Dalle fessure del Tempio all’errore in cattedra

padre d'Ors(di Mauro Faverzani) La saggezza degli antichi latini fornisce le coordinate del problema: «Contra facta non valet argumentum». È un fatto, dunque, che padre Pablo d’Ors si sia più volte espresso «assolutamente» a favore del sacerdozio femminile. L’ultima occasione è stata l’intervista da lui rilasciata al quotidiano “Repubblica” lo scorso 5 novembre.

Intervista durante la quale ha aggiunto: «Che la donna non possa essere prete per il fatto che Gesù era un uomo e che avesse scelto solo uomini è un argomento molto debole». Ed è un fatto anche il veto viceversa posto in modo chiaro ed impegnando il Magistero, quindi parlando come Pietro, da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis il 22 maggio 1994, laddove scrisse: «Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». Specificando come ciò derivi dalle Sacre Scritture, dalla pratica costante della Chiesa e dal Suo vivente Magistero.

Dunque, nulla di improvvisato. Anche perché Cristo stesso «ha scelto quelli che ha voluto e lo ha fatto in unione col Padre, nello Spirito Santo, dopo aver passato la notte in preghiera». D’altronde, «il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli, né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all’ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità, né una discriminazione nei loro confronti, ma l’osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell’universo».

Piaccia o non piaccia a Padre d’Ors. Il quale tuttavia, anche in quest’ultima intervista, ha definito il sacerdozio femminile un «cambiamento necessario», spingendosi anzi a ritenere diversamente il reiterarsi di tale esclusione «una discriminazione inaccettabile». Incoraggiato dal fatto d’averne parlato «con moltissime donne», dettesi tutte favorevoli. È la Chiesa “parlamentare” della maggioranza, la sua. Ed anche questo è un fatto. Che lo oppone, però, diametralmente al Magistero petrino.

Ora, se la cosa fosse circoscritta alla semplice opinione, resterebbe un errore grave verso il quale valutare eventuali interventi disciplinari, ma non impegnerebbe alcuno, tanto meno la Chiesa in tal senso. Invece no. Cosa è cambiato? Il fatto che il Card. Ravasi abbia chiamato direttamente Padre d’Ors ad essere niente meno che uno dei trenta consiglieri, nominati in tutto il mondo, del Pontificio Consiglio della Cultura. Col benestare di papa Francesco. Che lui ricambia definendolo «un vero Pontefice, perché crea ponti intorno a sé». Come se i suoi predecessori fossero stati “falsi” o avessero creato distruzione… Ma non solo: al sacerdote ribelle è stato anche chiesto di presentare una relazione sul ruolo della donna nella Chiesa.

Come farsi sfuggire un’occasione simile? Tant’è che lui ha subito colto la palla al balzo, affrettandosi a dichiarare «ormai maturi i tempi per percorrere nuove strade». Padre d’Ors, romanziere dalle trame moralmente – a dir poco – disordinate, si definisce su “Repubblica” come uno «scrittore mistico, erotico e comico». Afferma espressamente che certamente «si può vivere senza un Dio», come fecero Einstein e Rousseau, perché «non credenti, ma capaci di esperienze spirituali profondissime», essendo in «contatto con la fonte della pienezza, si chiami Dio, essere o vita», ponendo così sullo stesso piano – e confondendoli – Creato e Creatore, quindi riducendo ed abbassando il Secondo al primo, non certo l’inverso. E già questo è molto duro, anzi impossibile da digerire.

Ma quel che il quotidiano “Repubblica” non dice è che Padre d’Ors si è già distinto in passato per le sue posizioni, per così dire, “estreme”. Ad esempio, il fatto d’esser non solo discepolo, bensì anche attivo promotore del buddhismo zen, come ricordato dall’agenzia InfoCatólica. Padre Giuseppe De Rosa, sull’autorevole “Civiltà Cattolica” del 20 agosto 1994, definì l’adesione consapevole di un cristiano al buddhismo come «un gesto che, oggettivamente, è di formale apostasia dalla fede cristiana».

Benedetto XVI ha definito «molto pericoloso» il fatto che sacerdoti insegnino tali pratiche, perché tali da comportare «la perdita delle fede e la perversione della relazione uomo-Dio», oltre ad un «disorientamento profondo dell’essere umano, cosicché alla fine l’uomo si sposa con la menzogna». Sono, insomma, «realtà distruttive ed opposte non solo alla fede cristiana, ma anche alla verità dell’essere umano stesso». Sin dalle loro preghiere, rivolte «ad altre divinità, che sono idoli».

La Congregazione per la Dottrina della Fede, nel documento Alcuni aspetti della meditazione cristiana del 1989, mette in guardia dai «rischi ed errori» derivanti dal tentativo «di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana», tentativo facile a degenerare in un «pernicioso sincretismo». Per tutta questa serie di valutazioni e per molte altre che si potrebbero addurre si capisce perché Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, al giornalista del “The Irish Times” richiedente un commento sulle dichiarazioni di Padre Pablo d’Ors, abbia preferito non commentare.

Ma non si può nemmeno perennemente tacere, né tanto meno rimuovere i problemi, facendo finta che non esistano. Nonostante il gioco di sponda del quotidiano della Cei “Avvenire”, che ha pubblicato un ampio servizio sul sacerdote ribelle – ovviamente tacendone tutti gli aspetti compromettenti – lo stesso giorno in cui usciva la sua controversa intervista su “Repubblica”.

Padre d’Ors ritiene «un mistero» capire perché «papa Francesco» lo abbia «scelto». Affermazione impegnativa, questa. In ogni caso delle due, l’una: o papa Francesco era all’oscuro delle sue posizioni contrarie, anzi opposte al Magistero ed, in tal caso, dovrebbe chiedere le dimissioni del Card. Ravasi, che lo ha voluto nel Pontificio Consiglio della Cultura. Oppure ne era al corrente e le ha, quanto meno, accettate, quando non addirittura accolte. Il che aprirebbe indubbiamente un precedente a dir poco pericoloso (in realtà, sarebbe molto di più) dentro le mura vaticane. Che sono solide, ma, di fessura in fessura, rischiano di creparsi. O, come disse Paolo VI, di far entrare altro «fumo di Satana nella Chiesa». Di certo è evidente, lampante, incontestabile e patente come, in questa vicenda, l’errore sia stato messo in cattedra. (Mauro Faverzani)

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