegnato e indifferente di fronte a spettacoli che infangano il cattolicesimo». Spettacoli, scrive, come appunto la Sancta Susanna di Chiara Muti.

Catani è anche dispiaciuto che, rispetto ad alcuni episodi in passato, l’opera sia stata riproposta «senza alcuna contestazione e senza alcuna vergogna». Insomma, peccato non siano venuti anche a Ravenna i cristiani a protestare a teatro, così come per lo spettacolo della Sanzio (criticato aspramente in diversi articoli di archivio anche da Corrispondenza Romana).

«Benché Chiara Muti abbia tentato di dare una lettura spirituale dell’opera, come va di moda oggi allorquando ci si trova di fronte a scene incontestabilmente scabrose e sacrileghe – citiamo testualmente l’ultima parte della recensione di Catani –, la pièce resta indubbiamente di cattivo gusto e offensiva verso tutte quelle religiose che, oggi come un tempo, con grande abnegazione, dedicano tutta la vita alla preghiera, all’espiazione e all’amore a Dio. Sottolineare, come fa la Muti, il bisogno di sfogare la propria fisicità e di riscoprire la propria femminilità e mettere come sfondo delle scene un altare con sopra il Crocifisso non fa che peggiorare il messaggio blasfemo dell’opera».

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