Due pesi e due misure

don-ciotti(di Danilo Quinto) Don Luigi Ciotti, fondatore prima del gruppo Abele e poi di Libera, si trova al centro – suo malgrado – delle cronache di questi giorni. In un’intercettazione registrata il 14 settembre di un anno fa nel carcere di Opera, depositata dai pm di Palermo nel processo sulle trattative tra Stato e Mafia, Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra, dice al suo compagno di ora d’aria: «questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, putissimu pure ammazzarlo».

Alle parole di un anno fa del capo dei capi di Cosa Nostra – siamo sicuri poi, che sia proprio così o Riina è “solo” esponente della mafia che ha perso? – riportate ora dai giornali, risponde lo stesso don Ciotti, che dice: «la lotta alla mafia è fedeltà al Vangelo. Faccio parte della Chiesa che interferisce». Facendo intendere che vi sarebbe una Chiesa che non interferisce e che quindi non è fedele al Vangelo. Qualcuno dovrebbe spiegare al sacerdote di Torino che il Vangelo non chiede agli uomini di Chiesa di compiere una lotta – così com’è intesa nei termini mondani – o di proporsi, con le loro associazioni, come protagonisti delle iniziative di contrasto alla criminalità che dovrebbe promuovere lo Stato.

Il Vangelo chiede agli uomini di Chiesa di predicare la parola di Dio, di pregare e di amministrare i sacramenti. Non chiede di occuparsi di analisi o interpretazioni sociologiche. Non chiede neppure di “difendere la Costituzione”, come dice don Ciotti, perché è compito dello Stato difenderla. Non chiede, infine, agli uomini di Chiesa di dire alla politica che «deve fare di più, perché la mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune», come sostiene don Ciotti, per il quale «la corruzione, che sta mangiando il nostro Paese, è l’incubatrice delle mafie».

Perché Gesù Cristo non si è occupato di democrazia, ma ha annunciato una Verità salvifica e la dottrina sociale della Chiesa si fonda su la parola di Cristo stesso e non su quella degli uomini. D’altra parte, Don Ciotti elude un aspetto inquietante: il potere mafioso non si consolida solo attraverso la politica corrotta, ma grazie al concorso di quella cosiddetta società civile, che spesso è beneficiaria e perfino organizzatrice del male che dilaga.

Restano, sullo sfondo, le parole minacciose di Riina, rispetto alle quali si sono mobilitati tutti: i presidenti del Senato, della Camera e della Commissione parlamentare Antimafia, il Sindaco di Palermo – che decide di conferire la cittadinanza onoraria a tutti coloro che operano per Libera – il Presidente della Repubblica. E poi, ancora, l’Azione Cattolica, che sostiene: «Il Vangelo ci chiama ad avere “fame e sete di giustizia”: da vent’anni l’impegno di don Luigi e di Libera ci sprona a coltivare questa fame e questa sete, a essere cittadini consapevoli e vigili, che lottano contro ogni forma di ingiustizia e di diseguaglianza», come se «fame e sete di giustizia» del Vangelo fossero quelle terrene. Infine, tra gli innumerevoli altri, la Conferenza Episcopale Italiana: «la Chiesa italiana, in questi anni – sostiene una nota – non ha mancato di far sentire la sua voce per educare alla legalità».

Non è compito della Chiesa educare ai principi e lasciare che sia lo stato ad educare alla legalità? Riina esterna anche giudizi su Berlusconi e Andreotti, che considera come uomini “suoi”. «A noialtri, Berlusconi ci dava 250 milioni ogni sei mesi», avrebbe detto il boss e rivela di aver incontrato Andreotti. Per le “incarnazioni del male”, sono sufficienti le parole di Riina per certificare la loro appartenenza sinergica all’organizzazione mafiosa, senza che nessun processo l’abbia mai provato e senza una sola voce che si levi per difenderli da queste accuse, che vengono trattate come oro colato. Tutto torna nella storia italiana: si possono ammazzare i vivi e una seconda volta i morti, anche senza bombe e fucili, se al potere fa comodo. (Danilo Quinto)

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