È lecito promuovere i diritti dei conviventi?

puntointerrogativo(di Tommaso Scandroglio) La proposta di Testo unico dei diritti dei conviventi elaborata dal cartello di associazioni che si riuniscono sotto la sigla “Sì alla famiglia” mira a favorire i diritti dei conviventi. Appare evidente che favorire i diritti dei conviventi è favorire la convivenza. Ciò non è lecito sotto il profilo morale e non deve considerarsi legittimo sotto il profilo giuridico.

In merito al primo punto, ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2390 che le convivenze «sono contrarie alla legge morale: l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave». Naturalmente favorire i diritti dei conviventi anche omosessuali – così come il Testo unico intende fare – presenta delle riserve sul piano morale ancor più accentuate. Si potrà obiettare quanto segue (citiamo un passaggio introduttivo al Testo unico): «lo scopo è quello di distinguere con estrema chiarezza il cosiddetto “matrimonio” omosessuale (…) dal riconoscimento dei diritti e doveri che derivano dalle convivenze». Insomma favorire le convivenze andrebbe a danno delle proposte di “matrimonio” omosessuale, perché si orienterebbe il convivente omosessuale non a “sposarsi” bensì ad avvalersi dei diritti già presenti nel nostro ordinamento e dunque tutelerebbe indirettamente il matrimonio vero e proprio. Ma le cose non stanno così.

Innanzitutto ricordiamo che mai si può favorire una condotta malvagia anche a fin di bene: «Un’intenzione buona (per esempio, aiutare il prossimo) non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza). Il fine non giustifica i mezzi» (CCC, 1753). Far approvare un testo unico sui diritti dei conviventi è favorire una condotta illecita sotto il profilo morale e ciò non è permesso sul piano morale, anche se gli utili sperati sono numerosi e significativi.

La logica dell’approvazione del male per scongiurare possibili effetti negativi futuri porta poi lontano: un giorno potrebbe essere ritenuto moralmente lecito approvare i “matrimoni” omosessuali per scongiurare proposte di legge che vogliono la poligamia omosessuale. Poco importa che poi i diritti dei conviventi siano già esistenti.

Il Testo unico indirizzerebbe e favorirebbe comunque una condotta illecita, seppur già diffusa. E inoltre il Testo unico mira a convertire in norme sentenze giurisprudenziali creando quindi ex novo dei veri e propri diritti prima inesistenti. Infine la soluzione del Testo unico già conferisce alla convivenza una struttura organica molto simile all’istituto giuridico che riconosce per legge le coppie di fatto.

In secondo luogo, anche concentrandoci solo sul piano degli utili desiderati, è consigliabile non proporre simile disegno di legge perché gli effetti che si produrranno saranno di segno negativo e non positivo. La convivenza danneggia oggettivamente il bene del matrimonio e aiutare i conviventi non significa dire “Sì alla famiglia”, ma dirle “No”.

Proprio per questi motivi, e così transitiamo dal piano morale a quello giuridico, il Magistero consiglia agli ordinamenti giuridici di scoraggiare la convivenza. La Familiaris Consortio al n. 81, parlando di convivenze, conclude: «Il Popolo di Dio si adoperi anche presso le pubbliche autorità affinché resistendo a queste tendenze disgregatrici della stessa società e dannose per la dignità, sicurezza e benessere dei singoli cittadini, si adoperino perché l’opinione pubblica non sia indotta a sottovalutare l’importanza istituzionale del matrimonio e della famiglia».

Il Papa è esplicito: bisogna resistere alle convivenze, non facilitarle. Netto poi il giudizio di Pio XI nella Casti Connubii: «la legittima autorità ha diritto e dovere di frenare, impedire e punire questi turpi connubii, contrari a ragione e a natura». E così occorre non favorire la convivenza non solo sotto il profilo morale, ma anche sotto il profilo giuridico.

L’unica forma di “convivenza” riconosciuta dal nostro ordinamento è quella matrimoniale (art. 29 Cost.). Ciò a motivo del fatto che è un’unione denotata da esclusività ed indissolubilità e dal fatto che è aperta alla procreazione, garantendo ai figli una tutela che per sua natura non esiste nella convivenza. Di converso le altre unioni, non avendo in sé queste caratteristiche di “solidità” sociale, non possono e non devono essere riconosciute perché legami precari e fragili (Corte Cost. sentenza 352/2000; ordinanza 491/2000).

Riconoscerle significherebbe promuovere un modello concorrenziale al matrimonio – perché più soft: nella convivenza non ci sono doveri giuridici – svuotare di significato quest’ultimo perché tra l’essere sposati e l’essere conviventi poco cambierebbe nel percepito comune e nel diritto, quindi indebolirlo ed indurre alla diffusione di un fenomeno, la convivenza, che rende maggiormente instabile tutto il consesso sociale. Bene e doveroso riconoscere i diritti fondamentali della persona, ma altresì doveroso non riconoscere i diritti dei conviventi in quanto conviventi, perché significherebbe riconoscere il legame di convivenza.

La ventina di norme che già tutelano i diritti dei conviventi appaiono quindi antinomiche rispetto al plesso normativo generale in materia e incostituzionali. Infine, anche sul piano strategico, il tentativo di promuovere le convivenze per contrastare i “matrimoni” omosessuali è destinato a fallire perché la promozione della convivenza omosessuale è la porta di ingresso alle “nozze” tra persone dello stesso sesso.

Infatti in Norvegia, Danimarca, Svezia e Islanda le normative che riconoscevano le convivenze, sia etero che omo, sono state abrogate quando è entrato in vigore nelle loro legislazioni il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. (Tommaso Scandroglio)

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