Dante e la teologia di François Livi

Dante e la teologia di François Livi(di Gianandrea de Antonellis) Ci può essere vera poesia e approfondimento culturale, filosofico, teologico? Secondo un pregiudizio formalistico, sostenuto in particolar modo dalla scuola crociana, no: anzi, nella Divina Commedia, quanto più spazio si concede alla teologia, tanto meno è presente la lirica, ossia la vera poesia. Il rapporto tra l’ortodossia di Dante e la sua arte letteraria è stato quindi studiato per molto tempo sotto questa visione negativa.

Ai nostri giorni il modo di intendere la poesia come “sentimento”, ossia come qualcosa di indipendente dal “concetto” e da ogni contenuto in generale, non è più condiviso da molti critici letterari. E quindi si può riprendere a parlare della teologia di Dante senza essere tacciati di occuparsi di “non-poesia”. Ed in Dante la teologia riveste un ruolo fondamentale, tanto che si può addirittura parlare di una “riduzione in forma poetica” della Summa Teologica di San Tommaso d’Aquino.

E che rapporto c’è tra la poesia di Dante e la sua teologia, ossia la sua personale interpretazione della fede cattolica, da lui peraltro sinceramente professata e coerentemente vissuta? A questa domanda risponde esaustivamente il saggio di François Livi, docente alla Sorbona, il quale dimostra come l’immaginazione poetica nella Divina Commedia interpreti l’escatologia cristiana con piena libertà artistica e insieme con assoluta fedeltà (François Livi, Dante e la teologia. L’immaginazione poetica nella Divina Commedia come interpretazione del dogma, Leonardo da Vinci, Roma 2012, p. 250, € 20).

Per rendersene conto basta pensare alla divisione dell’Inferno e del Purgatorio ed alla diversa punizione delle colpe: in ordine di gravità crescente vengono considerati i peccati commessi per incontinenza, violenza, frode. «Sintesi originale di dati filosofici, teologici e giuridici, questa classificazione riflette sostanzialmente l’insegnamento tomista» (p. 56). In particolar modo la frode è a sua volta divisa in due settori a seconda di chi sono le vittime: persone che non si fidano o persone che si fidano.

Quest’ultima fattispecie è quella del tradimento da Dante (e da tutto il mondo passato) considerato come l’atto più grave e spregevole che si potesse immaginare. E che la frode (verso chi si fida e verso chi non si fida) sia il peccato più grave è confermato anche dal fatto che agli ultimi due dei nove cerchi infernali il Poeta dedica ben 17 dei 34 canti, vale dire la metà dell’intero Inferno. Importanti le pagine sul Purgatorio, tutt’altro che una “invenzione” medioevale ma presente nelle scritture (sia nell’Antico Testamento che in San Paolo, nonché in molti passaggi della Tradizione).

Il monte su cui le anime si “affinano” in attesa di essere accolte in Paradiso è costruito in senso inverso rispetto all’Inferno: in basso il peccato più grave (la superbia, elemento presente in ogni mancanza, in quanto ognuna di esse rappresenta una ribellione all’autorità divina) ed in altro i meno gravi (gola e lussuria).

Ampio spazio è lasciato alla scena nel Paradiso Terrestre che chiude il Purgatorio: al termine di un complesso corteo allegorico, un carro (la Chiesa), giunto tirato da un grifone (Cristo nella sua duplice natura umana e divina), viene prima devastato da un’aquila che poi vi lascia le penne (riferimento alle persecuzioni degli imperatori romani ed alla successiva donazione di Costantino), quindi percorso da una volpe (le eresie) e trasformato in un dragone (gli scismi) su cui si asside una donna di mal’affare (la curia romana) affiancata da un gigante (Filippo il Bello) che finirà per trascinarla nel bosco (allusione alla cattività avignonese). Questa vera e propria “sacra rappresentazione” serve a «ribadire la filosofia politica di Dante nonché la sua teologia della storia» (p. 180) e viene posta al termine del secondo regno ultraterreno perché questo è «un luogo in cui nozione di tempo ha forse ancora un senso» (p. 181).

I temi teologici più complessi, naturalmente, sono trattati nella terza cantica: la difficoltà di una prima lettura dei versi danteschi è oggettiva, ma una volta superato il primo scoglio ci si trova di fronte ad una poesia di immensa bellezza, che permette di apprezzare appieno anche i passaggi che Croce aveva troppo sbrigativamente scartato come “non-poesia”. (Gianandrea de Antonellis)

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