Dopo i gay, anche i trans potranno entrare nell’esercito USA

militare(di Alfredo De Matteo) Nel 2011 i vertici militari statunitensi tolsero lo storico e sacrosanto divieto che impediva agli omosessuali di prestare il servizio militare. Lo scorso giugno, durante una cerimonia al Pentagono per il mese del Gay Pride, il ministro della Difesa Carter dichiarò di voler arrivare ad un punto in cui nessuno deve prestare servizio in silenzio e dove tutti i soldati, marinai, avieri e Marine sono trattati con la dignità e il rispetto che meritano.

Lo stesso presidente Obama invitò alla Casa Bianca un aviere transgender, in occasione di un ricevimento per Lgbt Pride, il quale era a sua volta accompagnato da una fidanzata transgender caporale dell’esercito. Ovvio dunque che prima o poi anche l’ultimo paletto (forse è più prudente dire l’ennesimo…) cadesse sotto i colpi del politicamente corretto e della perversa logica della non discriminazione. Sembra infatti che sia solo questione di poche settimane e il provvedimento che spalanca le porte dell’esercito anche alle persone transgender verrà ufficializzato.

All’inizio riguarderà solamente i trans che già prestano servizio nelle Forze Armate poi inevitabilmente riguarderà anche chi invece intende arruolarsi. In questa prima fase lo scopo principale sembrerebbe quello di impedire che tali personaggi già in uniforme siano costretti ad abbandonare la carriera militare (Il Giornale, 14 luglio 2015).

Procede a tappe forzate il tentativo di giungere alla completa normalizzazione delle perversioni sessuali messo in atto dalle lobby anticristiane, che hanno abilmente sfruttato la dabbenaggine dei politici cattolici e degli uomini di Chiesa per innescare il processo di distruzione dell’ordine naturale facendo leva sul falso principio della non discriminazione, secondo cui sarebbe ingiusto (e contrario allo spirito cristiano) impedire ad alcune categorie di persone l’accesso a determinate mansioni od incarichi pubblici.

«Il medico pietoso fa la piaga purulenta», è un noto proverbio popolare con cui si sottolinea la necessità che il medico intervenga con fermezza e decisione nel curare il paziente, anche se la cura dovesse procurare al paziente stesso eventuali sofferenze. In gioco infatti c’è la vita dell’ammalato che altrimenti perirebbe o vedrebbe peggiorata la sua condizione. Lo stesso vale per la società umana nel suo complesso che ormai è giunta ad un punto tale di imputridimento morale che la sua stessa sopravvivenza risulta essere in serio pericolo. (Alfredo De Matteo)

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