Consumi a zero e pressione fiscale devastante

pressione-fiscale(di Danilo Quinto) Se c’è una cosa che non inciderà sulla vita grama della maggior parte degli italiani, è il rimpasto di Governo di cui si parla. Buono per trovare nuovi assetti per l’equilibrio dei poteri tra Letta e Renzi – e per le loro rispettive consorterie – non per dare risposte alla crisi economica che si trascina da sei anni e che nessuno sembra capace di affrontare, perché non ha né le capacità né l’autorevolezza di proporre ed attuare riforme strutturali.

Mentre i cittadini affrontano il labirinto delle imposte che vanno in scadenza nelle prossime settimane – la IUC, che ingloba la IMU, ma non per le prime case, la TARI, l’imposta sui rifiuti e la TASI, l’imposta sui servizi indivisibili, come la pubblica amministrazione e la manutenzione delle strade – l’Associazione Difesa Orientamento Consumatori diffonde una statistica dalla quale risulta che in Italia il costo della vita è inferiore dello 0,3% alla media europea, con un impatto dello stesso sul reddito che raggiunge l’84 %, il 16 % in più che nel resto d’Europa.

Significa che un cittadino è costretto a usare per vivere più di 8 parti su 10 dei suoi guadagni. Con conseguenze devastanti sui consumi e sul reddito, che viene assorbito quasi interamente dalle spese giornaliere. A questi dati si aggiunge il fatto che un lavoratore dipendente italiano guadagna, al netto delle tasse, circa 1410 euro al mese, mentre in Germania e in Inghilterra la stessa tipologia di lavoratore guadagna più di 2500 euro al mese. Chissà se il Sindaco di Firenze avrà previsto nel suo “job-actˮ quest’anomalia, che non è la sola.

Il Centro Studi di Confindustria rileva che se si utilizza il parametro dell’aliquota implicita – che deriva dal rapporto tra il gettito fiscale e la relativa base imponibile ‒ la tassazione dei redditi d’impresa in Italia è superiore sia alla media dell’eurozona che a quella dell’intera Unione europea, mentre se si guarda all’incidenza complessiva del prelievo fiscale e contributivo sul lavoro, l’Italia si attesta, relativamente al 2012, al secondo posto nella classifica europea, con il 42,3% (il Belgio è al 42,8%); la Francia è al 38,6%, la Germania al 37,1%. Se si utilizza l’indicatore utilizzato dalla Banca mondiale, il Total tax rate ‒ l’ammontare totale delle imposte che grava sugli utili di impresa – l’Italia ha raggiunto quota 65,8%.

È il sedicesimo livello più elevato al mondo, il più alto tra i più importanti paesi avanzati. Su questo dato, incide l’evasione fiscale, stimata in 124,5 miliardi, pari all’8,2% del Pil, ma per Confindustria combattere solo l’evasione non basterebbe; sarebbe necessario una contestuale revisione della spesa pubblica. Solo così si ridurrebbe il divario di competitività «che le imprese italiane sopportano nei confronti delle imprese estere».

I dati resocontati da Confcommercio relativi al 2013 sono ancora più gravi relativamente alla pressione fiscale: «nell’anno appena conclusosi – si legge nel rapporto ‒ il prelievo sotto forma di imposte e contributi previdenziali è aumentato di circa 1,6 miliardi di euro rispetto al 2012. Nello stesso arco di tempo il Pil nominale ha subito una flessione di oltre 8,7 miliardi di euro. Ne consegue che il rapporto aritmetico sulla pressione fiscale, è salito nel 2013 al 44,3%». Secondo Confcommercio, «invece che di riduzione delle tasse si dovrebbe più correttamente parlare di incremento assoluto delle tasse, nonché di incremento del carico fiscale (cioè in proporzione al Pil)».

Il Centro Studi della Presidenza del Consiglio – o chi per esso – conosce certamente questi dati. È possibile che nessuno comprenda che sarebbe il caso di suggerire a Enrico Letta che parlare di ripresa economica è una burla se contestualmente non si produce un progetto credibile di alleggerimento della pressione fiscale? (Danilo Quinto)

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