Culle vuote a Occidente

(di Giulio Meotti sul Il Foglio del 01/12/2012) Sembra il sequel del film “I figli degli uomini”, ma il copione non l’ha scritto P. D. James. Dall’Italia alla Germania, spira un vento di abissale inverno demografico. A Madrid è uscito il libro di Alejandro Macarrón Larumbe dal titolo emblematico, “El suicidio demográfico de España”. Dagli attuali 47 milioni di abitanti, la Spagna è destinata a passare a 35 milioni in trent’anni. “La Spagna sta attraversando una grave crisi economica, ma alla fine molto più pericolosa, anche se vi si presta poca attenzione, è la crisi demografica”.

Secondo i dati recenti dell’Instituto Nacional de Estadística, rispetto al 2011 c’è stato ben il 3,5 per cento in meno di figli in Spagna. La fertilità è scesa al tasso irrisorio di 1,35 figli per donna, 1,31 per le donne spagnole native. Scrive Macarrón Larumbe che “in ventuno province spagnole su cinquanta, ci sono più morti che nati”, e senza il contributo dei bambini degli immigrati, il numero di province con popolazioni in declino sarebbe stato di almeno quaranta. “L’età media del popolo spagnolo è in aumento senza sosta, a un ritmo di un anno di età ogni quattro anni”.

Larumbe parla della “morte demografica a cui ci siamo condannati da quando abbiamo insieme deciso di ignorare il più fondamentale di tutti gli istinti di sopravvivenza, avere dei figli”.

Anche in Italia un libro prende di petto la questione dell’eclisse demografica.

Scrive l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nel suo recente saggio “Sviluppo e declino demografico in Europa e nel mondo” (edizioni Marietti), che la popolazione italiana – al pari di quella giapponese – è la più invecchiata del mondo.

“Se non ci saranno aumenti nei prossimi decenni per l’indice di fertilità, nel corso di due generazioni il numero delle donne italiane e quindi degli italiani sarà dimezzato”. In generale per l’Europa, Fazio sostiene che “popolazioni con tendenze in atto come quelle rilevate e sommariamente descritte nei paesi europei sembrano condannare queste popolazioni nel giro di qualche generazione a una sorta di eutanasia sociale”.

Secondo i dati più recenti, raccolti e diffusi dall’Economist, su quindici paesi europei che hanno riportato il tasso di fertilità relativo al 2011, undici hanno assistito a un tragico declino. Anche il gigante tedesco affonda. Uno studio pubblicato dall’Istituto federale per la ricerca sulla popolazione indica un trend nichilista:

“In Germania si è fatto strada l’ideale di una rinuncia volontaria ai figli”. Il trend tedesco è persino peggiore di quello della Spagna, tanto che il settimanale tedesco Spiegel ha titolato un lungo servizio “Una terra senza figli”. Nel 1910, al tempo della Belle Epoque, due milioni di bambini nascevano ogni anno in Germania.

Un secolo più tardi, con il cinquanta per cento di persone in più, ne sono nati meno di 700 mila all’anno, di cui oltre 200 mila da genitori stranieri. Il numero delle nascite in Germania è sceso ai livelli del Dopoguerra. Il tutto nonostante gli incentivi del governo a ribaltare il trend in quella che è la più fiorente economia d’Europa.

“Italia, Grecia, Portogallo e Austria, insieme ad altri paesi europei, hanno un profilo demografico allarmante”, scrive Macarrón Larumbe, che chiude il libro con una tetra profezia: “Senza la risorsa più preziosa che esista, l’essere umano, non ci sarà prosperità in futuro, a eccezione di cimiteri e villaggi abbandonati”.

Per avere una popolazione stabile sul piano demografico occorre un tasso di fertilità di 2,1 figli per donna. Le statistiche dell’Onu, da poco diffuse, sono una condanna a morte per l’Europa: Grecia (con un tasso di fertilità pari a 1,46), Portogallo (1,36), Italia (1,38) e Germania (1,36) sono le più deprimenti. Francia (1,97), Inghilterra (1,83) e Svezia (1,9) fanno meglio, ma soltanto grazie a una nutrita presenza di immigrati. Adesso paragoniamo le cifre degli stessi paesi negli anni Sessanta: Grecia (2,27), Spagna (2,7), Portogallo (3,29), Italia (2,29), Germania (2,3), Francia (2,7), Inghilterra (2,49) e Svezia (2,23).

Austin Ruse, presidente del Catholic Family and Human Rights Institute, ha appena dichiarato che “il mondo si trova di fronte a un inverno demografico”. L’Unione europea è la regione del mondo che presenta il più basso tasso di fecondità (1,47 figli per donna) e la più alta percentuale di popolazione ultrasessantaquattrenne (16,4 per cento degli abitanti nell’Europa dei dodici). E’ anche l’unica area del mondo dove gli ultrasessantaquattrenni sono più numerosi dei bambini (i minori di quattordici anni sono solo il 16,2 per cento). L’Europa sfigura non soltanto nel confronto coi paesi del Nordafrica e medio oriente (3,4 figli per donna, 3,6 per cento di anziani, 37,8 per cento di bambini), cioè l’area da cui proviene la maggior parte dei suoi immigrati, ma anche con gli Stati Uniti, dove il tasso di fecondità è pari a 2,1 figli per donna, gli anziani sono il 12,3 per cento della popolazione, i bambini il 21,7 per cento.

Le cifre sono la conferma di una serie di saggi di successo che hanno raccontato la spaventosa crisi demografica in cui sono piombate le società più ricche, avanzate e libere del mondo. Libri di recente pubblicazione, come “The empty Cradle” di Philip Longman e “Fewer” di Ben J. Wattenberg, hanno descritto le potenzialmente tragiche conseguenze di questo declino.

Da mesi i giornali liberal che un tempo si preoccupavano per gli orrori di una “esplosione della popolazione” (come nell’implacabile Anne Ehrlich, autrice nel 1968, con il marito Paul, del famigerato “The Population Bomb”, in cui per il 1980 prediceva l’estinzione dei cetacei e la trasformazione della Gran Bretagna in landa poverissima) oggi si domandano se le società libere hanno davvero “intenzione di sopravvivere”. In questo momento la risposta, con poche eccezioni, è no.

I dati raccolti da Longman e Wattenberg sono illuminanti. Numerose nazioni, tra cui la Russia, la Spagna, l’Italia e la Repubblica ceca, hanno un tasso di natalità tra 1 e 1,3 e sono già caratterizzate da una rapidissima riduzione della propria popolazione. Il collasso è iniziato.

Vi è anche una preoccupazione di carattere economico, che si registra in questi due anni di crisi.

Ha titolato di recente il magazine americano Forbes: “Cosa c’è dietro al declino dell’Europa? La demografia, stupido”. In uno studio commissionato dall’Unione europea, la Rand Corporation ha denunciato che “la riduzione del capitale umano” è accompagnata da una potenziale riduzione di produttività, da una conseguente pressione sul “sistema pensionistico e di previdenza sociale” e da una minore capacità di “assistere la sempre più numerosa popolazione anziana”. Dunque meno lavoratori, più pensionati e una crisi fiscale per il welfare europeo. Una popolazione più anziana possiede minori capacità innovative e imprenditoriali, ed è quindi meno in grado di stimolare adeguatamente lo sviluppo dell’economia nazionale. Per di più, gli stati che costringono i giovani a pagare tasse più alte per mantenere la popolazione anziana non fanno altro che rendere più difficile per le nuove generazioni la creazione di una famiglia. Il serpente si morde la coda in un circolo vizioso di ristagno economico e di invecchiamento della società che il saggista americano Eric Cohen chiama “la via dell’estinzione”. L’Economist, portando dati dell’Osce, scrive che con questo calo demografico anche la crescita della Germania scenderà sotto l’1 per cento.

La nostra epoca e la nostra civiltà non sono le prime a subire una crisi demografica. “Nella nostra epoca”, scrive Polibio attorno al 150 a. C., “tutta la Grecia è stata caratterizzata da una riduzione nel tasso di natalità e da una generale diminuzione della popolazione, a causa della quale

le città sono diventate deserte e le campagne hanno smesso di dare raccolti”. Sembra di leggere lo studio scientifico del direttore del Max Planck Institute, James Vaupel, “A Generation of Centenarians?”, pubblicato dal Washington Quarterly. Vaupel spiega che “i tassi di fecondità sono particolarmente difficili da prevedere”.

La sua ricerca rivela che la metà dei demografi pensa che i tassi di natalità bassissimi di Giappone, Italia e Germania siano un fenomeno transitorio. Ma l’altra metà dei demografi pensa che bassi tassi di fertilità, a livelli tra una media di 1 e 1,5 figli per donna, siano suscettibili di essere un modello per molti decenni. Vaupel sposa la tesi dei secondi.

“La distribuzione per età della popolazione si sposterà da orde di bambini a folle di persone anziane. Le famiglie note per essere orizzontali – la gente aveva molti cugini, ma pochi nonni viventi – in futuro saranno verticali, con pochi cugini ma con quattro o addirittura cinque generazioni che vivono contemporaneamente”.

In questo clima di abisso demografico che imperversa sui paesi a sviluppo avanzato,

l’Italia, come illustra bene Fazio nel suo libro, si caratterizza per essere da tempo ai vertici nel panorama mondiale della bassa fecondità. “L’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico”, ha detto anche il cardinale Angelo Bagnasco.

Anche le previsioni di Vaupel sono molto fosche per l’Italia: “Se i tassi di crescita restano bassi, la popolazione italiana potrebbe essere di dieci milioni alla fine del XXI secolo”. “L’Italia, diventata il paese più vecchio del mondo con una natalità che è sprofondata, prefigura la demografia di domani nei paesi ricchi”, ha scritto il quotidiano francese Libération. Uno scenario più volte evocato anche dal massimo demografo italiano, Antonio Golini, docente alla Sapienza di Roma, il quale ha detto che “l’estinzione degli italiani nei prossimi centocinquant’anni anni è uno scenario ipotetico, basato su dati reali”.

In Italia il numero di nascite è stato soverchiato dal numero di morti ogni anno dal 1994. Adesso siamo a quella che i demografi chiamano “fertilità più bassa possibile”.

Non ci sono precedenti. Già oggi, è in pensione il 22 per cento della popolazione italiana, uno dei tassi più alti al mondo, e il paese devolve il 15 per cento del prodotto interno lordo al sistema pensionistico: più di ogni altro paese europeo.

Se è vero che non c’è paese in Europa dove la gente ha abbastanza figli per sostituire se stessa, l’Italia è il primo paese al mondo a fare esperienza del cosiddetto “punto di non ritorno”, quando il numero di persone sopra i sessant’anni eccede il numero di coloro che sono sotto i venti.

La peculiarità del punto di non ritorno dell’Italia è che è considerato “irreversibile”. Secondo le proiezioni demografiche, è altamente improbabile che il numero di persone sotto i vent’anni sarà mai in grado di eccedere ancora il numero degli ultra sessantenni. Statistiche del National Institute on Aging negli Stati Uniti dicono che entro vent’anni il 32,6 per cento della popolazione italiana avrà 65 anni. Trentacinque anni fa, il 9 per cento della popolazione italiana era composta da bambini con meno di cinque anni. Oggi questi bambini formano appena il 4,2 per cento della popolazione. I bambini stanno scomparendo dall’Italia. Secondo la Population Division delle Nazioni Unite, nel 2050 saranno appena il 2,8 per cento della popolazione italiana.

A testimoniare la debolezza della lettura welferista del declino demografico, cioè che i bambini non nascono a causa della mancanza di risorse, ci sono i dati sulla concentrazione del crollo della popolazione.

Più presente infatti nell’Italia centrale e del nord industrializzato, le parti più ricche del paese. La città più fertiled’Italia è Napoli, la “capitale dei disoccupati”. Il distretto finanziario di Milano ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo. Genova, storica città industriale, è tristemente nota per avere la proporzione di anziani per giovani più alta al mondo. E se si deve individuare un “ground zero” di questa epidemia di fertilità si deve andare a Bologna, la città della cultura per eccellenza in Italia. Bologna ha più donne laureate di ogni altra regione italiana, la vita è confortevole, il cibo è il migliore e i manichini delle boutique di lusso adornano i marciapiedi medievali.

Ma ci sono più chiese rinascimentali che bambini e le donne fanno meno di un figlio. Prendendo di mira anche l’Italia, nelle pagine della rivista Foreign Policy proprio Philip Longman, uno dei più illustri esperti di demografia a livello mondiale, ha scritto che il problema oggi è quello contrario alla sovrappopolazione: una inesorabile “sottopopolazione”.

Nel XIV secolo, l’epidemia ha spazzato via l’80 per cento della popolazione italiana.

Nel XXI secolo, sta scomparendo per scelta. Il massimo demografo francese, Jean-Claude Chesnais, autore del saggio “Le crépuscule de l’Occident”, sostiene che è un fenomeno ineludibile, “un ciclo naturale delle civiltà, forse qualcosa di inevitabile”. E c’è persino chi, come Mark L. Haas, predice l’avvento di una “pace geriatrica”, una sorta di grande stasi demografica, grigia e inerte. L’esperto di demografia all’American Enterprise Institute di Washington, Nicholas Eberstadt, sostiene che in questo scenario non si possono fare pronostici: “Quello che sta accadendo non era mai successo nella storia dell’umanità, è una terra incognita. Se continua così in una generazione ci saranno paesi in cui i soli familiari di sangue saranno i propri genitori. Non è possibile concepire come sarà questo mondo fra cinquant’anni”. (di Giulio Meotti sul “Il Foglio” del 01/12/2012)

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