Come rispondere alla Cassazione?

il giudizio cattolico(di Massimo Viglione su Il Giudizio Cattolico del 13-01-2013) L’11 gennaio 2013 la Corte di Cassazione italiana ha sentenziato che l’affidamento di un bambino a una coppia omosessuale è lecito, in quanto non si può dimostrare che il suo «equilibrato sviluppo» ne venga compromesso.

Istintivamente, viene naturalmente da chiedersi: “Dove vivono i nostri giudici di Cassazione?”; “Da dove vengono?”; “Dove sono cresciuti, dove hanno studiato, cosa hanno pensato e maturato nella loro vita?”. “Che cosa è capitato loro di male?”. Soprattutto, però, ci si domanda: “Come può un cittadino, un italiano, e anche un non italiano, avere fiducia in questa istituzione di così fondamentale importanza e con così grande potere decisionale?”; “Quale armonico vivere comune si può prospettare con questi magistrati a decidere follie per noi e a contribuire a rovinare non solo la gioventù ma la nostra intera società?”.

Omosessualisti e Partito Democratico esultano, parlano di sentenza “storica”. Quel partito democratico che tra poco andrà al governo dell’Italia, molto probabilmente con l’appoggio dei centristi di Monti e Casini (qualcuno nutre dubbi sul fatto che Casini, mentre parla di valori cristiani e mette la Binetti capolista, sarà il primo a governare con il PD?).

Ma, al di là dell’orribile futuro che ci si prospetta, occorre fare qualche ulteriore riflessione, per quanto concisa e veloce. Iniziamo a porci qualche domanda.

Come siamo giunti a questo? Come siamo potuti precipitare nello Stige? Perché ci stiamo preparando il fuoco di Sodoma? È tutta colpa dei laicisti (nelle svariate categorie e sfaccettature con cui combattono la Chiesa, la civiltà cristiana e l’ordine naturale del creato)? Oppure vi sono anche responsabilità di coloro, cattolici in primis, che dovrebbero al contrario combattere con altrettanto e ancor più zelo le folli derive della dissoluzione morale e civile in nome della legge di Dio e in difesa dell’ordine naturale del creato?

Il discorso è lunghissimo e molto complesso, e, in fondo, lo conosciamo… Mi limito a una sola considerazione.

Il mondo cattolico, negli ultimi 50 anni, ha deciso di “aprirsi al mondo” (quello non cattolico) e, il primo passo in tale direzione (primo in tutti i sensi, anzitutto dal punto di vista ideologico) è stato la piena accettazione della società dei diritti dell’Uomo, nata dalla Rivoluzione Francese, figlia della modernità, madre della postmodernità a-morale e dissolutoria.

Certo, i diritti dell’Uomo (con la U maiuscola) possono anche essere utili, specie quando, con la rivendicazione del “diritto alla libertà di religione” si tenta una difesa dei cristiani perseguitati (che continuano però tranquillamente ad essere un po’ ovunque massacrati) o una critica della cristianofobia dilagante soprattutto nel mondo occidentale (una volta cristiano), che però dilaga ogni giorno di più.

Ma il problema è che, quando si è accettata la visione rivoluzionaria dei diritti dell’Uomo, si è anche accettato di fatto il potere costituito che si arroga il diritto di proclamere quali siano tali diritti (o totalitariamente, o con il meccanismo del voto) e quindi si è caduti nella brace del relativismo giuridico e morale.

Giovanni Paolo II comprese questa deriva e tentò con ogni mezzo di porvi rimedio, insistendo (inutile dire dove e come, conosciamo tutti le sue encicliche e i suoi discorsi e insegnamenti dedicati a questo cruciale aspetto) sulla doverosa e imprescindibile sottomissione dei diritti dell’uomo alla legge divina e naturale scolpita nella coscienza umana direttamente da Dio e spiegataci nella sua completezza nella Rivelazione e nel magistero universale della Chiesa. Benedetto XVI ha naturalmente sempre seguito tale strada, ponendo il chiaro confine dei “principi non negoziabili” e denunciando chiaramente la “dittatura del relativismo”.

Il problema però rimane quello del legislatore. Nella società cristiana occidentale medievale e moderna (fino al XVIII secolo), Stato e Chiesa non erano né uniti né separati: erano distinti, ma insieme – come due gambe dello stesso corpo – reggevano e conducevano il corpo della società civile. Oggi invece, a seguito della Rivoluzione Francese, del trionfo delle società liberal-democratiche o socialiste (in Italia a seguito del Risorgimento), Stato e Chiesa sono “separati”. E su questo vero e proprio dogma del laicismo imperante, difeso con ineguagliato vigore intellettuale e politico anzitutto dai cattolici liberali e progressiti (in una parola: democristiani. Qualcuno si ricorda ancora Scalfaro e i suoi discorsi?), si è fondata l’Italia nata dal Risorgimento, e quindi l’Italia nata dalla guerra civile partigiana, ovvero la Repubblica Italiana.

Quando si ha una gamba sola (la teocrazia fondamentalista islamica da un lato, oppure il laicismo odierno che al massimo “ospita” controvoglia la “Chiesa” e l’accusa di ingerenza ogni qual volta esprime una pur lieve critica allo Stato Leviatano in cui viviamo, dall’altro), cadere a destra o a sinistra, avanti o indietro, è molto facile. Basta volerlo. Basta una piccola spinta. Basta non opporsi realmente alla caduta.

Da decenni ormai, specie negli ultimi 50 anni, di caduta in caduta, in nome dell’“apertura al mondo”, in nome dei “diritti dell’Uomo”, in nome della simpatia alla Modernità, in nome del dialogo per il dialogo, in nome del fatto che il cattolico deve sempre essere propositivo e mai negativo, ottimista e mai indignato, “costruttivo” (nel senso di tacito acconsenziente) e mai “denunciatore”, pacifista e mai ribelle, ci siamo dimenticati del dovere supremo della testimonianza della Verità cui ogni battezzato è chiamato dall’età della ragione, a qualsiasi costo, anche quello del martirio, se necessario. Perché, non essendo – checché se ne dica – questo mondo solo un  grande arcobaleno, stiamo in tal maniera di fatto precipitando ogni giorno di più nello Stige. E se non si porrà rimedio, i nostri figli e nipoti ci malediranno. E avranno ragione.

Cosa fare, allora? Si possono mai rinnegare i diritti dell’Uomo? La strada in tal senso l’hanno già indicata, come prima detto, i due ultimi pontefici. I diritti dell’uomo esistono non perché li ha dichiarati qualche rivoluzione umana, l’ONU o la Corte dell’Aja. Esistono come corrispettivo dei doveri dell’uomo, dettati una volta per tutte da Dio nel roveto del Sinai a tutta l’umanità (il diritto alla vita viene dal V comandamento, il diritto all’ordine morale e civile dal VI e dal IX, il diritto alla proprietà privata dal VII e dal X, al rispetto dell’ordine gerarchico dal I e dal IV, alla verità dall’VIII, e così via) e in tal senso, e solo in  tal senso, vanno difesi e testimoniati senza posa, fino in fondo, costi quello che costi.

Se vogliamo salvare la nostra società dal folle precipizio della distruzione morale e civile, occorre ricominciare con coraggio “dai fondamentali” (come si suol dire), e il principio di tutti i fondamentali rimangono sempre i 10 comandamenti, cui ogni uomo deve sottoporsi e obbedire in piena coscienza e accettazione. Obbedendo ai 10 comandamenti, si difendono i veri diritti dell’uomo e si combattono automaticamente i falsi (che producono la distruzione dell’uomo), si combatte automaticamente il relativismo giuridico e morale.

Solo quando si obbedisce a Dio, si diventa veramente liberi, perché solo “la verità vi farà liberi”.

Vogliamo ancora avere fiducia nella società in cui stiamo vivendo o vogliamo aprire gli occhi, riconoscere i nostri errori, ricominciare ad abbandonarci con Fede e Speranza alla Carità di Dio e a lottare e testimoniare – costi quello che costi – per Colui che è “Via, Verità e Vita”?

Bene, ma allora non è più tempo di chiacchiere, di dialoghi, di arcobaleni e di aperture: è tempo di agire al servizio della Verità. È tempo: cos’altro vogliamo ancora aspettare che accada?
Massimo Viglione

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