Ennesima provocazione di Luxuria dal Santuario di Montevergine

Luxuria dal Santuario di Montevergine(di Luigi Bertoldi) Vladimir Luxuria ha scoperto la propria strada: diventare pasdaran Lgbt, dedicarsi alla guerriglia politica ed indossare i panni del provocatore (o provocatrice, che dir si voglia). In Italia e all’estero. Cercando la trasgressione, sfidando l’altrui sopportazione e sognando lo scontro, per poter strillare all’aggressione omofobica ed al “martirio” gay.

Una parte che le riesce male, pur impegnandosi a fondo: troppo pretestuose le sue rivendicazioni, per darle davvero retta. Prima dice d’esser stata folgorata dal buddismo, ma poche settimane dopo si converte sulla via di Bagnasco: il fatto che il Cardinale Presidente della Cei, ai funerali di don Gallo, alla Comunione le abbia posto nelle mani la Sacra Eucaristia a favore di fotografo, l’ha fatta improvvisamente «riconciliare» col Cattolicesimo, complice «Papa Francesco», che starebbe «aprendo ai gay» secondo quanto da lei dichiarato alla stampa, mostrando una volubilità spirituale da primatista olimpico.

E, proprio a proposito di olimpiadi, eccola proiettata in una missione internazionale a Sochi, sventolando la bandiera arcobaleno con tanto di scritta in russo «Gay è ok», per esser certa di suscitare la reazione nel Paese di Putin, per niente conciliante con l’ideologia omossessista. Reazione, giunta puntuale, perché certo la Russia non è l’Italia. Il fermo attuato dalla Polizia locale, fa scattare come una molla la protesta Lgbt con l’immancabile Vendola, il Sel e la sinistra varia. Poi le autorità russe han probabilmente capito che non ne valeva la pena ed han ritenuto meglio rilasciarla.

Non paga, l’irriducibile kamikaze trans ha deciso di puntare ancora più in alto e per la Candelora si è recata al Santuario di Montevergine con altri 3.500 tra omosessuali e gender vari, dettisi devoti all’icona bizantina della Madonna, chiamata “Mamma Schiavona” e proclamata loro protettrice. Ispirata forse dalla santità del luogo, Luxuria ha pensato bene di scrivere al Papa a nome di tutto il popolo Lgbt, per contrastare la discriminazione nella Chiesa, poiché «la fede dovrebbe essere garantita a tutti», trasformandola da dono di Dio in “diritto” infuso.

A parte l’evidente contrasto tra la doxa e la prassi in Luxuria & C. ‒ a sentirli, fedeli piissimi; nei fatti, trasgressori del Catechismo ‒, colpiscono ancora una volta le motivazioni addotte per l’incredibile “petizione”. Motivazioni, che “pescano” direttamente dalle parole del Pontefice, «dichiarazioni, che ci sembra segnino un cambiamento» addirittura «storico nel linguaggio utilizzato nei nostri confronti», «segnali di una Chiesa, che vuole aprirsi e accogliere», scrive, non senza un inevitabile ed accomodante riduzionismo dei concetti espressi da Papa Francesco, ma insomma la sostanza resta.

Così Luxuria auspica addirittura «al più presto» di poter avere con tutta la sua truppa «il piacere di un incontro e di un dialogo con Sua Santità». Conclusione in crescendo rossiniano con struggente invocazione al Santo Padre: «Fiduciose di una risposta, affidiamo le nostre preghiere alla Madonna Schiavona, “la mamma di tutti e tutte”». A margine dell’intera, sconcertata vicenda, restano alcune domande serie. La prima: fino a quando si possa tollerare che la fede, quella vera, venga pubblicamente umiliata e derisa, dando spazio e voce agli artefici di umorali conversioni blitz da rotocalco ed estemporanee esternazioni da talk show. La seconda riflessione: reso evidente quanto prevedibile – ovvero il rischio che talune sortite possano venire strumentalizzate – non sarebbe ora per la Chiesa di cambiar registro e parlare non per slogan à la page, ma secondo un evangelico «sì, sì; no, no»? Anche perché «il di più viene dal maligno» (Mt. 5, 37) (Luigi Bertoldi)

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