Dalla liberazione animale alla liberazione sessuale

animal_aid_piazza_del_popolo_19_09_2015-586x319-400x218(di Lupo Glori) Sabato 19 settembre 2015 si è svolto a Roma, in piazza del Popolo, l’Animal day, una lunga maratona musicale in difesa dei diritti degli animali, promossa dall’Associazione Animalisti Italiani, che ha visto la partecipazione di diversi artisti e cantanti. Obiettivo dichiarato degli organizzatori, che hanno definito l’evento il «Primo maggio degli animali», è quello di ottenere il riconoscimento, all’interno dell’ordinamento giuridico italiano, della dignità di essere senzienti anche per gli animali.

Al concerto hanno preso parte volti, noti e meno noti, del mondo dello spettacolo, tra i quali: Massimo Di Cataldo, Franca Valeri, Ivana Spagna, Fiordaliso e l’onnipresente paladino LGBT, Vladimir Luxuria.

Nel “documento politico”, pubblicato sul sito web dell’iniziativa, gli organizzatori spiegano così il loro pensiero in materia di diritti degli animali: «(…) Il dono della “RAGIONE” e l’uso dell’ “INTELLETTO” devono farci riflettere sulla grande responsabilità che abbiamo nei confronti del pianeta in cui siamo ospiti e di tutti i suoi abitanti (…). Una vita non può nascere destinata solo alla sofferenza, alla prigionia, alle privazioni, alle crudeltà indicibili prima che sopraggiunga la morte liberatoria! Ogni vita deve avere il diritto alla dignità di un’esistenza, non alla sua negazione».

Prendendo spunto dalla legislazione europea in materia, i promotori dell’Animal Day esortano il governo italiano a riconoscere lo status di esseri senzienti agli animali, scrivendo: «Il “Trattato di Lisbona” del 2007 riconosce agli animali la condizione di esseri senzienti. (…) In Italia nel corso degli ultimi vent’anni sono state promulgate le leggi 281/1991 e 189/2004 che hanno portato ad un miglioramento nella considerazione dei diritti di alcuni animali ma senza riuscire a riconoscere il diritto a vivere un’esistenza dignitosa a tutti. (…) Riuscire a riconoscere il diritto a vivere degli esseri viventi più deboli significa educare la comunità a non avere posizioni e comportamenti discriminatori, imparando a rispettare la condizione di vita di ogni essere vivente (…)».

È interessante indagare il pensiero animalista o meglio, “antispecista”, e il suo concetto di coscienza per comprendere più a fondo il significato e le rivendicazioni di tale ideologia. Secondo la visione dei teorici animalisti all’inizio della storia vi era solamente la natura che includeva tutto. La natura, in questa prima fase, “pre-storica”, era priva di coscienza, concepita come una sorta di mega-meccanismo autoregolato e privo di libertà.

Il secondo passaggio di questo complesso processo evolutivo è rappresentato, secondo il teorico antispecista Massimo Filippi, dalla comparsa ed evoluzione di «sistemi nervosi centrali sempre più complessi» che hanno determinato la nascita della coscienza. Da questo momento in avanti, una parte della natura è stata in grado di vedersi da fuori, di poter pensare “consciamente” se stessa, considerando il resto da un’altra prospettiva.

Dopo la comparsa della coscienza che, sempre secondo Filippi, precede quella dell’Homo Sapiens, ed è quindi indifferentemente presente negli uomini e negli animali, si ha, quindi, la decisiva fase della “domesticazione animale”. Con essa, escludendo l’animale dalla comunità, scrive Filippi, nel suo pamphlet, Natura infranta. Dalla domesticazione animale alla liberazione animale, «l’uomo apre una ferita nell’ambito della comunità dei coscienti».

A questa frattura che rompe «l’unità tra i viventi coscienti», gli animalisti danno, con connotazione negativa, il nome di specismo per indicare, spregiativamente, la, secondo loro, presunta convinzione antropocentrica per la quale gli esseri umani debbano godere di maggiori diritti rispetto agli altri animali in quanto detentori per natura di uno status morale superiore. Il termine “specismo”, coniato nel 1970 da Richard D. Ryder, è stato reso popolare dal filosofo australiano Peter Singer che, nel suo noto saggio Liberazione animale del 1975, così lo descrive: «Un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie».

Singer effettua quindi un parallelo ideologico, paragonando lo specismo ad altre forme di discriminazione come il razzismo e il sessismo: «Il razzista viola il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della sua razza qualora si verifichi un conflitto tra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. Il sessista viola il principio di eguaglianza favorendo gli interessi del proprio sesso. Analogamente, lo specista permette che gli interessi della propria specie prevalgano sugli interessi di altre specie. Lo schema è lo stesso in ciascun caso».

È evidente il parallelo ideologico tra la teoria antispecista e la teoria del gender. Entrambe le ideologie fondano il loro pensiero sulla negazione dell’esistenza di una specifica natura umana e sulla promozione di un nuovo paradigma rivoluzionario contro l’uomo stesso. Comune a entrambe le teorie è una visione evoluzionista, antigerarchica e ugualitaria che intende la “liberazione”, come l’abolizione di ogni norma e limite sociale, per tornare utopisticamente allo stato di caos originario. (Lupo Glori)

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