Elisabetta della Trinità verso la canonizzazione

Elisabetta della Trinità

(di Cristina Siccardi) Pochi come lei hanno scritto in maniera estesa, profonda, teologicamente ineccepibile e con uno spirito di sconfinato amore sulla Santissima Trinità. Il 3 marzo u.s. Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione della beata Elisabetta della Trinità, al secolo Elisabeth Catez (18 luglio 1880 – 9 novembre 1906), monaca professa dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, la grande mistica e cantrice del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Nacque nel campo militare di Avor, presso Bourges, nel distretto francese di Farges-en-Septaine (dipartimento di Cher), primogenita del capitano Joseph Catez e di Marie Rolland: famiglia unita e benestante, socialmente conosciuta. Dotata di un carattere piuttosto rigido, volitivo, ardente, estroverso, tanto da essere definita in famiglia «très diable», dovette lavorare a lungo per dominare quel suo temperamento impetuoso. E si vinse, come lei stessa affermerà, «per amore», afferrata da Cristo già dalla Prima Comunione, ricevuta il 19 aprile 1891 e con la Cresima il 18 giugno successivo.

Oltre a studiare con due istitutrici, frequentò anche il Conservatorio di Digione, dove trovò nella musica eseguita al pianoforte una forma d’arte particolarmente consona alla sua natura contemplativa e già si prospettava una valente carriera da concertista. Ma i disegni divini erano altrove e anche i suoi: «Amavo molto la preghiera e così tanto il buon Dio, che anche precedentemente alla Prima Comunione non riuscivo a comprendere che si potesse dare il proprio cuore ad un altro. Già fin d’allora ero risoluta a non amare che Lui e a non vivere che per Lui». In una delle sue lettere alla madre (n. 150) scrisse: «Mamma cara, se io L’amo, un po’ sei tu che hai orientato il cuore della tua bambina verso di Lui. Mi hai preparata così a quel primo incontro, quel grande giorno in cui ci siamo donati totalmente l’uno all’altro».

A quattordici anni fece il voto di verginità. Racconta lei stessa, «(…) non ci dicemmo nulla, ma ci donammo l’uno all’altra in un amore tanto forte, che la risoluzione d’essere tutta sua divenne per me ancor più definitiva». Superate le forti ostilità materne alla vocazione religiosa, il 2 agosto 1901 entrò nel Carmelo di Digione e l’11 gennaio 1903 pronunciò i voti solenni. Ma il 1° luglio dello stesso anno si manifestò nella giovane uno strano male, che soltanto più tardi sarà diagnosticato come il terribile morbo di Addison.

Sull’esempio dell’altra sua connazionale e consorella d’abito, Santa Teresina di Lisieux (1873-1897), della quale aveva letto la Storia di un’anima, Elisabetta ha lasciato vari scritti: un centinaio di poesie, meditazioni per ritiri spirituali, un testo sulla Trinità e circa trecento lettere. Non molti, ma sufficienti a farne un’eccelsa maestra di vita spirituale.

Fu padre Vallée, priore dei Domenicani di Digione ad introdurla nella prospettiva trinitaria e ad insegnarle a pregarLi e ad adorarLi, non singolarmente, ma come i Tre Insieme. Elisabetta prese così in parola quelle indicazioni da proiettare la sua esistenza nei Tre e a volerLi nel suo nome di monaca. Alla scuola di san Paolo intese rispondere a Colui che l’amava con il dono totale di sé. «L’apostolo scriveva: Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me… È il sono della mia anima di Carmelitana. Cerchiamo di essere per Lui un’umanità di supplemento in cui possa Egli rinnovare il suo mistero».

Nel corso della sua drammatica malattia, Elisabetta trovò l’occasione per approfondire la «Conformità all’immagine del Cristo», evocata dall’Apostolo delle genti, e ben presto ella si configurò al Crocifisso per amore, partecipando alla sua Passione per il suo Corpo, la Chiesa. E la Trinità andò a dimorare in lei, come scrisse padre Réginald Garrigou-Lagrange O.P. nella prefazione al libro di padre Marie Michel Philipon O.P., La dottrina spirituale di Suor Elisabetta della Trinità (Morcelliana, Brescia 1968): «Questo mistero dell’abitazione della SS. Trinità nel più intimo del suo essere, fu la grande realtà della sua vita interiore. Non diceva ella stessa: “La Trinità! ecco la nostra dimora, la nostra cara intimità, la casa paterna donde non bisogna uscire mai… Ho trovato il mio cielo sulla terra, poiché il cielo è Dio, e Dio è nell’anima mia. Il giorno in cui l’ho compreso, tutto si è illuminato in me…”?».

Garrigou Lagrange ammirava la beata Elisabetta e la poneva in una sfera docente: «Il perno di questa vita soprannaturale è chiaro che si trova nell’esercizio delle virtù teologali. La fede è la luce soprannaturale che ci rende atti a ricevere la rivelazione del mondo divino. La speranza, appoggiandosi sull’onnipotenza soccorritrice di Dio, ci fa tendere con intima certezza verso l’eterna beatitudine. La carità ci stabilisce immutabilmente nell’amicizia e nella società delle divine Persone, secondo la dottrina dell’apostolo san Giovanni: “Dio è amore. Chi rimane nell’amore, rimane in Dio, e Dio in lui”. In fondo, è la stessa vita soprannaturale che comincia sulla terra col battesimo, e fiorirà in cielo, nella visione beatifica. […] Così, suor Elisabetta della Trinità ci si manifesta innanzi tutto come un’anima di fede, in comunione sempre più intima col mondo invisibile, a misura che, sotto la mano di Dio, le purificazioni dei sensi e dello spirito si susseguono, attraverso gli avvenimenti della sua esistenza. Da vera figlia di san Giovanni della Croce, si rendeva conto della parte importantissima che ha la fede nell’ordine soprannaturale. “Per avvicinarsi a lui – scriveva – bisogna credere”. “La fede è sostanza delle cose che dobbiamo sperare e convinzione di quelle che non ci è dato vedere”. San Giovanni della Croce dice che “In fede è per noi il piede che ci porta a Dio; anzi, è il possesso di Dio nell’oscurità. Soltanto la fede può darci lumi sicuri su Colui che amiamo; e l’anima nostra deve sceglierla come il mezzo per giungere all’unione beatifica”».

Il libro di padre Philipon è uno studio illuminato e profondo, in cui la teologia della grazia, delle virtù e dei doni si manifesta in maniera viva e ricchissima: la fisionomia spirituale di suor Elisabetta, presto Santa, è qui tratteggiata secondo i principi di san Tommaso d’Aquino e applicati alla direzione delle anime contemplative da san Giovanni della Croce. A chiusa della prefazione padre Garrigou-Lagrange afferma: «Possa la SS. Trinità ricevere da questo libro un nuovo raggio di gloria! (…) Quanti poveri esseri umani, fatti per la vita immortale e per la società con le divine Persone, si trascinano nella agitazione sterile di un mondo disorientato! Si degni, il Signore, far trovare a molti, in queste pagine, l’orientamento per dirigersi e riconquistare la via della verità che conduce all’intimità divina, alla «luce di vita» che mostrandoci «l’unico necessario» tutto illumina dall’alto».

Il 21 novembre 1904 Elisabetta si offre come «preda» alla Trinità con la celebre invocazione: «O mio Dio, Trinità che adoro». Nel 1906 il suo stato di salute precipita. Scrivendo alla madre, fra dolori indicibili, dice: «il mio Sposo vuole che io gli sia una umanità aggiunta nella quale Egli possa soffrire ancora per la gloria del Padre e per aiutare la Chiesa… Egli ha scelto la tua figlia per associarla alla grande opera della Redenzione».

Il 1° novembre si registrano le sue ultime considerazioni: «Tutto passa! Alla sera della vita resta solo l’amore. Bisogna fare tutto per amore…» e poi, ancora in un istante di coscienza mormora: «Vado alla luce, all’amore, alla vita». Muore il mattino del 9 novembre 1906, a soli 26 anni.

Pur essendo vissuta nel monastero poco più di cinque anni e da ammalata, la fama della sua santità percorre le strade delle città materiali e spirituali, fino ad arrivare al 25 novembre 1984, quando Giovanni Paolo II la beatifica (il Martirologio Romano riporta la sua celebrazione al 9 novembre; mentre l’Ordine carmelitano ne fa memoria l’8 novembre).

Alcuni scritti della beata Elisabetta della Trinità, dopo il suo dies natalis, si diffusero in Francia con una rapidità straordinaria, pur senza propaganda: più di novantamila copie in meno di trent’anni e molteplici furono le traduzioni. La sua prossima canonizzazione potrebbe essere sprone per la ripubblicazione di quei testi e, quindi, per la riappropriazione di una spiritualità contemplativa non solo da riscoprire, ma da vivere: pronto soccorso divino per tenere sapientemente a distanza i rumori ossessivi, maleodoranti e asfissianti del mondo. (Cristina Siccardi)

Donazione Corrispondenza romana