Emergenza pandemia: non è l’Ebola, ma l’islamismo militante

Islam(di Mauro Faverzani) Un articolo apparso sul quotidiano “Il Foglio” lo scorso 29 agosto offre più di un indizio: il mondo, a fatica e con inadeguata lentezza, si è accorto della necessità di agire in Siria ed in Iraq, per arginare l’Isis. Senza tuttavia rendersi conto di quanto il fronte sia già oggi molto più ampio ed includa a pieno titolo la Nigeria col vicino Camerun, costantemente sotto tiro.

Quando qui il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha proclamato il “califfato”, su suo ordine i suoi seguaci hanno sventolato le bandiere nere del sedicente “Stato islamico” guidato da Abu Bakr al Baghdadi, ad indicare una continuità non solo strategica, bensì ideologica con quel gruppo. Ma non hanno esultato soltanto i suoi. Hanno esultato anche i mujaheddin di al Shabaab, “distintisi” nel decapitar cristiani in Kenya, ed hanno gioito i miliziani del Mujao, il “Movimento per l’unicità e la jihad in Africa Occidentale”. È ovvio, quindi, come non si tratti di episodi isolati, bensì di una “rete” del terrore. Scrive “Il Foglio”: «È un fenomeno del quale bisogna prendere immediatamente consapevolezza, per evitare che tali organizzazioni jihadiste possano rafforzarsi ulteriormente, creando un ben organizzato ed assai temibile secondo fronte nel cuore del Nord Africa. Gli elementi di base sono già presenti».

Un giornalista del periodico “VICE News”, Medyan Dairieh,ha vissuto per tre settimane coi miliziani dell’Isis, documentandone in un video di 42 minuti complessivi i metodi efferati, crudeli, impietosi. Costoro non si presentano quali schegge impazzite, né estremisti, tutt’altro. Han semplicemente detto: «Siamo musulmani, che voglion portare a compimento la sharia su questa Terra». Tutto qua. Le armi sono soltanto lo strumento, con cui – secondo loro – conseguire un bene maggiore.

L’“addetto-stampa” dell’Isis, Abu Mosa, è stato molto chiaro con Dairieh: «Innalzeremo la bandiera di Allah sulla Casa Bianca». Nel video, un bambino, figlio di un europeo convertito alla jihad, Abdullah al-Belgian, ha dichiarato testualmente: «Tutti i musulmani uccidono gli infedeli». Ed i miliziani dell’Isis hanno le idee chiare: «Noi non ci basiamo sulle leggi internazionali, perché per noi non contano».

L’unica legge è la sharia, l’unico riferimento è il Corano. Che prevede di conquistare il mondo all’islam. Appare chiaro come non si sia dunque di fronte ai colpi di testa di qualche esagitato, bensì ad un’azione strutturale, programmatica, ad una strategia pianificata, di cui conflitti e terrore rappresentano solo un aspetto. Ma ve ne sono anche altri, per promuovere con successo l’invasione. Quali? Innanzi tutto, il fronte economico.

Lo scrisse già anni fa su “AsiaNews”Padre Samir Khalil Samir: «l’islam sta invadendo l’Europa con i milioni di immigrati, ma anche con i milioni di dollari dei Paesi musulmani». Così ecco lo sbarco della finanza islamica sui mercati occidentali, ecco la vicenda Alitalia e l’acquisto delle cave di Carrara da parte della famiglia Bin Laden, così da controllare un terzo della produzione mondiale della pregiata roccia. Ecco l’invasione dei prodotti Halal nelle scansie dei supermercati occidentali, con una crescita mondiale di questo mercato pari nel 2013 a 1,1 trilioni di dollari.

Che tutto questo sia un «progetto di islamizzazione dell’Europa e del mondo» lo ha dichiarato esplicitamente Sayyed Qutb, guru dei Fratelli Musulmani. C’è poi il fronte legale, con una sorta di «re-islamizzazione giuridica» in diverse parti del mondo, come dimostra il Sudan, ripiombato nella sharia più dura. Ma il fatto che anche in Occidente si sia consentito il varo di “corti islamiche”, come il centinaio già operante in Inghilterra, rappresenta un altro passo verso la conquista. Tribunali veri e propri, ove non vige più la legge britannica, bensì il Corano.

C’è un’altra leva: è quella culturale. Che significa ricorso massiccio alla propaganda su You Tube per postare i video delle decapitazioni, nonché sui social network per scovare tra gli Europei candidati alla jihad. Ma non basta: ecco il tentativo un paio d’anni fa d’islamizzare alcune scuole statali di Birmigham, in Inghilterra, ed ecco la scelta di una diffusione indiscriminata di testi islamici nei supermercati, come in Francia presso il Carrefour di Montigny-Les-Corneilles, ov’è possibile reperire libri che preconizzano la morte per gli «apostati» (che sarebbero poi i Cristiani), vietano la costruzione di chiese nei Paesi islamici, esaltano la schiavitù, una jihad aggressiva ed offensiva, oltre a promettere l’esecuzione capitale per infedeli, omosessuali e concubini. Tutto a norma di Corano: che infatti prevede morte, crocifissione, decapitazione, mutilazione, esilio per tutti quanti facciano «la guerra ad Allah», seminando «la corruzione sulla Terra», senza mai offrire «pace al nemico» o volgergli «le spalle», per non finire all’«Inferno».

Nessuna forzatura dunque, solo una traduzione pratica di quanto previsto dalla sharia: di fronte a ciò, è il voler a tutti i costi distinguere tra un islam fanatico ed un islam moderato a rappresentare un arbitrio, privo di riscontri. Alla prova dei fatti, il termine «Eurabia» lanciato da Oriana Fallaci, non fu un’esagerazione o un incubo. Aveva visto giusto. Parole profetiche, le sue, benché ancora parziali: soggiacente al suo pensiero era la convinzione di dovere e di poter contrapporre al fanatismo religioso purchessia una morale “laica” più tollerante, poiché paladina di tutte le libertà. Ch’è invece esattamente ciò che poi ha dato la stura a tutti gli “ismi”, che stanno affliggendo la società contemporanea: l’omosessismo, il genderismo, il femminismo, il relativismo, il laicismo, il secolarismo, il materialismo e via aggiungendo. La libertà senza Verità e senza Valori non serve a nulla.

In realtà, v’è tutto un mondo cattolico che del pericolo “islam” si accorse non dalle Twin Towers in poi, come la Fallaci, ma molto prima: la Fondazione Lepanto (allora Centro Culturale Lepanto n.d.r.) protestò e si oppose già vent’anni fa, nel 1994, alla realizzazione della grande moschea di Forte Antenne, a Roma. «L’Islam – si leggeva in un appello diffuso da Lepanto nella Settimana Santa del 1993 – è già la seconda religione in alcuni Paesi europei, dove si presenta come un blocco monolitico, una vera e propria “chiesa-stato” con alle spalle una rete organizzativa e finanziaria impressionante, capace di esercitare una sinistra seduzione sull’uomo disorientato dei nostri giorni. I suoi adepti, confondendo in un’unica prospettiva totalitaria, rivendicazioni religiose e rivendicazioni politiche, reclamano l’introduzione nelle leggi europee di istituti giuridici ripugnanti alla nostra civiltà, dalla poligamia al ripudio. Il recente Trattato di Maastricht attribuisce agli immigrati islamici, con il diritto di libera circolazione in tutta Europa, quello di voto a livello comunale e a livello europeo. Da ciò deriva per essi la possibilità di conquistare le strutture politiche, svolgendo una pressione sempre maggiore su istituzioni e organismi regionali, nazionali e comunitari, fino a divenire una realtà egemone in Europa. L’islamizzazione del mondo, e quindi quella dell’Europa, è infatti un dovere di tutti i musulmani sulla base del Corano, il libro sacro e l’unico punto di riferimento dell’Islam. La costruzione della moschea a Roma si situa sullo sfondo di questo quadro, che non si può ignorare».

Ma queste voci non furono ascoltate, nemmeno da chi avrebbe dovuto, nemmeno nella Chiesa. Oggi il mondo vive nell’angoscia, temendo una nuova pandemia provocata dal virus Ebola. In realtà, non ci si accorge che già da tempo in Occidente stanno circolando virus ben più letali, ideologicamente e culturalmente, e tali da mietere ben più vittime, come dimostrano i kamikaze occidentali tanto quanto quei cattolici silenti ed inermi di fronte alla fustigazione ed alla colpevolizzazione di quanti, tra loro, abbiano l’ardire di chiamare l’islam col suo nome e di affermare che l’unica Verità è Cristo. (Mauro Faverzani)

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