Crisi coreana – verso la guerra termonucleare

Crisi coreana – verso la guerra termonucleare(di Emanuele Gagliardi) Per il regime comunista di Pyongyang «la situazione nella penisola coreana sta gradualmente andando nella direzione di una guerra termo-nucleare». Un dispaccio dell’agenzia di stampa ufficiale “Kcna” (9 aprile 2013) cita i toni da «guerra fredda» di un comunicato della Commissione nord-coreana per la Pace Asia-Pacifico. La prospettiva di un conflitto di tale portata è stata evocata più volte dalla Corea Nord negli ultimi mesi: il 7 marzo scorso, i presunti pericoli incombenti sulla regione venivano imputati ai «guerrafondai negli Stati Uniti» e ai loro «fantocci della Corea del Sud». La nota contiene pure un’intimazione agli stranieri presenti nel Sud, che la Corea del Nord «non vuole cadano vittime in caso di scoppio delle ostilità», ad «adottare misure per trovare rifugio e prepararsi a un’evacuazione di massa».

Analogo sollecito è stato rivolto il 5 aprile alle ambasciate dei Paesi terzi, alle «organizzazioni sovranazionali», «compagnie» e semplici «turisti». In realtà, a detta di diversi esperti di armi atomiche, la Corea del Nord sarebbe ben lungi dal disporre di testate tanto avanzate e distruttive.

Vero scopo della campagna propagandistica basata su annunci-shock sarebbe, oltre alla diffusione del panico e all’incremento delle pressioni sugli ambienti politici occidentali, lo sconvolgimento dei mercati finanziari. La Borsa di Seul, comunque, non sembra aver sofferto ripercussioni: il 9 aprile, giorno in cui è giunto l’invito a lasciare il Nord, ha chiuso in leggero rialzo e non sembrano ipotizzabili contraccolpi a posteriori. A avvalorare le minacce del regime, sempre il 9 aprile, nessun lavoratore nordcoreano si è presentato a Kaesong, il complesso produttivo situato a una decina di chilometri dal confine tra i due Paesi gestito congiuntamente con la Corea del Sud. Così si concretizza la minaccia di Pyongyang che aveva annunciato l’intenzione di richiamare i propri 53.000 connazionali impegnati nella zona industriale congiunta.

La conferma viene dal ministero di Seul per la Riunificazione, che ha dato conto delle segnalazioni in tal senso provenienti da numerose delle 123 compagnie sudcoreane operanti nella struttura, dove sono state sospese tutte le attività, decretandone la chiusura di fatto. Al contrario dei giorni precedenti, non sono nemmeno entrati in funzione i consueti servizi di pullman-navetta per condurre operai e impiegati del Nord ai rispettivi posti di lavoro. Nulla del genere era accaduto dal 2004, quando fu avviato il progetto che per la Corea del Nord è sempre equivalso a una sorta di cassaforte, da cui ricavare annualmente una media di 2 miliardi di dollari in valuta pregiata, tra proventi diretti e imposte, oltre a non dover sostenere esborsi per i salari del personale.

La presidente sudcoreana Park Geun-hye definisce «molto spiacevole» la mossa. «Se, sotto gli occhi spalancati della comunità internazionale, la Corea del Nord viola in questa maniera le norme internazionali e le sue stesse promesse  ̶  commenta Park  ̶  non ci sarà più nessuno, né Paese né società, che vorrà investire in territorio nordcoreano». Un altro grido di allarme proviene da Yu Chaeng-Geun, numero due dell’associazione che rappresenta le aziende del Sud coinvolte nelle attività di Kaesong, a detta del quale le operazioni dovranno essere ripristinate quanto prima, se si vogliono evitare ripercussioni negative permanenti. «Tutte le nostre imprese ormai sono arrivate al limite», ammonisce Yu. «Se le cose andranno avanti così, ognuno di noi dovrà affrontare la bancarotta». Nel complesso congiunto rimangono al momento 475 dipendenti sudcoreani, 77 dei quali hanno manifestato l’intenzione di rientrare in patria seguendo l’esempio degli oltre trecento colleghi che li hanno preceduti nei giorni scorsi. (Emanuele Gagliardi)

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