Ecco perché la Cina vuole una chiesa socialista e autocefala

(Mauro Faverzani) I cattolici cinesi devono formare una Chiesa «indipendente» e contribuire attivamente al «socialismo»: a dirlo, è stato Yu Zhengsheng, presidente del Comitato nazionale della Cpcpc, Conferenza politico-consultiva del popolo cinese, infischiandosene degli ammiccamenti giunti nei mesi scorsi dal Vaticano e tesi ad una politica di progressivo avvicinamento.

Il suo intervento è risuonato nella sede della nona Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi, svoltasi dal 27 al 29 dicembre nella capitale: l’ultima assise si tenne sei anni fa. Nel corso della manifestazione, i vescovi presenti sono stati trattati come burattini dai membri del Partito. Non a caso le precedenti edizioni di queste riunioni furono sempre avversate dalla Santa Sede ed a ragione: i vescovi della Chiesa “sotterranea”, fedeli al Papa, erano costretti con la forza a parteciparvi. L’esito dei lavori ha dimostrato ancora una volta quanto fondati e concreti fossero i timori espressi a chiare lettere solo quattro mesi fa dal vescovo emerito di Hong Kong, card. Joseph Zen Ze-kiun, timori di un compromesso, che suoni come una resa della Santa Sede al potere comunista, gettando la Chiesa clandestina, fedele a Roma, nelle fauci dell’Associazione Patriottica, totalmente comandata dal regime.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Nuova Cina, il partito vuole, infatti, far capire come l’unico avvicinamento ritenuto possibile sia quello di Roma verso Pechino e non l’inverso: si pretende che i cattolici abbiano ad «integrarsi meglio nella società» e ad «armonizzare il patriottismo col loro fervore per la Chiesa», quella Chiesa richiesta di «aderire al principio dell’amministrazione autonoma, di occuparsi degli affari religiosi in modo indipendente e di spingere gli stessi fedeli a far proprio il processo di “cinesizzazione” della religione», ha aggiunto l’alto dirigente incontrando i responsabili del culto nazionalizzato. Il che si scontra sia con il fallimento storico a livello internazionale del comunismo, sia con il suo carattere ateo, rigidamente mantenuto in questo Paese. Di fatto, oggi, la dozzina di milioni di cattolici presenti in Cina si trova divisa tra un’«Associazione patriottica», il cui clero viene scelto dal Partito Comunista al potere, e da una Chiesa non ufficiale, i cui Vescovi vengono nominati da Roma e “tollerati”, ma non riconosciuti da Pechino, che anzi, ovunque sia possibile, tende a sottoporli ad abusi ed angherie.

Resta, del resto, assolutamente valida la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 27 maggio 2007, in cui si afferma non corrispondere alla Dottrina cattolica la pretesa di «organismi voluti dallo Stato di porsi al di sopra dei Vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiastica». Come l’Associazione patriottica, per l’appunto. Il regime comunista ha mantenuto un atteggiamento ostile, promuovendo da tempo una vasta campagna contro «l’influenza» esercitata, a suo dire, dalle idee e credenze occidentali: in quest’ottica ha esortato i cattolici a prendere le distanze dal Pontefice, benché questi cerchi di ricucire lo strappo del passato, quando, nel 1951, si interruppero le relazioni diplomatiche tra la Cina ed il Vaticano e si spalancarono le catacombe per i cattolici orientali, costretti a patire torture, carcere ed isolamento a causa della loro fede.

I vertici del partito van giù pesanti, auspicando l’adozione da parte della Santa Sede «di un approccio più flessibile e pragmatico, al fine di creare le condizioni favorevoli ad un miglioramento delle nostre relazioni attraverso azioni concrete», come spiegato da Wang Zuo’an, responsabile del governo per i culti, esortando Roma ad «un dialogo costruttivo». E, tanto perché il messaggio sia ancora più chiaro, a capo del Consiglio dei vescovi è stato riconfermato quello uscente, mons. Ma Yinglin, scomunicato, mentre a capo dell’Associazione patriottica è stato posto mons. Fang Xingyao, riconosciuto tanto dal Vaticano quanto dal governo: peccato però che, tra i suoi vice – oltre a tre laici ed una suora, facilmente gestibili –, figurino ben 4 vescovi illegittimi e solo 2 riconosciuti. Una minoranza schiacciante. Evidentemente a nulla ha portato la linea morbida perseguita nel corso dei quattro incontri (almeno) svoltisi tra la Cina e il Vaticano nel 2016 per cercare d’intendersi sulla spinosa questione delle nomine dei vescovi, peraltro senza nulla far sapere in merito da Roma ai diretti interessati.

Pochi giorni fa sono stati ordinati due nuovi vescovi, in Cina; uno di loro, senza il consenso del Papa. Che, dal canto suo, pur dicendosi rattristato, ha comunque dichiarato di confidare in una ripresa del dialogo. Il card. Zen Ze-kiun teme «lo spettro di una dichiarazione proveniente proprio dall’autorità della Chiesa». Il suo, ha precisato, è un appello «pieno di tristezza e di dolore per preparare gli animi ad una tale eventualità, la quale una volta sembrava impossibile, ora ci si presenta molto probabile». Specificando anche come, «nella nostra accettazione delle disposizioni da Roma» vi sia «un limite, il limite della coscienza. Non possiamo seguire quell’eventuale accordo in ciò che alla coscienza appare come chiaramente contrario all’autentica fede cattolica».

Una decisione, quella di Sua Eminenza, certo non assunta con disinvoltura: «Sarà per me una vera lacerazione del cuore, tra l’istinto salesiano di devozione al Papa e l’impossibilità di seguirlo fino in fondo nel caso, per esempio, incoraggiasse ad abbracciare l’Associazione Patriottica e ad entrare in una Chiesa totalmente asservita ad un governo ateo. Dovremo rifiutare di fare quel passo proprio perché esso è formalmente in contraddizione con l’autorità petrina. Sì, nel caso contemplato (ed in questo momento speriamo ancora fortemente che non si verifichi), noi vogliamo essere fedeli al Papa (al Papato, all’autorità del Vicario di Cristo), nonostante il Papa». Chiarissimo il card. Zen Ze-kiun. E chiarissimo anche il Partito comunista cinese. L’unica voce, al momento, a non esser chiara e ad apparire anzi alquanto confusa ed imbarazzata, è proprio quella vaticana (Mauro Faverzani.)

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