Gene gay?: “Gayburg” e le ipocrisie della comunità LGBTQ

1342421220138_DNA_methylation(di Lupo Glori) Lo scorso 4 febbraio, “Gayburg”, un blog di informazione gay, ha replicato stizzito al nostro articolo Gay si nasce o si diventa?, accusandoci di «alimentare odio sociale» attraverso la divulgazione di teorie false e superate da decenni e scrivendo: «le tesi sostenute nell’articolo di Corrispondenza romana (datato 21 gennaio 2015) e tutte le dimostrazioni dell’infondatezza di quei dati risalgono agli anni ’90. È incredibile che a 25 anni di distanza ancora si debba perdere tempo a spiegare l’ovvio solo perché alcuni gruppi cattolici sono pronti ad appellarsi a teorie già ampiamente screditate al solo fine di alimentare odio sociale nei confronti della comunità lgbt». Tali mistificatorie accuse ci costringono a tornare nuovamente sull’argomento, per sgombrare il campo, si spera, una volta per tutte, da equivoci e ipocrite favole ideologiche e per ribadire i dati scientifici sulla supposta esistenza di un chimerico gene omosessuale.

Innanzitutto, è curioso constatare come coloro che ci rimproverano di riportare dati di annata si appellino alla ricerca di J. Michael Bailey, omettendo la data, che risale al 1991. Per la precisione, tale studio, focalizzato sui gemelli identici e intitolato, A genetic study of male sexual orientation, è stato condotto da J. Michael Bailey e Richard C. Pillard, entrambi, guarda caso, convinti sostenitori della causa omosessuale. Malgrado tutte le buone intenzioni, tuttavia, Bailey e Pillard si sono dovuti arrendere davanti all’evidenza scientifica e non sono stati in grado di dimostrare l’esistenza di una medesima attitudine sessuale nelle coppie di gemelli da loro indagate.

Il loro studio ha infatti attestato che, quando un gemello omozigote è omosessuale, vi è solo il 50% di possibilità che anche l’altro gemello lo sia. Ed inoltre, questo 50% dipende più da questioni di influenze sociali che da questioni genetiche. Lo psicologo americano Albert Dean Byrd (1948- 2012) ha messo in evidenza il dato reale che emerge dallo studio “Bailey & Pillard”, affermando: “l’unico punto essenziale che emerge dalla ricerca di Michael Bailey e Richard C. Pillard è che le influenze ambientali giocano un ruolo determinante nello sviluppo dell’omosessualità”. (cfr. Born That Way? Facts and Fiction About Homosexuality, Meridian Magazine il 2/09/2004)

Per rafforzare ancor di più la propria tesi, l’articolista di “Gayburg” riporta poi gli studi dello psichiatra americano Kenneth S. Kendler, che lungi dal provare scientificamente l’esistenza di un gene gay, come da citazione, si è semplicemente limitato ad affermare ipoteticamente che i risultati da lui raggiunti: “suggeriscono che i fattori genetici possono influire fortemente sull’orientamento sessuale“.

Lo psichiatra Jeffrey Satinover centra invece il punto, evidenziando come: “la vera questione genetica è individuare i fattori che aprono la porta all’omosessualità per alcuni individui e non per altri. In poche parole – nota Satinover – ciascuna caratteristica umana ha una componente genetica. Ad esempio, il giocatore di pallacanestro è geneticamente dotato per quello sport, ma questo non vuol dire che esiste il gene della pallacanestro! La componente genetica consiste nelle caratteristiche congenite di un individuo che gli permettono di diventare un giocatore di pallacanestro con maggiore facilità rispetto agli individui che non presentano le stesse caratteristiche genetiche (altezza, atletismo ecc.)“. (cfr. Reflections from Jeffrey Satinover, NARTH Bulletin, aprile 1995, p.3)

Visto che siamo stati accusati di sostenere tesi datate e screditate è bene però approfondire ulteriormente la questione, riportando altri studi, oltre a quelli di Neil Whitehead e del duo Bearman & Brueckner, già citati nell’articolo che ci è stato contestato.

Strano che “Gayburg” non citi un’altra nota ricerca, spesso segnalata dagli attivisti LGBTQ, intitolata The Sexual Brain, opera del neuroscienziato, dichiaratamente omosessuale, Simon LeVay. Il libro, pubblicato nel 1993, al fine di individuare il gene gay, analizza i meccanismi cerebrali alla base del comportamento sessuale, indagando le differenze tra il cervello di uomini eterosessuali e omosessuali.

LeVay conclude la sua ricerca, dichiarando di aver riscontrato sottili ma significative differenze circa la struttura del cervello: “Queste ricerche (…) suggeriscono che l’orientamento sessuale ha un substrato biologico”. Il già citato dottor Byrd ha evidenziato l’inesattezza dei dati addotti dal dott. LeVay, riportando il pensiero del neuroscienziato americano Stephen Marc Breedlove, secondo il quale: “(…) il cervello non è un organo statico. Cambia e si modella a seconda del comportamento e nel caso di questo studio, specificatamente al comportamento sessuale. Poiché, quando qualcuno si impegna ripetutamente in un atto particolare, certi percorsi neurali nel cervello si rafforzano. (…). Uno che gioca a basket ripetutamente avrà un cervello diverso da un altro che studia la scienza missilistica”.

La pubblicazione di The Sexual Brain ha dato vita ad una prevedibile e vivace speculazione ideologica che, alla fine, ha costretto lo stesso LeVay a fornire una precisazione volta a smentire categoricamente qualsiasi pretesa di “omosessualità innata” derivante dal proprio lavoro: “bisogna considerare ciò che non sono riuscito a dimostrare. Non ho provato che l’omosessualità è genetica, né ho trovato una causa genetica dell’omosessualità. Non ho dimostrato che omosessuali si nasce. Affermare il contrario è l’errore più comune di chi cerca di trarre delle conclusioni sul mio lavoro” (citazione in David Nimmons, Sex and the Brain, in Discover, marzo 1994, pp. 64-71).

Un ulteriore tentativo è stato effettuato, sempre nel 1993, dal genetista, anche egli dichiaratamente gay, Dean Hamer, il quale annunciò di aver scoperto una misteriosa particella cromosomica omosessuale (D. H. Hamer et al, A linkage between DNA markers on the X chromosome and male sexual orientation, in Science 261, 1993:321-27). Tuttavia i suoi risultati vennero sconfessati qualche anno più tardi da un nuovo studio, ben più ampio e approfondito, che portò i ricercatori a concludere: “non è chiaro per quale motivo i risultati delle nostre ricerche siano cosi discrepanti da quelle condotte da Hamer. Con un’indagine su vasta scala come la nostra avremmo dovuto avere materiale sufficiente per convalidare i risultati delle ricerche precedenti” (G. Rice et al.,Male homosexuality: absence of linkage to microsatellite markers at Xq28, in Science 284, 1999: 665-67).

Successivamente, lo stesso Hamer, alla domanda se l’omosessualità dipendesse da cause biologiche rispose: “Assolutamente no. Da studi effettuati su fratelli gemelli, sappiamo già che nella maggior parte dei casi l’orientamento sessuale non è ereditario“. (John Horgan, Gay Genes, Revisited: Doubts Arise over research on the biology of homosexuality, in Scientific American, novembre 1995, p. 26).

“Gayburg” ci chiede poi di spiegare perché mai l'”Organizzazione Mondiale della Sanità” (OMS) sostiene l’assoluta normalità del comportamento omosessuale, anticipando essi stessi la risposta, ovviamente scontata, per la quale «se si esce dagli studi finanziati dalla lobby cattolica, i medesimi dati portano a considerazioni assai differenti». Una affermazione che richiederebbe un articolo a parte; qui ci limitiamo semplicemente a ricordare come l'”OMS” sia un istituzione ideologicamente schierata, come prova il suo discusso documento “Standard per l’Educazione Sessuale in Europa“, che costituisce un vero e proprio attentato contro l’infanzia.

I dati qui riportati attestano come gli attivisti LGBTQ, che da tempo sono alla ricerca del fatidico “gene gay”, nonostante tutta la buona volontà, siano andati incontro ad inevitabili e ripetuti fallimentari risultati. Gli scienziati che negli anni si sono prodigati in tale affannosa e vana ricerca, sono oggi concordi nell’affermare che, fino a prova contraria, non esiste nessun gene gay. La verità sembra essere che gli attivisti omosessuali vogliono ad ogni costo “normalizzare” i loro comportamenti deviati, rivendicandone l’assoluta liceità e naturalezza. L’individuazione di un gene gay rappresenterebbe a tale scopo una manna. La rivoluzione del gender nel frattempo avanza, imponendo il suo intollerante diktat, che scardina e rifiuta la tradizionale dicotomia sessuale, in nome dell’illimitata e assoluta libertà di orientamento, secondo le proprie soggettive e sempre mutevoli pulsioni.

Non porre freni ai propri istinti sembra essere, dunque, la regola numero uno nel mondo omosessuale e, a tale proposito, in un articolo, intitolato “Gemelli, complici, amanti“, sul sito “Gay.it”, punto di riferimento della comunità LGBTQ, leggiamo che: «spesso e volentieri tra i due fratelli nasce un rapporto affettivo non comune». L’articolo prosegue quindi, sostenendo candidamente la legittimità di qualsiasi tipo di amore, anche se incestuoso: «Basta girare qualche sito Internet hard e scopriamo che l’amore incestuoso tra fratelli gay è uno degli argomenti più cliccati. Decine e decine di foto di bei ragazzi, di fratelli e amanti cresciuti assieme nella passione. E non c’è vergogna nè senso di colpa nei loro bei volti, solo il sorriso di chi ha trovato un compagno davvero unico con cui passare la vita. Scandaloso? Tragico? Disgustoso? La verità è che l’amore ha vie misteriose, e anche se qualcuno di quei ragazzi forse lo fa solo per sesso o peggio per soldi, in quelle foto il sentimento che emerge più chiaramente è un altro: l’affiatamento, la felicità, la gioia di vivere. Tornano alla mente i concetti giudaico-cristiani (e poi medievali) che stavano alla base del divieto assoluto di sposarsi tra stretti congiunti, un divieto che nasceva, basilarmente, dalla necessità pratica di evitare che da tali “infauste unioni” nascessero dei figli con tare genetiche. Eccola là, la genetica torna a perseguitarci ancora».

In conclusione, poniamo noi una domanda alla redazione di “Gayburg”: che cosa ne pensa di tali affermazioni? Esistono limiti di “orientamento” sessuale o al cuor non si comanda?

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