Dio può castigare… altrimenti sarebbe davvero cattivo

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(di Corrado Gnerre) Già ne parlammo tempo fa, ma in questi giorni dobbiamo tornare a parlarne. Si tratta di una questione teologica non di poco conto, ovvero se cristianamente si può dire che Dio possa castigare. Rammarica la necessità di parlarne quando la Dottrina è fin troppo chiara, ma – si sa – in questi tempi di crisi anche ciò che è ovvio deve essere gridato dai tetti.

Lo spazio che mi è stato concesso è quello che è, per cui sarò giocoforza sintetico scusandomi con il lettore se non potrò arricchire con autorevoli citazioni ciò che dirò.

Prima di tutto va detto che per capire questa questione bisogna tener presente la distinzione tra male morale e male fisico. Il primo è il peccato, il secondo è la sofferenza che può toccare indipendentemente dalla propria volontà. Mentre il male morale è solo permesso, ma mai può essere voluto da Dio, il male fisico non solo è permesso, ma in molti casi può anche essere voluto da Dio. E ciò perché, dopo il peccato originale (con conseguente perdita del dono dell’integrità, per cui l’uomo tende più al male che al bene), il male fisico può servire per scongiurare il male morale.

Il male fisico può essere un castigo, ma non necessariamente. Può essere un castigo, perché se Dio sa che la più grande tragedia è il male morale e quindi la perdita definitiva della gioia eterna, farà di tutto perché questo non avvenga. Può anche castigare pur di far capire, come fa un bravo genitore per evitare che un figlio prenda una cattiva strada. In tal caso il castigo si configura come una grazia.

A riguardo c’è un interrogativo che molti si pongono: ma come mai Dio può permettere che soffra un bambino innocente, mentre un criminale può avere una vita senza problemi ed eventualmente morire anche ad una veneranda età? La risposta è molto semplice: Dio castiga quando ancora c’è una speranza. Ma quando non ci sono più speranze, Dio non castiga più.

San Tommaso d’Aquino afferma: «Dio, volendo sopra ad ogni cosa la sua bontà, rigetta il male morale che è ad essa direttamente contrario. Ma, relativamente agli altri mali, volendo tutto in ordine alla sua natura che è somma bontà, può anche volere il male di pena in ordine alla giustizia e il male naturale in ordine alla provvidenza». Il male fisico può essere anche una purificazione. Basta leggere la vita dei santi. Non c’è n’è uno che non sia diventato tale senza percorrere la via della Croce.

Ritorniamo alla questione del castigo. Dunque, Dio può castigare. Certamente nessuno può dire (a meno che non abbia avuto da Dio particolari rivelazioni) quando una catastrofe naturale o una malattia sia un castigo. Nello stesso tempo però nessuno può dire che una catastrofe naturale o una malattia non possa mai essere un castigo.

La convinzione secondo cui non è ammissibile che Dio possa castigare è facilmente confutabile e manifesta una palese contraddizione. Viene da chiedersi: perché Dio non potrebbe castigare gli uomini, se poi è arrivato, per i peccati degli uomini, a “castigare” perfino Suo Figlio, l’Innocente per eccellenza?

Alcuni distinguono il castigo dall’ammonimento, arrivando a dire che le catastrofi naturali non possono mai essere un castigo, ma tutt’al più un ammonimento. Se letteralmente i due termini non sono identici, resta il fatto che il castigo che viene ammesso teologicamente figura sempre come un ammonimento, nel senso che Dio non castiga sadicamente, cioè per il gusto di castigare, ma perché questo possa essere occasione di ripensamento. Il verbo castigare, che deriva dal latino castus, cioè “puro”, nel suo significato originario significa “correggere”, “purificare”. Il verbo “ammonire”, deriva anch’esso dal latino, precisamente da ad-monere, cioè avvertire, avvertire per evitare che si vada incontro a qualcosa di più grave.

Di citazioni del Magistero che parlano della possibilità che Dio castighi ce ne sono tantissime. Mi limito a citare papi cosiddetti “postconciliari”. Giovanni XXIII in un radiomessaggio del 28 dicembre del 1958 dice: «(…) l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini»; perciò «Egli (Gesù) vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi». Paolo VI in un’omelia del 13 marzo 1966: «Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!» Giovanni Paolo II in un’omelia del 22 febbraio 1987 spiega che Dio «(…) esige sì soddisfazione, e tuttavia è anche clemente, e non ci punisce tanto quanto meriteremmo». E ancora Giovanni Paolo II in una udienza generale del 13 agosto 2003: «Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami».

Quando si parla della possibilità dei castighi divini, vien naturale un’obiezione: ma con le catastrofi a morire sono anche gli innocenti, per esempio anche i bambini. Sentiamo cosa ha da dirci san Tommaso d’Aquino a riguardo: «L’ignoranza causa involontarietà. Ma talora la vendetta raggiunge anche chi è nell’ignoranza. Infatti i bambini dei Sodomiti, sebbene fossero nell’ignoranza invincibile, perirono insieme ai loro genitori, come si legge nella Scrittura. Parimenti per il peccato di Datan e di Abiron furono ingoiati anche i loro piccoli. Anzi, per il peccato degli Amaleciti, Dio comandò di uccidere persino gli animali bruti privi di ragione. Perciò la vendetta talora va esercitata anche contro le colpe involontarie» (Summa IIª-IIae q. 108 a. 4 arg.3).

A chi dice che, poiché il castigo è dovuto al peccato, la vendetta debba esercitarsi solo su coloro che hanno voluto la colpa, san Tommaso risponde: «La pena, o castigo, può essere considerata sotto due aspetti. Primo, sotto l’aspetto di punizione. E come tale, la pena è dovuta solo al peccato (…). Secondo, una pena può essere considerata come medicina, non solo per guarire dai peccati già commessi, ma per preservare dai peccati futuri, e per spingere al bene. E sotto quest’aspetto uno può essere castigato anche senza colpa: però non senza una causa. (…) Poiché i beni spirituali sono i beni supremi, mentre quelli temporali sono tanto piccoli; talora uno viene castigato nei beni temporali senza alcuna colpa, ed è così che Dio infligge molte penalità della vita presente come prove e umiliazioni: nessuno invece viene mai punito nei beni spirituali, sia nel tempo presente che nella vita futura, senza sua colpa; poiché codeste punizioni non sono medicinali, ma accompagnano la dannazione dell’anima» (Summa, IIª-IIae q. 108 a. 4 co ). Per chi dovesse obiettare che san Tommaso è superato, ricordiamo che nel Concilio Vaticano II il suo pensiero è raccomandato per ben due volte alle scuole cattoliche.

Concludiamo richiamandoci alla logica. Negare che Dio possa castigare per salvaguardare la “bontà” di Dio è un’assurdità. È un’assurdità, perché è proprio il contrario. Un Dio che non castiga non spiega la sua permissione della sofferenza, per cui a riguardo si dovrebbe ipotizzare o che Dio sia impotente dinanzi alle catastrofi e alla morte (convinzione, questa, di teologie gnostiche che parlano della “debolezza” di Dio) oppure che, pur potendo intervenire, sia indifferente dinanzi a ciò che accade. Come potete ben capire, sarebbe blasfemo convincersi tanto della prima quanto della seconda ipotesi. (Corrado Gnerre)

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