Come si è arrivati alla sentenza pro-gay della Corte americana

gay-marriage(di Tommaso Scandroglio) Ormai erano solo 13 su 50 gli stati negli USA che ancora non avevano legittimato le “nozze” tra persone dello stesso sesso. Ma dal 26 giugno scorso dovranno anche loro introdurre il “matrimonio” omosessuale nel proprio ordinamento giuridico.

Lo ha deciso la Corte Suprema degli Stati Uniti, dichiarando che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione anche a favore delle persone omosessuali, in sintonia con il XIV emendamento che così dichiara: «Né potrà qualsiasi Stato (…) negare a qualsiasi persona sotto la sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi». Per dirla in breve, escludere le persone omosessuali dal creare un vincolo di coniugio tra loro è un divieto discriminatorio.

Cinque voti contro quattro e la rivoluzione antropologica negli States ha compiuto un balzo da gigante. L’ottantenne Anthony Kennedy, uno dei novi giudici della Corte Suprema, è stato l’ago della bilancia. Sedicente cattolico, nominato da Reagan, nel passato si era battuto contro aborto e droghe, ma l’altro giorno ha ceduto alle pressioni delle lobby gay, che ancora una volta dimostrano di aver un marcatissimo potere di influenzare chi sta nella stanza dei bottoni.

Il presidente Obama, sconfinando nelle sue competenze, ha fatto forti pressioni sulla Corte perché si arrivasse a questo verdetto e così ha commentato la sentenza: «Love is love è stata una conquista straordinaria, persone comuni possono fare azioni straordinarie. L’America dovrebbe essere fiera di loro. Oggi abbiamo reso la nostra Unione un po’ più perfetta».

All’opposto, nei pareri contrari alla decisione, troviamo il commento del presidente della Corte Suprema, il giudice John Roberts il quale non ha taciuto sul fatto che «si è trattato di un atto di imperio, non di una sentenza fondata sul diritto. Celebrate la sentenza di oggi – ha aggiunto all’indirizzo dei sostenitori delle “nozze” gay ‒ ma per favore non celebrate la Costituzione, non ha niente a che fare con essa».

Un altro giudice della Corte, Samuel Alito, ha scritto: «la decisione di oggi usurpa il diritto costituzionale del popolo di decidere se mantenere e modificare la nozione tradizionale del matrimonio. Tutti gli americani, comunque la pensino sul punto, dovrebbero preoccuparsi delle implicazioni della sentenza e del potere straordinario che conferisce a una maggioranza dei membri della Corte».

Gli fa eco il giudice Anthony Scalia il quale afferma che se avesse firmato la sentenza «dovrei nascondere la mia testa in un sacco» e che la decisione è basata su motivazioni «del tipo di quelle che si leggono nei bigliettini nascosti nei dolci della fortuna cinesi». Insomma parole durissime per niente diplomatiche.

Come si è arrivati a questa decisione? Diciamo che i giudici dell’alta corte hanno messo solo la ciliegina sopra questa torta nuziale. La strategia negli States pro-omosessualità ha preso l’abbrivio negli anni Settanta con l’attivismo gay – pensiamo tra tutti al noto politico omosessuale Harvey Milk – orientato a combattere alcune discriminazioni, alcune vere altre presunte, presenti nella società americana a danno delle persone omosessuali. Da “categoria da tutelare perché socialmente fragile” il mondo omosessualista è diventato però ben presto “categoria da privilegiare”. Il varo di leggi gay friendly necessitava del consenso della base. Rectius: della percezione diffusa che le rivendicazioni gay erano appoggiate dalla maggior parte delle persone, sia etero che omo.

L’eco mediatica che viene offerta alle lobby gay fa credere a Mr Smith non solo che il numero di persone omosessuali sia esorbitante e che quasi tutti siano vittima di persecuzione, ma che ad esempio la richiesta di sposarsi provenga da una fetta massiccia della cittadinanza. Percezione fallace se andiamo a vedere quante sono le coppie omosessuali che si sposano nel mondo: in media non più del 3%. Ma ciò che importa è far credere che “il popolo lo vuole”.

Insieme a queste rivendicazioni di carattere politico è importante diffondere una vera e propria cultura gay in tutti gli ambiti: educazione, intrattenimento, sport, moda, costume, media, etc. Questo brodo di cultura prodotto da attivismo politico, consenso della massa e diffuso gay life style crea le condizioni adatte per segnare in Parlamento o nei tribunali quanti rigori a porta vuota si vogliono.

La prossima mossa delle lobby gay sarà costringere i ministri di culto a celebrare le “nozze” gay. Vero è che proprio il giudice Kennedy ha scritto nella sentenza che «le religioni, e coloro che aderiscono con sincera convinzione a dottrine religiose, potranno continuare a sostenere che per precetto divino il matrimonio fra persone dello stesso sesso non può essere ammesso», però la logica giuridica presente nella sentenza della Corte imporrà ai sacerdoti di “sposare” in chiesa due persone omosessuali.

Infatti se le “nozze” gay sono un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione il rifiuto di celebrarle sarà letto giuridicamente come un’omissione perseguibile penalmente. Parimenti le agenzie di adozione cristiane non potranno più negare alle coppie omosessuali di adottare un bambino. (Tommaso Scandroglio)

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