Considerazioni su Sottomissione di Michel Houellebecq

sottomissione(di Gianandrea de Antonellis) Indubbiamente la strage che ha falcidiato la redazione del settimanale “Charlie Ebdo” del 7 gennaio 2015 si è rivelata una inattesa fonte di pubblicità per il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq, allora appena edito in Francia e sul momento di essere pubblicato in Italia.

Il protagonista è François, disincantato docente universitario quarantacinquenne, studioso di Huysmans, che vive di rendita intellettuale per la sua ponderosa tesi di dottorato e che passa la maggior parte del tempo a chiedersi come riempire la sua vuota esistenza dal punto di vista sentimentale (eufemismo). L’azione si svolge a ridosso delle elezioni presidenziali del 2022, al cui ballottaggio accedono Marine Le Pen (Fronte Nazionale, 34% dei voti) e Muhammad Ben Abbes (Fratellanza Musulmana, 22%), che supera di misura il candidato socialista. Contro il Fronte Nazionale, naturalmente, si compatta lo schieramento di sinistra, in nome del sempre utile antifascismo.

Ad esso aderisce anche il partito di centro-destra, che con i suoi voti (12%) avrebbe potuto permettere l’elezione della Le Pen e le urne portano all’Eliseo il primo presidente europeo musulmano. François, che il giorno delle elezioni si è allontanato da Parigi per timore di scontri, al proprio ritorno si ritrova forzatamente pensionato (ma con un mensile equivalente allo stipendio): vivrà per qualche tempo ai margini della società, prima che gli venga proposto di riprendere l’insegnamento, in cambio dell’adesione all’Islam.

Per François, che per un fugace momento ha anche accarezzato l’idea di seguire il percorso dell’amato Huysmans, finendo i suoi giorni in un convento di trappisti, è più facile passare dal proprio agnosticismo alle comodità dell’islam piuttosto che al rigore del cattolicesimo tradizionale: accetta quindi di diventare musulmano, attratto soprattutto dalla prospettiva di uno stipendio da favola e dei piaceri della poligamia. Non a caso, il romanzo si chiude con la domanda rivolta al nuovo rettore ed eminenza grigia del presidente della repubblica: «Quale sarà il mio stipendio? A quante donne avrò diritto?», che sintetizza mirabilmente le vere ragioni della sua decisione di convertirsi.

Non motivazioni spirituali, bensì un calcolo opportunistico basato esclusivamente sul sesso e sul denaro. A fianco di questa non esaltante vicenda di un “fallito di successo”, simile per impostazione ad altri romanzi di Michel Houellebecq, anch’essi basati sulla miseria affettiva dell’uomo contemporaneo, vi sono una serie di riflessioni sulla realtà socio-politica del nostro tempo, sulle quali, prima che sulle qualità stilistiche dello scrittore, desideriamo soffermarci.

Intanto lo sfondo è tutt’altro che assurdo: l’avanzata del Fronte Nazionale alle elezioni presidenziali vede costantemente coalizzarsi il vetusto fronte “antifascista”. Ne beneficiano prima lo spento Hollande, poi la Fratellanza Musulmana. Credibile anche il velo di silenzio che i media francesi calano sull’imponente manifestazione del Fronte Nazionale nei giorni cruciali che precedono il ballottaggio, mentre si affannano a dipingere il candidato islamico come un “moderato” i cui principi sono perfettamente in linea con quelli della Francia tradizionale.

Di grande interesse un passaggio che sottolinea la politica culturale della sinistra: per giungere ad un’alleanza elettorale, l’unico punto di frizione con gli islamici è la gestione del ministero dell’istruzione, da sempre roccaforte socialista, ma i musulmani non vogliono rinunciare, orwellianamente consci che «chi controlla i bambini controlla il futuro», mentre il centro-destra non considera questo punto un reale motivo di scontro, poiché «non ha mai dato la minima importanza all’istruzione, concetto che gli è pressoché estraneo». E poiché per la “cultura” che conta, quella dei salotti mediatici e delle stanze del potere, un Francese su quattro (uno su tre nel 2022) semplicemente non esiste, dopo le elezioni il Fronte Nazionale viene cancellato dai media e l’opposizione diviene appannaggio, più che della sinistra, degli estremisti salafiti, che pretendono l’introduzione della sharia.

D’altro canto, il governo musulmano applica in economia il distributivismo cattolico, cita la Quadragesimo anno di Pio XI e Houllebecq, che en passant ha messo in bocca al suo protagonista un rimpianto per l’epoca in cui il divorzio non esisteva («Adesso Bruno e Annelise avevano sicuramente divorziato, ormai era così che andavano le cose; un secolo prima, all’epoca di Huysmans, sarebbero rimasti insieme, e forse non sarebbero stati così infelici, tutto sommato»), finisce per riconoscere il valore fondamentale della famiglia. Nel romanzo l’analisi politica di Houellebecq è ampia e molto meno fantasiosa di quel che ci si potrebbe aspettare, ma travalica i limiti di questo scritto (per un approfondimento ci permettiamo di rimandare al prossimo numero della rivista “Quaerere Deum”). Intanto, mentre si profila l’Eurabia profetizzata da Bat Ye’or (la saggista è citata direttamente), conviene concludere ricordando l’esergo dell’ultimo capitolo, certo non messo a caso: «se l’islam non è politico, non è niente». Firmato: Ayatollah Khomeyni. (Gianandrea de Antonellis)

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