Dall’omofobia alla “robophobia”? le ultime frontiere della Rivoluzione

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(di Lupo Glori) Dal matrimonio gay e lesbico al “matrimonio robot”, passando per l’“auto-matrimonio”. Questi sono i folli ma logici passaggi dell’attuale processo di dissoluzione dell’istituto familiare naturale in nome dell’illimitato principio di auto-determinazione individuale. Se a guidare le nostre azioni e le nostre scelte sono, infatti, i meri istinti e sentimenti d’amore, senza alcun ponderato filtro di ragione e buon senso, si approda a risultati inverosimili e surreali, per i quali, ognuno pretende di avere il diritto di sposare chi “sente di amare”, anche fosse, sé stesso o uno spersonalizzato ed inquietante robot.

A questo proposito, come racconta il dr. Michael Brown su charismanews, il popolare mensile statunitense Good Housekeeping, ha pubblicato recentemente una storia intitolata WHY I MARRIED MYSELF. Self-marriage is a small but growing movement around the world (Perché mi sono auto-sposata).

L’auto-matrimonio è un piccolo ma crescente movimento in tutto il mondo) che racconta la nuova incredibile tendenza degli “auto-matrimoni”. L’articolo analizza infatti in maniera dettagliata il piccolo ma crescente fenomeno dei “self-weddings”, raccontando storie come quella di Dominique, «una consulente e ministro di auto-matrimoni, che offre servizi, tra cui sessioni di consulenza e cerimonie private, attraverso il suo sito web, Self Marriage Ceremonies (www.selfmarriageceremonies.com), che gestisce dalla sua casa nel nord della California».

Il pezzo riporta di deliranti inviti e auto-voti pronunciati in occasione di tali auto-unioni matrimoniali, con promesse di questo tenore: «Io non mi lascerò mai», «Prometto di chiedere aiuto quando sto soffrendo», «Prometto di guardarmi allo specchio ogni giorno e esserti grato», «Prometto di darti la vita incredibile che aspetti da lungo tempo».

Oltre ciò, in una società, che “normalizza” il convolare a nozze con sé stessi, a maggior ragione, risulta del tutto lecito prender per moglie o per marito un sofisticato e super accessoriato robot, dal momento che così facendo non si fa del male a nessuno, ottemperando così ad uno dei requisiti più richiesti e citati dai sostenitori del “matrimonio” tra persone dello stesso sesso. Almeno il robot, nota infatti il dr. Brown, non nuoce al prossimo e sarà certamente in grado di offrire al proprio partner una compagnia e una fedeltà incrollabile, contribuendo per di più, ad alleggerire il carico quotidiano di lavoro grazie all’esecuzione, in tutta autonomia, dei lavori più umili e routinari, inclusi ovviamente la soddisfazione dei “bisogni” sessuali del proprio coniuge.

In questo senso, dalla Francia arriva la storia di Lilly (www.dailymail.co.uk) che da un anno è innamorata di un robot, stampato da lei stessa attraverso la sua stampante 3D. Lilly si dichiara felice di vivere assieme a InMoovator, questo il nome dell’umanoide, e spiega: «Io sono orgogliosa di essere robosexual. Noi non facciamo del male a nessuno, siamo solo felici». Lilly si considera fidanzata con il suo robot e ha intenzione si sposarlo non appena il matrimonio uomo-robot sarà legalizzato in Francia.

Il matrimonio uomo-robot sebbene, all’apparenza, possa sembrare un gesto folle di qualche originale soggetto in vena di provocazioni, in realtà, non ci deve stupire più di tanto, in quanto rappresenta la chiusura del cerchio, logica e coerente, dell’attuale incessante processo di concessione e regolarizzazione di ogni più impensabile desiderio individuale al motto di “basta volerlo”.

A conferma di quanto sia attuale e dibattuto il tema della robotica sessuale, il 19 e 20 dicembre scorsi, presso l’Università Goldsmiths di Londra, si è tenuto il Secondo Congresso Internazionale su “Love and Sex with Robots” che si è concluso con un discorso del dr. David Levy, che ha sottolineato la “normalità” di avere nel prossimo futuro un “coniuge robot”, su misura delle caratteristiche che ogni marito o moglie desidera: «Nei prossimi 10 anni, è perfettamente realizzabile un software per creare un robot compagno che abbia tutto ciò che la gente potrebbe desiderare in un coniuge: paziente, gentile, amorevole, fedele, rispettoso e senza lamenti. (…) [Ma] potrebbe anche esserci qualcuno che ama le frizioni di un rapporto e potrebbe decidere di sposare un robot aggressivo, alcune persone potrebbero trovare la cosa eccitante».

Alla luce di ciò, come nota sarcasticamente sempre il dr. Brown, dopo l’introduzione del reato di omofobia, prepariamoci dunque al prossimo reato di robophobia nel quale incapperanno tutti coloro che oseranno insinuare la stortura e assurdità dell’unione sentimentale/sessuale uomo/macchina. Dopo tutto, il “matrimonio robot”, così come il “matrimonio gay” sottolinea ancora lo studioso americano rende solamente «le persone felici, e forse aiuterà anche a portare sfogo sessuale a persone che altrimenti potrebbero riversare la loro aggressività in maniera socialmente dannosa». Guai dunque a chi si azzarderà a “bullizzare” le persone innamorate dei propri robot, provocando in tali soggetti l’insorgere di robophobia interiorizzata, con il sottolineare l’assurdità di mettere su famiglia con una macchina e il ricordare l’esistenza di una natura umana con un progetto e regole ben precise.

Se il principio ispiratore delle nostre leggi è che le persone siano felici e vedano soddisfatti e riconosciuti i propri diritti, non si vede perché il nostro ordinamento non possa, in un prossimo futuro, legiferare, anche a favore delle unioni uomo/macchina. Una società che mette in soffitta gli oggettivi criteri di valore spalanca le porte a qualsivoglia aberrazione individuale in nome dei sempre nuovi e inimmaginabili parametri soggettivi. (Lupo Glori)

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