Femen all’attacco in Piazza San Pietro

Femen-Vaticano(di Davide Greco su www.nocristianofobia.org)

Chi sono, cosa vogliono e soprattutto chi le finanzia.

Erano in quattro, compresa la leader del gruppo Inna Shevchenko, di fianco all’albero di Natale in piazza San Pietro. Durante l’Angelus, le Femen hanno dato il loro consueto e chiassoso spettacolo fatto di topless e scritte sul corpo. “Stai zitto, omofobo” e il solito “In gay we trust” erano i messaggi in salsa internazionale.
Probabilmente, visto il freddo, non vedevano l’ora di farsi fermare dai carabinieri. Anche giusto per urlare un po’ di più all’ingiustizia e attirare l’attenzione.
Una prassi, ormai quella delle Femen, che non può essere definita provocatoria e nemmeno sconcertante, ma soltanto una trovata ripetitiva. Anche banale se vogliamo.
Il tutto per protestare contro la manifestazione in Francia dell’UMP, riunita in opposizione alle leggi di Hollande sul matrimonio gay. Evidentemente, secondo le Femen, c’è tutto un mondo che non ha diritto di manifestare per le proprie idee.

Chi sono le Femen.
Il movimento delle Femen è stato fondato in Ucraina nel 2008 da Anna Hutsol, all’epoca studentessa di economia di 25 anni. Sin da subito le venne l’idea di attirare l’attenzione dei media attraverso la nudità. “Mi sono resa conto,” afferma la fondatrice “che il femminismo tradizionale qui in Ucraina non avrebbe attecchito, né con le donne né con la stampa, né tanto meno con la società”. Ecco dunque la scelta di un metodo provocatorio, giustificato dal fatto “che è l’unico modo per essere ascoltati in questo paese. Se avessimo manifestato con il solo ausilio di cartelloni le nostre richieste non sarebbero state nemmeno notate”.
All’inizio le motivazioni erano di stampo sicuramente femminista, e forse anche condivisibili. In particolare il gruppo voleva porre al centro dell’attenzione l’abuso del corpo femminile, il turismo sessuale, la discriminazione e la prostituzione.

Oggi le Femen sono composte per la maggior parte da studentesse di età compresa fra i 18 e i 25 anni. Pare che a Kiev siano circa 300. Tuttavia lo schema che seguono prevede sempre un numero esiguo di ragazze per ogni “uscita”: mai oltre la ventina. E la ripetizione non si ferma qui: insieme agli strepiti e agli slogan quasi sempre uguali, la nudità è ormai un marchio di fabbrica. E lo è talmente tanto che quando un altro gruppo-clone, le “Ru Femen”, hanno osato manifestare nude a Mosca, le Femen originali le hanno denunciate come false. Hanno anche sostenuto che Putin le stesse finanziando per danneggiarle.

Quello che sembra caratterizzare maggiormente questo gruppo è invece la contraddizione, la distanza fra ciò che viene dichiarato e quello che viene mostrato. Manifestare contro l’abuso del corpo femminile oggettivando parti di questo corpo per attirare l’attenzione non è proprio un sintomo di coerenza.
Inoltre su Wikipedia, che secondo alcuni è il gigante del web che le sostiene, già alla terza riga si può leggere che gli obiettivi del movimento sono, udite udite: “incrementare le capacità intellettuali e morali delle giovani donne in Ucraina”. Una motivazione di cui è impossibile dubitare, data la spiccata tendenza a valorizzare l’abilità oratoria, dialettica e intellettiva delle sue rappresentanti.
Poco dopo in “Storia”, sembra di leggere il progress di una società per azioni. Per sottolineare che l’associazione è stata anche riconosciuta a Parigi il 18 Settembre 2012, e che questo è solo il primo passo di un lungo percorso, il testo specifica che “lo scopo del centro è di formare «nuovi soldati femministi» per una lotta «globale» contro le discriminazioni per poi potersi espandere a New York, Montréal e San Paolo”.

Nuovi soldati femministi? Lotta globale? Potersi espandere? Ma che vuol dire?
Forse “soldati” si riferisce ai nuovi metodi introdotti dalle attiviste. Come quando, il 17 Agosto 2012, due di loro hanno tagliato con una motosega la croce greco-cattolica di Kiev eretta durante la Rivoluzione Arancione per ricordare le vittime della Ceka, la polizia stalinista.
O forse “espandere” fa riferimento al fatto che dopo questo incredibile e gratuito gesto la leader Inna Shevchenko è dovuta fuggire a Parigi per non farsi arrestare dalle forze dell’ordine ucraine.
Ma la cosa più interessante è l’elenco finale, sempre nella stessa pagina, dal titolo “Alcune manifestazioni e proteste”. Scorrendo velocemente si può notare un accumulo di eventi dal 2012. Sarà che gli esordi non li registra mai nessuno, ma non è difficile immaginare che negli ultimi tempi sia successo qualcosa di strano. All’inizio era (forse) davvero protesta contro gli abusi, ma poi il quadro è mutato. Cambiano le città (prima le manifestazioni erano tutte a Kiev), cambiano gli obiettivi, ed è quasi obbligatorio distinguere l’iniziale messaggio ucraino da quello più generale europeo.
Come se qualcuno o qualcosa, compreso il potenziale esplosivo di questo gruppo, avesse detto alle Femen: “Non state a difendere le donne, alzate il tiro verso qualcosa di grosso”.

Paladine del nuovo femminismo?
In un articolo per “Feminist Curent”, del 31 ottobre 2012, Meghan Murphy scrive: I am not opposed to boobs. Non mi oppongo al seno nudo. “Piuttosto, mi oppongo al fatto che il corpo femminile sia costantemente oggettivato e sessualizzato”. O che si vendano contenuti ideologici, come quelli femministi appunto, come fossero la marca di una birra. Giocando sugli stessi meccanismi da psicologo pubblicitario. La protesta con nudità, continua Murphy, “quando si tratta di donne, è un’ottima tattica se la priorità è quella di ottenere l’attenzione dei media, ma può diventare problematica perché, spesso, è l’unico modo con il quale i media dedicheranno l’attenzione alle donne”.
Non bisogna dimenticare, infatti, che il messaggio “nudo” è molto probabilmente rivolto ad altre donne e non agli uomini. Il senso dovrebbe più o meno questo: spogliarsi per liberarsi, anche se i guardoni maschilisti ci vedranno qualcos’altro. E se poi il nudo fa aumentare la visibilità, tanto meglio.
Ma fosse anche questo il ragionamento, il problema è che la provocazione delle Femen è diventata l’unico oggetto del loro discorso. Protagonisti solo gesti di volta in volta peggiori, sempre più discutibili, ma mai una proposta, mai un riferimento, un’analisi. E quattro anni son lunghi.
Sicuramente il nocciolo sta proprio nella scelta comunicativa delle Femen stesse. Il loro messaggio, denudandosi, diventa subito visibile e di ampia portata mediatica, ma nello stesso tempo impedisce di prenderle sul serio.
Seriamente, non sono credibili. Quasi che, gira che ti rigira, la donna non possa essere altro che pezzi di corpo, urla, insulti eccetera eccetera.
Ma non saranno proprio le donne le prime ad essere stanche di tanti urlazzi?

Chi le sostiene?
Domanda. Ma se le attiviste sono oltre 300 perché, ad esempio, non si muovono tutte insieme? Perché ce ne sono due qui, quattro là, dieci dall’altra parte?
La risposta può essere tanto semplice quanto mortificante per chi crede nella loro genuinità. Costano troppo.
Secondo quanto emerso durante il programma televisivo d’inchiesta “Groshi”, le Femen sono delle stipendiate al soldo di qualcuno. Un po’ come le cugine Pussy Riot che, secondo alcuni, sarebbero finanziate niente meno che da Georges Soros.
Ecco la storia: una giornalista ucraina si è introdotta nel movimento Femen e ha scoperto che ogni azione di protesta è generosamente pagata. Ogni attivista percepirebbe 1000 euro al mese, mentre le dipendenti della sede di Kiev, da dove si coordinano le varie iniziative, riceverebbero stipendi pari a 2500 euro mensili. L’affitto dell’ufficio nella capitale ammonterebbe a 2000 euro al mese. Il costo della spedizione parigina, pari a 1000 euro al giorno per dimostrante, è comprensiva di biglietto aereo, albergo, taxi e pasti.

È chiaro che c’è qualcuno che finanzia tutto questo.
Altrimenti come farebbero delle “semplici” studentesse a mantenersi viaggi e spostamenti nelle capitali più costose del mondo?
La giornalista stessa suggerisce delle ipotesi. Sarebbero tre le persone con cui la leader Shevchenko si è maggiormente incontrata.
Si tratta innanzitutto del cinquantenne miliardario tedesco Helmut Josef Geier, meglio conosciuto come DJ Hell (che se in inglese significa “inferno”, in tedesco vuol dire “luminoso”), proprietario della “International DeeJay Gigolo Records”. Wikipedia, per quanto non possa essere una fonte attendibile, anche se spesso è curata dai personaggi stessi, in fondo al testo specifica: “DJ Hell financially supports Ukrainian protest group FEMEN”.
Gli altri due finanziatori citati sono l’imprenditrice tedesca Beate Schober e l’americano Jed Sunden, fondatore del magazine “The Kyiv Post” nel 1995.

Escluso Jed Sunden, gli altri non sono nomi emozionanti, ammettiamolo pure. Almeno qui in Italia.
Ma il retroscena potrebbe essere una storia dai contorni fastidiosi. Secondo un articolo di Massimiliano Di Pasquale del 26 settembre 2012 per il “Corriere Nazionale”, l’attuale ruolo delle Femen è quello del depistaggio: “L’attenzione mediatica rivolta a Femen ha infatti posto in secondo piano i veri problemi del paese quali le gravi violazioni di diritti civili, gli attacchi alla libertà di stampa e i processi politici in cui sono stati condannati due esponenti di spicco dell’opposizione: l’ex premier Yulia Tymoshenko e l’ex ministro degli interni Yuri Lutsenko”.
Altro che difendere i diritti delle persone. Qui si tratta non solo di attiviste che vanno a offendere la gente a casa loro, con i metodi più triviali e un modo di protestare pessimo. Qui si parla di un gruppo che, invece di documentare una situazione vigente nella loro patria, sposta l’attenzione verso temi esteri in parte futili, in parte non compresi.
E si dovrebbe ancora credere che si muovono con fini puramente idealistici? (di Davide Greco su www.nocristianofobia.org)

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